13 gennaio 2026 - Aggiornato alle 12 gennaio 2026 23:41
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l'allarme

Campi Flegrei, lo studio più recente che non fa dormire sonni tranquilli. Quanto è probabile una nuova eruzione?

Tra sollevamenti del suolo, scosse e nuovi modelli del vulcano, la domanda che conta è una: quanto è vicino (e quanto è probabile) un nuovo capitolo della storia eruttiva?

Redazione La Sicilia

12 Gennaio 2026, 20:56

21:39

Campi Flegrei, l’inquietudine sotto i nostri piedi: cosa dicono davvero gli studi più recenti

Una sera di fine primavera, alle 20:10 ora locale del 20 maggio 2024, l’aria di Pozzuoli si è riempita di allarmi e chiamate: un boato, poi una scossa. La magnitudo maggiore, stimata 4.4, ha fatto tremare finestre fino a Napoli, spingendo residenti e famiglie a riversarsi in strada, qualcuno con il pigiama sotto una giacca improvvisata. In quelle ore l’Osservatorio Vesuviano dell’INGV ha contato circa 150 terremoti: un tipico “sciame sismico”, ma con un picco raro per i Campi Flegrei. Le crepe sui muri, qualche edificio inagibile, scuole e strutture evacuate: il vulcano più sorvegliato d’Europa tornava protagonista del discorso pubblico. L’evento, studiato nel dettaglio da ricercatori italiani e internazionali, è diventato una lente per capire meglio la dinamica profonda della caldera e la natura del bradisismo, quel lento saliscendi del suolo che da decenni scandisce la vita dell’area flegrea.

Cosa è successo davvero il 20 maggio 2024 (e perché è importante)

Secondo una recente analisi pubblicata su Communications Earth & Environment, il terremoto del 20/05/2024 è stato «senza precedenti» nell’era strumentale flegrea per il parametro Md (4.4), pur risultando più modesto in altre scale di magnitudo. L’epicentro nell’area della Solfatara, a circa 2.6 km di profondità, e la distribuzione dei danni suggeriscono il ruolo chiave di fluidi in pressione nel favorire la rottura crostale: una dinamica coerente con la progressiva transizione delle rocce dall’elasticità alla plasticità man mano che l’inflazione prosegue. Il dato cruciale è che, nonostante la magnitudo non eccezionale per standard globali, l’evento ha prodotto persino una piccola subsidenza “co-sismica”, seguita da un ulteriore centimetro circa nelle ore successive: indizi di un sistema idrotermale e magmatico che dialogano, e che possono innescare fratture anche senza un’imminente risalita di magma verso la superficie.

Il ruolo del magma: dal lungo periodo alle scosse di questi anni

Negli ultimi anni gli scienziati hanno affinato la comprensione del “motore” flegreo. Una pubblicazione del 2024 ha messo in luce come sia il magma profondo, insieme ai gas, a guidare il bradisismo e le variazioni geochimiche misurate in superficie. Questo non equivale a dire che l’eruzione sia imminente; significa, piuttosto, che l’alimentazione profonda è attiva e può produrre deformazioni e sismicità senza necessariamente sfociare in un’eruzione. È un’informazione fondamentale per leggere gli sciamamenti sismici del 2023–2025 (con picchi di Md 4.2–4.6 e sequenze con centinaia di scosse), e inquadrare la situazione in una logica di rischio: eruzione non esclusa, ma non determinata solo dal trend attuale; impatto però già tangibile per effetto di terremoti superficiali e deformazioni del suolo su una zona densamente abitata.

Nuove lenti per vedere dentro la caldera: dallo “strato debole” ai modelli 3D

Uno studio dell’INGV pubblicato su AGU Advances nel 2025 ha identificato uno “strato debole” tra 3–4 km di profondità: una zona più fragile e permeabile del previsto, dove magma e fluidi possono accumularsi e deviare il loro percorso, favorendo deformazioni e sismicità. Questa transizione meccanica aiuta a spiegare perché alcune intrusioni si arrestino, “abortendo” l’eruzione, mentre altre — se rapide e voluminose — potrebbero superarla. È un tassello che aggiunge struttura al disegno della caldera e alle sue dinamiche a medio termine.

Nel 2025 una tomografia magnetotellurica 3D ha fotografato la caldera fino a circa 20 km di profondità, mai così in dettaglio. Le immagini delineano il sistema magmatico trans-crostale e le sue connessioni, migliorando i parametri dei modelli previsionali. Non è un “radar dell’eruzione”, ma uno strumento per stimare dove e come la pressione possa ridistribuirsi in futuro.

Le “firme” termiche prima delle scosse

Un filone di ricerca diverso, ma complementare, ha mostrato come in alcuni casi le scosse maggiori siano state precedute da variazioni della temperatura del suolo rilevate da sensori satellitari come ECOSTRESS a bordo della ISS. Un lavoro pubblicato nel 2025 segnala, ad esempio, un aumento di circa +5 °C il 17 maggio 2024, tre giorni prima della scossa Md 4.4, e di +7 °C il 21 settembre 2023 prima dell’evento Md 4.2 del 27 settembre. Non è (ancora) un sistema d’allerta autonomo, ma un’ulteriore “spia” utile se integrata nei protocolli di monitoraggio multiparametrico.

“E' allarme eruzione?” Domande legittime, risposte con i piedi per terra

Esistono segnali di un’eruzione a breve? Gli scienziati dell’INGV ribadiscono che, allo stato attuale, non ci sono evidenze robuste di un’eruzione imminente. La sismicità e il sollevamento sono significativi e monitorati, ma rientrano nello scenario del bradisismo alimentato da fluidi e da magma profondo che non sta necessariamente risalendo verso la superficie con volumi critici. La prudenza è d’obbligo, perché il sistema può cambiare, ma il messaggio istituzionale resta: vigilanza alta, allarmismo no.

Quanto è “nuovo” lo scenario? Il bradisismo è noto e documentato almeno dagli anni Cinquanta e ha conosciuto fasi intense nel 1970–72 e 1982–84. Dal 2005 è ripartito un nuovo ciclo, con trend crescenti di sismicità e deformazioni. I picchi degli ultimi anni hanno riacceso i riflettori, ma si inseriscono in una storia più lunga. I modelli pubblicati tra 2025 e 2026 provano a legare questi cicli con parametri fisici meglio vincolati.

Che cosa cambierebbe in caso di accelerazione? Un cambio di regime — ad esempio incremento sostenuto e anomalo della deformazione, variazioni geochimiche coerenti con degassamento magmatico a bassa profondità, sismicità più superficiale e localizzata con segnali di rottura persistenti — modificherebbe il quadro. Per questo il monitoraggio è h24, e gli indicatori sono letti insieme, non isolati.

Perché gli scienziati insistono sui “tempi lunghi” (e sui dettagli che contano)

La tentazione di cercare un semaforo rosso-verde — “eruzione sì/no” — è comprensibile, ma la scienza dei sistemi calderici lavora su probabilità e scenari. Un nuovo studio uscito il 12 gennaio 2026 propone un modello di evoluzione del bradisismo su scala decennale, costruito sul “worst case” per valutare che cosa servirebbe, fisicamente, perché l’inquietudine attuale scali verso un’eruzione. La conclusione-chiave, prudente ma utile al pubblico, è che le condizioni oggi osservate non sarebbero sufficienti da sole a generare un evento eruttivo: per un salto di fase servirebbero nuove e diverse condizioni di intrusione magmatica a bassa profondità. Questo non è un lasciapassare a ignorare i segnali, ma una cornice per pesare le notizie e distinguere tra fisiologia del sistema e vera anomalia.

Densità urbana e vulnerabilità: il rischio è qui e ora

I Campi Flegrei non sono un vulcano remoto: attorno e sopra la caldera vivono centinaia di migliaia di persone, con infrastrutture, scuole, ospedali, una linea di costa complessa. Ciò significa che anche sismi di magnitudo 4–4.6 possono causare danni non trascurabili in edifici non adeguati. Nel 2024 e 2025, dopo scosse notturne, si sono contate evacuazioni precauzionali, interdizioni temporanee, persino accoglienze d’emergenza. Il rischio, dunque, non è solo l’eruzione “catastrofica” evocata dal mito pop, ma l’impatto accumulato di scosse frequenti su un territorio densamente costruito. È qui che scienza, urbanistica e protezione civile devono parlarsi ogni giorno.