10 gennaio 2026 - Aggiornato alle 9 gennaio 2026 23:30
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Meloni frena sull’Artico: “Un’azione militare Usa in Groenlandia non sarebbe nell’interesse di nessuno”. E sull’Ucraina: “La garanzia resta l’Articolo 5 della Nato”

Dalla sala dei Gruppi alla bussola dell’Atlantico: la premier disegna le linee rosse dell’Italia senza rinunciare al dialogo

Redazione La Sicilia

09 Gennaio 2026, 14:10

Meloni frena sull’Artico: “Un’azione militare Usa in Groenlandia non sarebbe nell’interesse di nessuno”. E sull’Ucraina: “La garanzia resta l’Articolo 5 della Nato”

L’Aula dei Gruppi di Monte Citorio è piena, i taccuini scorrono rapidi. Sono le ore centrali di una Roma d’inverno, 09 gennaio 2026, quando Giorgia Meloni mette in fila i dossier più incandescenti del momento: Groenlandia, Ucraina, Nato, i rapporti con il Quirinale e il capitolo giustizia. Il passaggio che gela la sala arriva sull’Artico, mentre i riflettori internazionali inseguono i rumors di Washington: “Non credo nell’ipotesi che gli Stati Uniti avviino un’azione militare sulla Groenlandia, un’opzione che non condividerei e che non converrebbe a nessuno”. Una frase asciutta, che però sposta l’asse del dibattito europeo e chiarisce la posizione italiana nel quadrante nord del globo. La premier aggiunge che una simile mossa produrrebbe “implicazioni sull’Alleanza Atlantica” difficili da gestire, e indica una strada diversa: rafforzare una presenza “seria e significativa” della Nato nell’Artico, senza cambiare la carta geografica con la forza.

Groenlandia, tra sovranità danese e interessi strategici: la linea di Meloni

Le parole di Meloni arrivano mentre il tema Groenlandia — territorio autonomo del Regno di Danimarca — torna a prendersi spazio sulle agende di Washington, Bruxelles e delle capitali del Nord. Da giorni si rincorrono indiscrezioni su valutazioni statunitensi, che includerebbero opzioni “muscolari” per assicurarsi un’influenza decisiva sull’isola. La premier italiana raffredda la temperatura e ricorda che lo stesso presidente Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno escluso il ricorso alla forza. “Il messaggio americano è che non si accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri”, osserva, ma senza imprimere strappi alla legalità internazionale né spaccature nell’Alleanza. È una cornice che respinge l’ipotesi militare e ripropone la via del coordinamento politico e della deterrenza condivisa.

A rendere l’Artico un dossier di prima grandezza non è solo la geografia: è la strategia. In Groenlandia sorge la base USA di Pituffik (già Thule Air Base), il presidio più a nord del Dipartimento della Difesa. Qui confluiscono sensori d’allerta precoce, sorveglianza spaziale e segmenti di rete essenziali per NORAD e US Space Force. Un’infrastruttura militare e scientifica che si regge su accordi bilaterali USA-Danimarca e che — sottolinea la stessa Space Force — funge da piattaforma logistica per partner Nato e attività di ricerca internazionale, oltre a garantire supporto in emergenze mediche e rotte artiche. È la prova tangibile che l’Artico si governa meglio con la cooperazione che con le avventure.

Non è un caso che, nelle stesse ore, il dibattito politico in Groenlandia si accenda su come gestire i rapporti con gli USA: c’è chi, nell’opposizione di Nuuk, sollecita canali diretti con Washington aggirando Copenaghen; la ministra degli Esteri groenlandese ricorda però che, per statuto, difesa e politica estera restano competenza del Regno di Danimarca. È un segnale di come l’attrazione americana si scontri con i vincoli giuridici e con la sensibilità locale per l’autogoverno, consolidato da decenni di autonomia.

La posizione italiana, per come la declina Meloni, si iscrive proprio in questa grammatica: rispetto delle sovranità, lavoro diplomatico nell’alveo dell’Alleanza Atlantica, consapevolezza che una escalation in Groenlandia avrebbe ripercussioni sistemiche. Non solo per i dossier securitari (missilistica, monitoraggio spaziale, vie polari), ma anche per i flussi commerciali e l’accesso a materiali critici che legano Artico, UE e catene industriali europee.

Ucraina: “La garanzia è l’Articolo 5”, nessun invio di soldati italiani

Sulla guerra in Ucraina, la premier traccia un perimetro altrettanto netto: “Non vedo oggi la necessità d’inviare soldati italiani”. La chiave, insiste, è nell’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, il meccanismo di difesa collettiva che resta la “principale forma di garanzia” per la sicurezza euro-atlantica e che l’Italia intende preservare e rafforzare. Più che ipotizzare contingenti nazionali sul terreno ucraino, Meloni preferisce strumenti multilaterali — eventualmente una presenza internazionale concordata — ma dentro cornici politiche e militari condivise, non in solitaria.

Il riferimento all’Articolo 5 non è accessorio: è il pilastro su cui poggia la Nato dal 1949 e che è stato invocato una sola volta, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. La lettera del Trattato è chiara: un attacco armato contro uno o più membri in Europa o Nord America è considerato un attacco a tutti, e ciascun alleato interviene “con l’azione che riterrà necessaria, compreso l’uso della forza armata”. In altre parole: deterrenza e coesione, non improvvisazione.

La premier lega questa postura a una proposta politica: riaprire canali di dialogo con Mosca in sede europea, evitando “troppe voci e troppi formati” che disperdano la capacità negoziale dell’UE. Una linea che, almeno in parte, incrocia le recenti aperture del presidente francese Emmanuel Macron, pur mantenendo ferma la valutazione che un rientro della Russia nel formato G8 sarebbe “assolutamente prematuro”. Il tutto senza arretrare sull’assistenza a Kyiv e sul fronte sanzionatorio, ma ribadendo che la stabilità duratura passerà — quando matureranno le condizioni — da una cornice di sicurezza condivisa e verificabile.

Quirinale: rispetto istituzionale e dissenso possibile

Capitolo Presidenza della Repubblica. A domanda diretta, Meloni rivendica “ottimi” rapporti con il capo dello Stato Sergio Mattarella, pur riconoscendo che governo e Quirinale non coincidono e possono avere letture diverse. L’insistenza è sul metodo: niente letture strumentali delle parole del Presidente, rispetto dei ruoli, e confronto leale sui dossier sensibili, a cominciare dalle riforme. Il contesto recente aiuta a leggere le sfumature: dopo le tensioni dell’autunno 2025 seguite al cosiddetto “caso Garofani”, ci fu un incontro al Colle e un messaggio di “sintonia istituzionale” tra le parti, ribadito da Palazzo Chigi e dai vertici di Fratelli d’Italia. Un chiarimento che ha rimesso in carreggiata un rapporto cruciale per l’equilibrio costituzionale.

Non è la prima volta che la premier interviene pubblicamente per frenare interpretazioni polemiche: già in passato aveva invitato a non trasformare ogni intervento del Capo dello Stato in un attacco al governo, sottolineando che il rispetto delle istituzioni è un patrimonio comune. È un tassello che oggi viene riproposto con coerenza, mentre il cantiere delle riforme (in primis il premierato) e della giustizia resta aperto e contendibile.

“Toghe” e sicurezza: l’appello all’asse governo–forze dell’ordine–magistratura

Tra i passaggi più discussi della conferenza, c’è quello sulla sicurezza. Meloni richiama la necessità di un fronte unito: governo, forze di polizia e magistratura che lavorino “nella stessa direzione”. Il monito è netto: decisioni giudiziarie che contraddicono lo sforzo investigativo e legislativo rischiano di “rendere vano” il lavoro del Parlamento e degli apparati di sicurezza. Un’osservazione che punta a un cambio di passo operativo e che, inevitabilmente, riaccende il confronto tra esecutivo e toghe nel merito delle scelte su custodia cautelare, applicazione delle misure e politiche di prevenzione.

Perché la Groenlandia è diventata il nuovo stress test della Nato

La prudenza italiana sull’Artico è anche la presa d’atto di alcuni fatti duri come il ghiaccio. Primo: la Groenlandia è parte del Regno di Danimarca, membro fondatore della Nato. Qualsiasi ipotesi di “presa” unilaterale dell’isola minerebbe direttamente la logica dell’Articolo 5, perché un attacco a un alleato è un attacco a tutti. Secondo: la presenza USA a Pituffik non nasce oggi ma dal 1951, sotto accordi bilaterali con Copenaghen, e si inserisce da decenni in una cornice di interoperabilità alleata. Terzo: la competizione nell’Alto Nord riguarda tanto la postura militare quanto accesso a rotte, cavi, dati e minerali critici; la risposta sostenibile è un mix di deterrenza, cooperazione e diritto internazionale, non una “avventura” che rischi di spaccare il fronte occidentale. La stessa premier lo riassume: “Non sarebbe nell’interesse di nessuno, neppure degli Stati Uniti”.

Sul terreno, intanto, si moltiplicano le prese di posizione locali: a Nuuk si discute di autonomia e di come relazionarsi all’America, tra chi sogna un “salto” negoziale e chi tiene il punto sulle competenze del Regno; sullo sfondo, sindacati e società civile ribadiscono che l’isola “non è in vendita”, segnando una netta distanza da qualunque suggestione di annessione. Un mosaico che conferma quanto ogni ipotesi forzosa sarebbe non solo illegittima, ma anche politicamente inefficace.

Politica interna: tra riforme e tenuta istituzionale

La traccia che emerge dalla conferenza non è solo estera. La premier richiama la priorità sicurezza come banco di prova della capacità dello Stato di proteggere i cittadini, ma chiede che l’azione sia coerente lungo l’intera filiera — Parlamento, forze dell’ordine, magistratura. È qui che si colloca anche il confronto, spesso aspro, sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere, un cantiere che tocca corde profonde del sistema. L’obiettivo dichiarato dall’esecutivo è tenere insieme fermezza e garanzie, senza cedere alla tentazione della propaganda. Sullo sfondo, resta la consapevolezza che la partita della credibilità internazionale passa anche dalla qualità delle istituzioni domestiche.