L'ATTACCO
Macron avverte Washington: «La legge del più forte non è la nostra legge». L’Europa tra Groenlandia, neocolonialismo e un ordine in frantumi
Nel suo discorso agli ambasciatori, il presidente francese accusa gli Stati Uniti di allontanarsi dalle regole internazionali e di “tentare di spartirsi il mondo”. Sullo sfondo, la Groenlandia torna epicentro di tensioni geopolitiche, tra ambizioni americane e allarmi europei.
La Sala delle Feste dell’Eliseo è silenziosa quando Emmanuel Macron - in occasione del tradizionale discorso di inizio anno davanti al corpo diplomatico - pronuncia il nome della Groenlandia. Un’isola di ghiaccio e minerali, lontana migliaia di chilometri da Parigi, diventa il simbolo di un mondo che scivola nella “legge del più forte”. Nel suo discorso, il presidente mette in fila accuse e avvertimenti: gli Stati Uniti dell’amministrazione Donald Trump si stanno “svincolando dalle regole internazionali”, allentano i legami con alcuni alleati e alimentano una tentazione antica: che le grandi potenze tornino a trattare il pianeta come un tavolo da spartire. È un lessico non consueto verso un alleato storico, ma la posta in gioco – dall’Artico al sistema delle istituzioni multilaterali – è alta.
Un’accusa che scuote le capitali europee
Davanti agli ambasciatori, Macron parla di una crescente “aggressione neocoloniale” nelle relazioni internazionali, un’onda che non riguarda solo Mosca o Pechino, ma tocca anche Washington. Il riferimento, secondo diversi media internazionali, va sia alla rinnovata pressione statunitense sulla Groenlandia sia alla recente operazione militare con cui forze speciali americane avrebbero catturato il leader venezuelano Nicolás Maduro, aprendo un contenzioso giuridico e diplomatico non da poco. È in questo quadro che il capo dell’Eliseo denuncia l’erosione del multilateralismo, la fatica delle regole condivise e la ricomparsa di schemi da “guerra fredda” in nuovi teatri.
Perché proprio adesso: il contesto e la posta in gioco
L’attacco di Macron arriva mentre in Europa cresce l’inquietudine per una strategia statunitense percepita come più unilaterale e transazionale. A Parigi – come a Berlino, dove il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha espresso preoccupazioni simili – si teme che l’allentamento dei legami atlantici e l’adozione di logiche di potenza compromettano la stabilità regionale e globale. Per il presidente francese la risposta non è il disfattismo, ma il rafforzamento di un’“autonomia strategica europea” capace di reggere urti geopolitici e pressioni industriali, senza scivolare nella “vassallizzazione” verso nessuno.
Il dossier Groenlandia: dalle offerte ai piani di influenza
- La Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca con ampia autogestione interna, ma con difesa e politica estera gestite da Copenaghen. Il suo valore strategico è evidente: posizione nell’Atlantico settentrionale, corridoi artici, risorse minerarie, e la presenza della base statunitense di Pituffik Space Base (ex Thule Air Base), infrastruttura chiave per allerta missilistica e sorveglianza spaziale.
- L’interesse americano per l’isola non è nuovo. Già nel 2019 Trump aveva ipotizzato un acquisto – definito “assurdo” dall’allora premier danese Mette Frederiksen – e la vicenda provocò l’annullamento di una visita ufficiale a Copenaghen. Il messaggio da Nuuk fu netto: “siamo aperti agli investimenti, non alla vendita”. Oggi quell’interesse ritorna, in forme diverse e più assertive.
- Nelle ultime settimane, resoconti giornalistici hanno parlato di nuove pressioni da Washington, comprese ipotesi controverse – come incentivi finanziari ai residenti per favorire un cambio di status – e di divisioni interne all’amministrazione americana tra approccio diplomatico e toni muscolari. In parallelo, nel dibattito politico groenlandese emergono voci che invocano un dialogo diretto con gli USA, scavalcando Danimarca: prospettive controverse e, secondo fonti ufficiali groenlandesi, giuridicamente non praticabili.
“Legge del più forte”: il senso politico dell’allarme di Macron
Quando Macron cita la Groenlandia nel suo discorso, non si limita al caso specifico. Parla di un “disordine crescente” dove la “legge del più forte” rischia di diventare criterio di fatto; evoca scenari paradossali – un Canada trasformato nel “51° Stato” o Taiwan ancor più accerchiata – per segnalare un clima internazionale in cui i confini del possibile si allargano pericolosamente. Il messaggio è più sostanziale che retorico: la normalizzazione di atti unilaterali e di forzature giuridiche indebolisce la prevedibilità che ha retto la sicurezza europea dal 1945.
L’Artico come cartina di tornasole
- L’Artico è oggi uno spazio dove si intersecano sicurezza, risorse, clima e rotte commerciali. Il progressivo scioglimento dei ghiacci apre corridoi e opportunità, ma anche competizioni. La presenza a Pituffik Space Base – ribattezzata nel 2023 per rispecchiare la toponomastica locale e l’inquadramento nella US Space Force – resta pilastro dell’architettura radar e di allerta precoce dell’Alleanza Atlantica. La base nasce da un accordo di difesa USA–Danimarca del 1951 e simboleggia tanto la cooperazione quanto le frizioni storiche (dagli sfollamenti degli Inuit alla crisi del B-52 nel 1968).
- È in questo contesto che i richiami francesi ai rischi di una “spartizione del mondo” acquistano forza: ogni accelerazione assertiva in Groenlandia si riverbera su NATO, UE, rapporti con Canada e Norvegia, e sulle dinamiche con Russia e Cina nell’Artico. Non è un dossier “bilaterale”, ma una questione di governance regionale e globale.
Le reazioni europee: fermezza, ma niente avventure
Nelle cancellerie europee c’è consapevolezza che la difesa dell’ordine internazionale passa dalla coerenza: sostegno ai partner, rispetto del diritto, ma anche capacità di deterrenza. Messaggi recenti arrivati da Bruxelles e dai vertici del Consiglio europeo insistono su un principio semplice: “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e nessuna decisione può prescindere dal consenso di Danimarca e Nuuk. Intanto, i Paesi UE discutono un rafforzamento della presenza nell’Artico e una postura politico-diplomatica più assertiva verso le pressioni esterne.
Il nodo transatlantico e la “nuova autonomia strategica”
Il lessico di Macron non è antiamericano; è, piuttosto, un invito a evitare dipendenze eccessive. A Parigi il concetto di “autonomia strategica” significa poter cooperare con Washington senza delegarle scelte vitali. In concreto: più capacità europee in difesa e industria, un mercato unico dei capitali realmente funzionante, e una politica estera comune con strumenti di anti-coercizione. Non a caso, nel discorso agli ambasciatori, il presidente ha sollecitato un’“agenda accelerata” per le preferenze commerciali europee e la semplificazione del mercato unico: l’Europa di “450 milioni” deve “esistere davvero”, come soggetto politico ed economico.
DSA e DMA: la sovranità digitale passa anche dalle regole
C’è un fronte meno spettacolare ma altrettanto strategico: il digitale. Macron ha difeso le normative europee – Digital Services Act (DSA) e Digital Markets Act (DMA) – bersaglio di critiche americane e di pressioni politico-commerciali. Parigi e Berlino ribadiscono che si tratta di regole generali, non di strumenti punitivi contro aziende USA. Bruxelles ha iniziato a farle valere con più decisione nel 2025–2026, tra indagini, sanzioni e nuove linee guida, mentre da Washington sono arrivati segnali di ritorsioni tariffarie e perfino restrizioni di visti verso figure europee considerate “zelanti” nel regolare le grandi piattaforme. In questo quadro, la difesa delle regole diventa parte della stessa partita che Macron definisce di “sovranità”.
La linea rossa della legalità internazionale
L’affondo del capo dell’Eliseo richiama un principio basilare: il rispetto del diritto internazionale come argine agli arbitrii. L’eventuale “acquisizione” o “annessione” della Groenlandia non è solo irrealistica politicamente: cozzerebbe con norme e trattati che tutelano l’integrità territoriale, l’autodeterminazione e i processi democratici interni a Danimarca e Groenlandia. Un conto sono accordi di cooperazione o modelli di associazione libera negoziati e condivisi; altro è l’idea che bastino risorse finanziarie, pressioni o forzature unilaterali per ridisegnare mappe e sovranità. Anche per questo Macron mette in guardia: legittimare simili precedenti altrove – dall’America Latina all’Asia-Pacifico – significa aprire varchi pericolosi.
Cosa significa per la NATO e per la sicurezza europea
- Per l’Alleanza Atlantica, un braccio di ferro su Groenlandia è più che una disputa di status: tocca il cuore delle infrastrutture di allerta e difesa continentale. Qualsiasi escalation tra Stati Uniti e partner europei lungo l’asse danese-groenlandese rischierebbe di complicare coordinamento, pianificazione e fiducia reciproca, proprio mentre l’Europa fronteggia minacce ibride e convenzionali ai suoi confini orientali.
- Da qui l’insistenza francese su una difesa europea più robusta. Il capo dello Stato segnala da tempo che l’UE deve potersi “difendere da sola” se necessario, aumentando capacità e investimenti: un messaggio coerente con l’idea che l’ordine multilaterale vada difeso anche con mezzi credibili, non solo con dichiarazioni di principio.
La prospettiva danese e groenlandese: “Nulla su di noi senza di noi”
A Copenaghen, la posizione ufficiale resta ferma: la Groenlandia “non è in vendita” e ogni discussione sul suo futuro passa dal suo popolo e dalle istituzioni danesi e groenlandesi. Una formula che negli ultimi mesi è risuonata con forza: “Nothing about Greenland without Greenland”. A Nuuk, la leadership ribadisce il diritto all’autodeterminazione, ma non mostra – allo stato – aperture verso scenari di acquisizione americana; semmai emerge, in alcuni settori politici, l’idea di un confronto più diretto con Washington su cooperazione economica e difesa, nei limiti del quadro giuridico vigente. L’UE ha espresso pieno sostegno a Danimarca e Groenlandia, mentre la NATO discute di un rafforzamento della sicurezza artica.
Un passato che pesa: basi, incidenti, memoria
La presenza militare USA in Groenlandia non è solo un capitolo tecnico. È una storia che comprende la costruzione della base di Thule (oggi Pituffik) nell’età della Guerra fredda, l’evacuazione forzata di comunità inuit, incidenti come il crash del B-52 nel 1968 con rilascio di materiale nucleare, e più in generale un’eredità ambientale che il riscaldamento globale può riportare alla superficie. Questo passato alimenta sensibilità e diffidenze che qualsiasi politica sull’isola non può ignorare.
E adesso? Tre scenari per i prossimi mesi
- De-escalation negoziata
- Diplomazia “a tre” (USA–Danimarca–Groenlandia), messaggi chiari sull’inviolabilità dello status, impegni di investimento e sicurezza condivisi, e rilancio di una cooperazione artica sostenibile. È lo scenario che molti partner europei auspicano per evitare strappi nella NATO.
- Pressioni a bassa intensità
- Washington riduce i toni ma mantiene leve economiche e politiche sull’isola, alimentando una competizione di lungo periodo. In UE si rafforzano le politiche di presidio dell’Artico e le misure di anti-coercizione contro pratiche ritenute predatorie.
- Escalation verbale e istituzionale
- Nuove mosse unilaterali statunitensi – anche solo dichiarative – innescano reazioni europee più dure, dalle contro-misure commerciali alla revisione di alcune cooperazioni sensibili. Per Macron, significherebbe spingere ancora di più sull’autonomia strategica e sulla costruzione di capacità europee, anche nel dominio tecnologico.
Il filo rosso del discorso: difendere regole, rafforzare l’Europa
Al fondo, il messaggio di Macron non è l’illusione di un ritorno al passato, ma la ricerca di un equilibrio nuovo: cooperare con Stati Uniti e Cina senza subalternità; riformare le istituzioni multilaterali senza demolirle; difendere la sovranità europea nello spazio fisico e in quello digitale – dal DSA al DMA – contro la tentazione globale di risolvere le controversie con scorciatoie di forza. Se la Groenlandia è diventata, in questo inizio 2026, un toponimo che incendia i titoli, è perché racchiude il nocciolo del problema: chi detta le regole in un mondo in cui le regole vacillano.