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“Nemici di Dio”: il capo dei procuratori minaccia la pena capitale per i rivoltosi di Teheran (ma le proteste si allargano). Che sta succedendo in Iran?

Una minaccia che pesa come una sentenza, un blackout informativo e numeri che salgono soprattutto nelle province: così il potere giudiziario iraniano prova a soffocare la piazza

Redazione La Sicilia

10 Gennaio 2026, 20:24

“Nemici di Dio”: l’Iran alza il tiro. Il capo dei procuratori minaccia la pena capitale mentre il bilancio delle proteste cresce lontano da Teheran

Nella notte di venerdì a Teheran il silenzio imposto dal blocco di internet viene rotto solo dai colpi secchi dei proiettili di gomma e, a tratti, da esplosioni più nette. Poche ore dopo, in tv, la frase che taglia l’aria più dei lacrimogeni: i manifestanti saranno considerati “nemici di Dio” — in persiano, mohareb — un capo d’accusa che nel Codice penale islamico prevede la pena di morte. A pronunciarla è il procuratore generale, Mohammad Movahedi Azad, che avverte: niente indulgenza, processi rapidi e niente pietà per chi “aiuta i rivoltosi”, non solo per chi scende in strada. Una linea dura che conferma l’escalation repressiva, mentre i dati raccolti dalle organizzazioni per i diritti umani indicano un tributo di sangue crescente, in larga parte fuori dalla capitale.

Cosa significa “moharebeh” e perché spaventa così tanto

Nel lessico giudiziario della Repubblica islamica, il termine moharebeh ha un peso specifico enorme: l’articolo 279 del Codice penale islamico lo definisce come “estrarre un’arma contro la vita, la proprietà o l’onore delle persone, o seminare terrore creando un’atmosfera di insicurezza”. Le pene previste dall’articolo 282 includono quattro opzioni, tra cui la condanna a morte, la crocifissione, l’amputazione e il bando interno, a discrezione del giudice in base all’articolo 283. È una categoria pensata per banditi armati e assalitori delle strade (Art. 281), ma nella prassi è stata spesso piegata per colpire dissenso politico e proteste, soprattutto quando il potere ritiene di dover inviare un segnale di terrore preventivo.

Gli esperti di diritto islamico — anche dentro l’Iran — contestano l’uso estensivo di questa fattispecie contro i manifestanti, ricordando che la norma richiede l’uso di armi e la creazione di insicurezza pubblica “generalizzata”, non semplicemente lo slogan o il corteo. Ma quando la magistratura annuncia in tv che la partecipazione alle proteste o perfino un aiuto logistico ai dimostranti può bastare per l’accusa di moharebeh, l’effetto è chiarissimo: intimidire, spezzare le catene di solidarietà, isolare la piazza.

Il bilancio: 65 morti e 2.311 arresti. Dove si muore di più

Nelle ultime due settimane di mobilitazione — esplosa il 28 dicembre 2025 a partire dal crollo del rial e poi dilagata in tutte le 31 province — il bilancio tracciato dalla Human Rights Activists News Agency (HRANA) parla di almeno 65 morti e 2.311 arresti. A colpire è la geografia: la maggioranza dei decessi si registra lontano da Teheran, in province come Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars, aree marginalizzate dove, denunciano i gruppi locali, la risposta delle forze di sicurezza è stata più brutale e “militarizzata”.

Il quadro è coerente con quanto documentato dall’organizzazione Hengaw, che nelle prime dieci giornate ha verificato almeno 27 uccisi (tra cui 5 minorenni) e oltre 1.500 arresti, con picchi di violenza proprio in Lorestan, Ilam e Kermanshah. Nello stesso arco, Amnesty International e Human Rights Watch hanno confermato almeno 28 vittime tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026, sottolineando l’uso illegale di fucili, cartucce a pallettoni, gas lacrimogeni, idranti e pestaggi contro manifestanti in gran parte pacifici.

Non mancano stime più alte e ancora da verificare: una fonte medica a Teheran ha riferito a Time oltre 200 morti documentati in soli sei ospedali della capitale. L’ampiezza del blocco delle comunicazioni — internet e telefonia mobile — rende verosimile una sottostima delle vittime, ma per trasparenza giornalistica è corretto distinguere fra conteggi verificati e testimonianze che necessitano di ulteriori riscontri.

L’avvertimento del procuratore generale si inserisce in un coro istituzionale. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha già ordinato ai procuratori di non mostrare “alcuna indulgenza” e di accelerare i processi. Le parole echeggiano quelle della leadership politica e delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC), che nelle province occidentali hanno annunciato la fine della “tolleranza”. Il messaggio è univoco: repressione accelerata, iter giudiziari lampo, uso di capi d’accusa “di sicurezza” che comportano pene esemplari.

Nel frattempo, l’oscuramento di internet e il taglio delle linee telefoniche in ampie aree del Paese limitano la possibilità di verifiche indipendenti, intralciando anche le famiglie nel rintracciare i propri cari fermati. Diversi media internazionali confermano il blackout prolungato e la concentrazione degli arresti in città ad alto tasso di protesta, dai bazar di Teheran alle periferie occidentali.

Perché le province pagano il prezzo più alto

La mappa delle vittime non è casuale. Nel quadrante occidentale dell’Iran, in regioni a forte presenza curda e lura, le organizzazioni locali denunciano un impiego di armi da fuoco — compresi fucili d’assalto — più sistematico rispetto ai centri del potere. A Lorestan, Ilam e Kermanshah sono documentati attacchi con munizioni vere e pallettoni a distanza ravvicinata, con ferite compatibili con la volontà di disperdere a ogni costo. Gli ospedali, riferiscono attivisti e testimoni, sono diventati luoghi non sempre sicuri: si segnalano accessi forzati delle forze di sicurezza e arresti dei feriti.

Questa sproporzione territoriale si spiega con due fattori: la narrativa ufficiale che dipinge le regioni periferiche come teatro privilegiato di “infiltrazioni straniere”, e una più debole copertura mediatica rispetto alla capitale, che rende più facile l’impunità. In questa cornice, l’etichetta di “terroristi” affibbiata ai dimostranti dalle autorità facilita l’uso della forza letale, spostando simbolicamente chi protesta fuori dalla comunità dei cittadini.

Tra crisi economica e prova di forza

Le manifestazioni sono partite come protesta economica contro il crollo del rial, l’inflazione e le difficoltà quotidiane; in molti centri si sono trasformate in slogan politici contro l’assetto della Repubblica islamica e la figura della Guida Suprema, Ali Khamenei. Di fronte all’onda, la massima autorità religiosa e politica ha promesso di “resistere alla pressione” esterna e interna, mentre l’apparato giudiziario e le forze di sicurezza hanno stretto i tempi della repressione.

La risposta securitaria ha incluso blackout di internet prolungati oltre le 36 ore, arresti di massa e — secondo diverse testimonianze — anche l’uso di cecchini in alcune città. Sulla scena internazionale, la condanna di UE e governi occidentali si è accompagnata a messaggi di sostegno alla piazza, mentre il governo iraniano attribuisce la regia delle proteste a Stati Uniti e Israele. Il rischio, sul piano regionale, è quello di una ulteriore militarizzazione del discorso interno, con conseguente radicalizzazione delle misure repressive.