Conflitti
Iran, la stretta che non allenta: la Nobel Narges Mohammadi svanita nel silenzio di Mashhad
Un’ondata repressiva ridisegna la mappa della paura. Intanto Narges Mohammadi, simbolo globale dei diritti, è in isolamento da un mese: accuse ignote, contatti quasi nulli, salute a rischio
All’uscita dell’ospedale Imam Khomeini di Ilam, la porta sfondata e l’odore acre dei lacrimogeni restano impressi come un fermo immagine. Il 4 gennaio — mentre medici e infermieri cercavano di proteggere i feriti entrati dalla strada — i reparti antisommossa, affiancati dai Guardiani della Rivoluzione, circondavano la struttura, sparavano, percuotevano, portavano via chiunque fosse riconducibile alle proteste. In quei minuti, lontano centinaia di chilometri, nella città santa di Mashhad, la Nobel per la Pace 2023, Narges Mohammadi, entrata in un meccanismo di “trattenimento preventivo” il 12 dicembre 2025, non aveva ancora il diritto di parlare: una sola telefonata, il 14 dicembre, poi il buio dell’isolamento. Le accuse? Ancora non rese note, a 30 giorni dall’arresto. È l’istantanea di una repressione che — tra piazze, corsie d’ospedale e camere di sicurezza — ha riaperto in Iran la ferita della violenza di Stato.
Un arresto-simbolo: perché Mohammadi è tornata nel mirino
La sera del 12 dicembre 2025 a Mashhad si celebrava il “settimo giorno” dalla morte dell’avvocato per i diritti umani Khosrow Alikordi, figura stimata per la difesa dei detenuti politici. Le autorità ne hanno parlato come di un infarto; colleghi e attivisti hanno chiesto chiarezza. Alla commemorazione, Narges Mohammadi ha preso la parola — a capo scoperto — ricordando il giovane giustiziato Majidreza Rahnavard e unendo la memoria alle rivendicazioni civili. Poi l’irruzione: agenti in borghese, cariche, spray urticanti, i video che rimbalzano online. Con lei vengono arrestate altre attiviste note: Alieh Motalebzadeh, Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazem. Da allora, spiegano le reti di sostegno, le detenute sono rimaste in isolamento sotto l’egida dei servizi d’intelligence locali; a Mohammadi è stato concesso soltanto un contatto telefonico, due giorni dopo l’arresto. Anche il Comitato norvegese per il Nobel ha chiesto chiarimenti immediati su condizioni e luogo di detenzione.
Secondo le ricostruzioni più accreditate, la stretta su Mohammadi s’inserisce in una sequenza: scarcerata per ragioni mediche nel dicembre 2024, con interventi al cuore e cure in corso, aveva continuato l’attività pubblica e denunciato la morte sospetta di Alikordi. Le fonti familiari riferiscono che durante il fermo a Mashhad sia stata picchiata e portata due volte in pronto soccorso; circostanze che le autorità non hanno confermato. Resta il punto politico: per la potenza simbolica della sua voce, l’arresto è apparso un messaggio diretto a tutta la società civile.
L’onda lunga delle piazze: che cosa sappiamo delle vittime e degli arresti
Dopo il crollo del rial e l’esplosione dell’ennesima crisi sociale, le proteste sono riesplose il 28 dicembre 2025, partite dal Gran Bazar di Teheran e propagate in tutte le province. Tra 31 dicembre e 3 gennaio, la fotografia più prudente e documentata prodotta da Amnesty International e Human Rights Watch parla di almeno 28 persone uccise — inclusi minori — in 13 città di 8 province, e di centinaia di arresti. Organizzazioni come Hengaw e Iran Human Rights hanno aggiornato progressivamente quelle stime, indicando un numero crescente di morti, tra cui alcuni bambini. Nel caos informativo — blackout a intermittenza, social oscurati, famiglie intimidite — il conto sale ancora nelle stime di HRANA, che nei giorni più recenti parla di oltre 500 vittime e più di 10.000 arresti: cifre non verificabili in modo indipendente, ma indicative dell’ampiezza della repressione.
In mezzo a numeri divergenti, alcuni casi hanno messo un volto alle statistiche. La studentessa di moda Rubina Aminian, 23 anni, secondo Iran Human Rights sarebbe stata colpita alla testa a distanza ravvicinata durante una manifestazione a Teheran; la famiglia sarebbe stata poi costretta a una sepoltura lontano da casa. Gli episodi di sequestro dei corpi, funerali blindati e pressioni sui parenti riproducono dinamiche già documentate nel 2022, durante le proteste “Donna, Vita, Libertà”.
Se l’asticella delle vittime totali resta oggetto di contesa, un punto è chiaro: proiettili veri, fucili da caccia caricati a pallini metallici, pestaggi diffusi, ospedali presi d’assalto. Nella mappa della repressione, Lorestan e Ilam emergono fra le aree più colpite, con una partecipazione significativa di minoranze lori e kurde; per Hengaw, nei primi dieci giorni di proteste almeno 27 persone — tra cui 5 minori — sono state uccise e oltre 1.500 arrestate.
Mohammadi, una vita contro l’isolamento: dal libro “White Torture” alle celle di Mashhad
Per comprendere la scelta di detenzione in isolamento, occorre tornare al cuore della battaglia civile di Narges Mohammadi: la denuncia della “tortura bianca” — quel regime di isolamento prolungato che spezza i sensi, sottrae il tempo, corrode la psiche. Nel suo lavoro e nelle campagne della Narges Mohammadi Foundation, l’isolamento in celle segrete è descritto come pratica sistematica dell’apparato di sicurezza per estorcere confessioni forzate, costruire processi e punire i dissidenti. È un paradosso amaro: la donna che ha dedicato anni a svelare l’uso dell’isolamento oggi ne sta sperimentando di nuovo gli effetti, con l’aggravante di condizioni sanitarie delicate.
Il quadro medico non è un dettaglio: la 53enne attivista — più volte operata e con una storia clinica cardiovascolare complessa — avrebbe bisogno di monitoraggi continui e cure specialistiche. La famiglia denuncia che la violenza del fermo e la successiva privazione di contatti con i legali aumentano il rischio di complicazioni. In passato, Human Rights Watch ha chiesto il suo rilascio incondizionato richiamando l’obbligo delle autorità iraniane a garantire cure adeguate a chi è sotto custodia.
Il nodo politico: promessa di ascolto, prassi di repressione
All’inizio del suo mandato, il presidente Masoud Pezeshkian aveva promesso di “ascoltare le legittime richieste” e “dialogare”. Poche settimane dopo, la realtà delle piazze e la narrativa della Guida Ali Khamenei — “nemici” e “rivoltosi” — hanno smentito quell’apertura. Secondo i rilievi di Amnesty e HRW, le forze di sicurezza hanno impiegato fucili, shotgun a pallini metallici, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, pestaggi e arresti arbitrari in massa, in un repertorio già visto nel 2022. Dalla polizia FARAJA ai Pasdaran (IRGC), la catena di comando è rimasta intatta, così come l’impunità: il messaggio all’opinione pubblica è che la protesta — anche pacifica — verrà trattata come minaccia esistenziale.
Il risultato è un cortocircuito: promesse riformiste da una parte, pratica del controllo e del terrore dall’altra. La reazione agli scioperi e alle chiusure dei bazar di Teheran la dice lunga sulla centralità della leva economica come detonatore politico. E in più c’è la geografia: le regioni periferiche, etnicamente composite, pagano — come nel 2022 — un prezzo particolarmente alto, tra fuoco vivo e occupazione di ospedali.
Ospedali, università, bazar: i tre teatri della crisi
- Ospedali presidiati. L’assalto a Imam Khomeini a Ilam è l’episodio più eclatante di una pratica già vista: bloccare i luoghi di cura per intercettare i feriti delle manifestazioni, sottrarli all’assistenza e trasformare la vulnerabilità in arma di controllo.
- Università in piazza. Secondo Iran Human Rights, nei primi 12 giorni si sono registrati sit-in e slogan in almeno 36 atenei, dalla capitale alla provincia. Qui, più che altrove, scatta la retorica del “nemico interno”, che legittima retate e processi lampo.
- Bazar sotto pressione. La scintilla scocca dal cuore commerciale del Paese: i negozi chiusi e gli scioperi diventano barometro della disperazione per inflazione, svalutazione e servizi pubblici in crisi (acqua, elettricità). Quando l’economia si ferma, il potere risponde con la forza.
Il peso dei numeri (e della loro incertezza)
Fare giornalismo in un contesto di blocchi internet, sequestri di salme, pressioni sui familiari e processi senza pubblicità significa accettare una soglia di incertezza. Ecco, in sintesi, il perimetro delle evidenze più solide fin qui:
- Tra 31 dicembre 2025 e 3 gennaio 2026: almeno 28 uccisi, inclusi minori, documentati da Amnesty International e Human Rights Watch in 13 città e 8 province; uso diffuso di munizioni vere e pallini metallici.
- Nei primi 10 giorni di proteste: Hengaw verifica l’identità di almeno 27 morti (tra cui 5 minori) e oltre 1.500 arresti.
- Entro il 12 gennaio 2026: stime più alte di HRANA parlano di oltre 500 vittime totali e più di 10.000 arresti; dati non verificati in modo indipendente, ma coerenti con testimonianze di violenza diffusa e larga scala delle proteste.
Questa forbice non è un dettaglio statistico: è l’effetto di una strategia deliberata che rende il dato un campo di battaglia — oscurare, intimidire, confondere — perché senza numeri non c’è responsabilità, e senza responsabilità i cicli di violenza si ripetono.
Cosa chiede la società civile internazionale
Le richieste sono tre, chiare e immediate:
- Liberazione senza condizioni di Narges Mohammadi e di tutte le persone arrestate a Mashhad il 12 dicembre 2025: la detenzione in isolamento prolungato, in assenza di capi d’imputazione noti e con condizioni mediche precarie, viola gli standard internazionali sui diritti dei detenuti.
- Stop all’uso illegale della forza contro i manifestanti e indagini indipendenti sugli omicidi di piazza: Amnesty e HRW chiedono il divieto dell’uso di armi letali contro assembramenti non armati, la fine delle fucilate a pallini metallici a distanza ravvicinata e il perseguimento giudiziario di chi ordina e commette abusi.
- Accesso umanitario e tutela dei minori: protezione effettiva degli ospedali, garanzia di visite e assistenza legale ai detenuti minorenni, trasparenza su arresti e decessi. I casi documentati da Iran Human Rights e Hengaw, come la morte di Rubina Aminian e di altri under 18, chiedono luce.
Perché la vicenda Mohammadi conta oltre i confini dell’Iran
La figura di Narges Mohammadi è un prisma: parla di pena di morte (che lei combatte da anni), di diritti delle donne, di libertà di espressione e, soprattutto, di tortura bianca — un tema spesso relegato alle note a piè di pagina dei rapporti internazionali. Il suo arresto nel giorno del ricordo di Khosrow Alikordi unisce due storie: la repressione che spezza i corpi (in piazza, in ospedale, nelle celle) e quella che tenta di spegnere le voci (gli avvocati, i giornalisti, le attiviste). L’una vive dell’altra.
Se la mobilitazione internazionale ha un senso, è qui: pretendere tracciabilità dei detenuti, visibilità dei procedimenti, accesso alle cure, fine dell’isolamento punitivo. Per Mohammadi e per tutte e tutti gli altri, noti o anonimi, finiti nelle maglie di un sistema che dall’isolamento ricava potere.
Cosa aspettarsi (e cosa no) nelle prossime settimane
- Probabile prosecuzione del blackout informativo a ondate, specie nelle province più mobilitate.
- Crescente pressione diplomatica — dichiarazioni, sanzioni mirate, richieste di indagine ONU — con efficacia variabile sul terreno.
- Sul piano interno, oscillazioni tra “gesti di distensione” (rilasci temporanei, promesse di inchieste) e stretta giudiziaria (processi per “collusione contro la sicurezza nazionale”, nuove condanne esemplari).
In questo scenario, la condizione di Narges Mohammadi resta un indicatore. Il giorno in cui sapremo con certezza dove si trovi, di cosa sia accusata, chi la difenda e quali cure riceva, sarà anche il giorno in cui — forse — la società civile iraniana avrà strappato un primo, minimo, spazio alla nebbia. Fino ad allora, i tre verbi da tenere insieme sono: documentare, proteggere, insistere.