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Il caso Alberto Trentini: l'arresto dell'operatore umanitario nel 2024 e poi i 423 giorni in un carcere di massima sicurezza

Dall’arrivo nel Paese alla telefonata della libertà, tutte le tappe di una vicenda che si è appena conclusa. Ma che ha lasciato tracce profonde nella vita delle persone coinvolte

Redazione La Sicilia

12 Gennaio 2026, 08:17

Il caso Alberto Trentini: l'arresto dell'operatore umanitario nel 2024 e poi i 423 giorni in un carcere di massima sicurezza

La detenzione di Alberto Trentini in Venezuela è iniziata il 15 novembre 2024. L’operatore umanitario veneziano si trovava nel Paese da meno di un mese per conto della ong Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza alle persone con disabilità. Il 46enne, che era arrivato a Caracas il 17 ottobre, è stato fermato a un posto di blocco mentre viaggiava verso Guasdualito per portare aiuti alle comunità locali. Quando è stato arrestato non aveva con sé le medicine di cui ha bisogno.

Ha trascorso 423 giorni in un carcere di massima sicurezza alle porte della capitale venezuelana. Nelle prime settimane non si è saputo nulla sulla sua detenzione. Per oltre due mesi le autorità non hanno fornito notizie né hanno permesso alcun contatto con lui. A gennaio 2025 Palazzo Chigi, in una nota, assicurò che si stavano «attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva» garantendo «massima attenzione fin dall’inizio».

Dopo 181 giorni di silenzio la notte del 16 maggio è arrivata la prima telefonata. Il cooperante dal carcere di Caracas ha parlato con la famiglia, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli lo definì «un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica».

Un mese prima, ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull'impegno delle istituzioni, garantendo che «il governo è al lavoro per riportarlo a casa». Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante la donna, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, ha puntato il dito contro l’esecutivo. «Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano - ha detto - E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita».

Una linea che si è poi ammorbidita. «La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza», hanno affermato pochi giorni prima della liberazione i genitori di Alberto: «Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione».

Oggi il giorno della gioia e dei ringraziamenti dei familiari: «Alberto finalmente è libero! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione».