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bagno di sangue

Iran in fiamme: sedicesimo giorno di proteste, centinaia di morti e rischio di escalation regionale. Trump valuta l'attacco

Secondo la Human Rights Activists News Agency (Hrana) i manifestanti uccisi sono almeno 490. Teheran avverte gli Usa: «Se attaccate reagiremo»

Redazione La Sicilia

11 Gennaio 2026, 22:25

Iran in fiamme: sedicesimo giorno di proteste, centinaia di morti e rischio di escalation regionale. Trump valuta l'attacco

L’Iran alza il livello dello scontro e, al sedicesimo giorno di mobilitazione, la stretta repressiva si trasforma in un bagno di sangue: si contano centinaia di vittime“2.000” secondo la Fondazione della Nobel Narges Mohammadicorpi accatastati negli ospedali e migliaia di arresti. Donald Trump esprime sostegno alla protesta contro il regime e valuta un intervento. “Qualsiasi attacco statunitense porterà l’Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi”, ha avvertito il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, legando la crisi interna a una possibile nuova destabilizzazione regionale.

La sollevazione continua ad ampliarsi. Secondo la Human Rights Activists News Agency (Hrana) i manifestanti uccisi sono almeno 490, un bilancio tuttavia incerto e probabilmente sottostimato. Fonti dell’opposizione e la Fondazione Narges parlano di oltre 2.000 dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore. Le persone arrestate supererebbero quota 10.600, mentre Hrana segnala anche 48 vittime tra le forze di sicurezza. Numeri difficili da verificare, ma che danno la misura della violenza in atto.

La tragedia prosegue oltre le morti: identificare i propri congiunti tra centinaia di cadaveri risulta quasi impossibile anche per l’ostruzionismo delle autorità. Alle famiglie verrebbe chiesto di pagare circa 6.000 dollari per il rilascio delle salme, che, stando ai video circolati, vengono stipate in sacchi neri o “ammassate negli ospedali”.

Entrata nel sedicesimo giorno, la protesta è la più intensa dai giorni di “Donna, vita e libertà”, esplosa nel 2022 dopo la morte di Mahsa “Jina” Amini. Innescate dal crollo della moneta e dalla crisi economica, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica frontale.

Molti invocano il ritorno di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dall’esilio negli Stati Uniti esorta i cittadini a non lasciare le strade e si dice pronto a rientrare in Iran “appena possibile” per guidare una transizione e favorire elezioni libere.

Uno scenario non sgradito a Israele, dove è scattata l’allerta massima. Il premier Benyamin Netanyahu ha riunito i vertici della sicurezza e ha espresso sostegno ai manifestanti iraniani, affermando che, dopo la caduta del regime di Teheran, lo Stato ebraico e l’Iran torneranno partner. Le Forze di difesa israeliane si sono dette “pronte a rispondere se necessario”.

Sullo sfondo, Washington valuta le prossime mosse: Trump riceverà martedì un briefing con proposte di nuove sanzioni, cyberattacchi e possibili azioni militari contro l’Iran. Secondo il New York Times, tra le ipotesi figurano anche attacchi contro siti non militari a Teheran, sebbene non sia stata ancora presa una decisione definitiva.

Sul terreno, la repressione procede non solo con la forza, ma anche attraverso l’isolamento dal resto del mondo. Nonostante blackout e blocchi delle comunicazioni, la mobilitazione trova nuove modalità. A Teheran, rimasta senza elettricità né internet per oltre 72 ore, centinaia di persone hanno illuminato la notte con le torce dei cellulari. Alcuni filmati sono circolati grazie a Starlink, che risulterebbe operativo in alcune aree; altri mostrano edifici in fiamme, scontri a fuoco e graffiti davanti a grandi folle.

Sabato notte disordini sono stati segnalati in numerose città, tra cui Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman e Saqqez. A Mashhad, città natale della Guida suprema Ali Khamenei, i manifestanti affrontano la polizia, erigono barricate e appiccano incendi.

La reazione delle autorità resta inflessibile. Il capo della polizia nazionale Sardar Radan ha ammesso che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato”, annunciando “arresti importanti”. Secondo Iran International, le forze di sicurezza avrebbero usato gas lacrimogeni e armi ad aria compressa anche contro i familiari delle vittime durante i funerali al cimitero Behesht-e Zahra di Teheran.

Dopo avere inizialmente minimizzato la portata della rivolta, sostenendo che le strade fossero tornate vuote, il regime ne riconosce ora la forza ma ne riformula la narrazione. Ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per “onorar” le vittime della “battaglia di resistenza nazionale”, ovvero le forze di sicurezza e di polizia. Il presidente Masoud Pezeshkian, che in precedenza si era detto disposto al dialogo, ha definito i dimostranti “terroristi legati a potenze straniere”, mentre il procuratore generale ha minacciato i partecipanti e chi li sostiene, accusandoli di essere “nemici di Dio”, reato punibile con la pena di morte.

Una linea che chiude ogni spiraglio di mediazione e lascia il Paese sospeso tra una repressione sempre più feroce e un movimento di protesta che, nonostante tutto, continua a riempire le strade.