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Davos, l’Italia tenta il “posto in cabina di regia” su Gaza: Meloni punta al Board della pace e a un dialogo diretto con il nuovo Trump

A Davos, tra neve e dossier che scottano, Roma prova a trasformare l’inedito tavolo internazionale su Gaza in un’occasione di leadership: porte aperte al “Board of Peace”, incastri diplomatici tra Stati Uniti, Europa e Medio Oriente

Redazione La Sicilia

12 Gennaio 2026, 21:15

Davos, l’Italia tenta il “posto in cabina di regia” su Gaza: Meloni punta al Board della pace e a un dialogo diretto con il nuovo Trump

A Davos, dove il World Economic Forum riunisce dal 19 al 23 gennaio 2026 capi di Stato, banchieri centrali e amministratori delegati, l’aria è più tagliente del solito: oltre ai temi globali — crescita, energia, intelligenza artificiale, catene del valore — aleggia una parola nuova nel lessico della crisi mediorientale: “Board of Peace”. Un organismo internazionale pensato per governare la transizione post-bellica nella Striscia di Gaza, coordinare la ricostruzione e rendere operativo un cessate il fuoco duraturo. L’Italia è tra i Paesi candidati a entrarvi; e Giorgia Meloni, premier che ha costruito negli ultimi mesi una fitta rete con Washington, Bruxelles e i partner arabi, arriva in Svizzera con l’obiettivo di esserci nella stanza dove si deciderà la fase due del piano su Gaza.

Davos 2026: il teatro e il tempo della diplomazia

Il palcoscenico: l’Annual Meeting del World Economic Forum, edizione numero 56, con il tema “A Spirit of Dialogue”, concepito per disinnescare fratture geopolitiche e rimettere al centro la cooperazione. Le date sono fissate: 19–23 gennaio 2026. L’agenda ufficiale promette oltre 200 sessioni pubbliche e un fitto fuori-programma di incontri riservati. Le attese della vigilia parlano di un’attenzione speciale a tre snodi: geopolitica, resilienza economica e tecnologie trasformative, con la generative AI in prima fila.

La posta in gioco: riannodare i fili tra Stati Uniti e Unione europea dopo mesi di tensioni commerciali, mantenere aperto il canale con i Paesi del Golfo e tradurre in architettura di governance la tregua fragile tra Israele e Hamas.

Su questo terzo punto si innesta il dossier che più interessa Palazzo Chigi: il “Board of Peace” (o Board per Gaza), il nocciolo dell’iniziativa americana per consolidare il cessate il fuoco e avviare la gestione transitoria dell’enclave palestinese.

Che cos’è il “Board of Peace” e perché conta per l’Italia

Il “Board of Peace” è concepito come un meccanismo di governance internazionale per la fase post-bellica a Gaza: una “cabina di regia” politico-amministrativa capace di coordinare sicurezza, ricostruzione, aiuti umanitari e rilancio economico. Nelle intenzioni statunitensi, il Board dovrebbe lavorare in parallelo — e in raccordo — con una Forza internazionale di stabilizzazione e con un comitato palestinese di tecnici incaricato della gestione quotidiana dei servizi.

Negli ultimi mesi l’ipotesi ha preso forma in tre passaggi chiave: la progressiva definizione di una road map di pace sponsorizzata da Washington, con il sostegno di partner europei e arabi e l’obiettivo di una transizione di sicurezza che porti alla demilitarizzazione di Gaza e alla riorganizzazione dell’amministrazione locale; il sostegno politico espresso dal governo italiano all’architettura del piano, valutata “ambiziosa” ma in grado di favorire “cessazione permanente delle ostilità”, “rilascio degli ostaggi” e “accesso umanitario pieno e sicuro”; l’emergere di un possibile vertice operativo della struttura: l’ex inviato Onu Nickolay Mladenov, figura che negli anni scorsi ha mediato tra Israele e Hamas, è indicato da fonti diplomatiche come il profilo scelto da Washington per dirigere il Board. Nelle ore precedenti a Davos, Mladenov ha incontrato a Ramallah il dirigente dell’Autorità nazionale palestinese Hussein al‑Sheikh, e ha avuto colloqui a Gerusalemme con Benjamin Netanyahu, segnale che l’ingegneria istituzionale del Board si sta muovendo sul terreno.

Perché l’Italia vuole entrarci? Tre le ragioni principali: peso politico e credibilità atlantica: la presenza italiana nel Board consoliderebbe il ruolo di Roma come ponte tra Stati Uniti e Unione europea, ruolo coltivato da Meloni in questi mesi anche attraverso contatti diretti con Donald Trump e un dialogo non interrotto con Ursula von der Leyen. stabilizzare Gaza è un interesse strategico per l’Italia, per ragioni di sicurezza, energia, rotte marittime e gestione dei flussi migratori; dalla Cooperazione italiana alle grandi imprese dell’ingegneria e delle costruzioni, fino alle utility, l’ecosistema Paese può contribuire alla ricostruzione con competenze e progetti, a condizione che le regole siano chiare e che la cornice politica regga.

Chi siede al tavolo: un mosaico in via di composizione

Le tessere del mosaico non sono tutte al loro posto. Secondo ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, tra i Paesi che Washington vorrebbe nel Board figurano Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Italia, Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Il profilo dei rappresentanti potrebbe essere a livello di capi di governo o di vertice politico, ma la prudenza resta d’obbligo: “pacchetto non chiuso” è la formula più ripetuta dagli sherpa. Sul fronte istituzionale, è in valutazione anche il coinvolgimento dei vertici di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale come garanti della parte finanziaria, a testimonianza che la ricostruzione richiederà una massa critica di risorse e regole.

Resta inoltre da definire il perimetro della Forza internazionale di stabilizzazione: i contorni essenziali — mandato di sicurezza, addestramento di una nuova polizia palestinese, coordinamento con il Board — sono noti; i dettagli su comando, composizione e tempi di dispiegamento sono invece in negoziazione. L’Italia, tradizionalmente attiva nelle missioni di pace, potrebbe essere chiamata a un contributo calibrato, tanto più se siederà nel Board.

La variabile americana: il “nuovo” Trump e gli equilibri transatlantici

Dopo il ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha messo il dossier Gaza in cima alle priorità di politica estera, definendolo una “demolition site” da trasformare in un cantiere di ricostruzione con il coinvolgimento massiccio della comunità internazionale. Il rapporto tra Meloni e Trump, cementato da incontri a Mar‑a‑Lago e da un successivo faccia a faccia alla Casa Bianca nell’aprile 2025, ha già prodotto risultati concreti sul fronte del dialogo tra Usa ed Ue — passaggio non banale nella stagione dei dazi e dei reciproci nervi scoperti. La Premier italiana si propone come “pontiera” tra Bruxelles e Washington: una postura che a Davos sarà messa alla prova con contatti ad alto livello della delegazione americana e con eventuali trilaterali informali insieme ai vertici comunitari.

Il cantiere Gaza: tra tregua fragile, aiuti e ricostruzione

Il successo del Board dipenderà dalla realtà sul terreno. La fase uno — cessate il fuoco, scambio di ostaggi e prigionieri, corridoi umanitari — resta precaria. Anche nelle ultime settimane, le denunce di nuove esplosioni e raid hanno ricordato quanto sia instabile l’equilibrio. Su questo crinale, Roma ha moltiplicato i segnali di attenzione: dalla gestione di crisi legate alle missioni umanitarie in Mediterraneo orientale, alla diplomazia preventiva per evitare incidenti in mare, fino ai colloqui con Tel Aviv per garantire che eventuali abbordaggi di flotte civili dirette verso Gaza avvengano senza uso della forza.

Il giorno in cui il Board verrà formalmente varato — Davos potrebbe essere l’occasione per annunciare composizione e roadmap — si aprirà lo spartito più complesso: finanziamento della ricostruzione, governance dei progetti, priorità infrastrutturali, criteri di trasparenza. Gli organismi finanziari internazionali stimano fabbisogni di decine di miliardi di dollari per i prossimi 3–5 anni, solo per riportare in funzione servizi essenziali, sanità, rete idrica, elettricità e scuole. La componente sicurezza, con la possibile Forza internazionale di stabilizzazione, richiederà un coordinamento strettissimo con Israele e con i nuovi assetti amministrativi palestinesi.