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Trump promette aiuti, non meglio precisati, all'Iran e minaccia dazi al 25% a chi commercia con Teheran

Sullo sfondo, il presidente americano lavora a un possibile cambio di regime: nel fine settimana il suo emissario, Steve Witkoff, ha incontrato in segreto l’ex principe ereditario in esilio, Reza Pahlavi

Redazione La Sicilia

13 Gennaio 2026, 22:30

14 Gennaio 2026, 00:10

Trump promette aiuti, non meglio precisati, all'iran e minaccia dazi al 25% con chi commercia con Theran

Donald Trump irrigidisce la linea sull’Iran, dopo l’invito del Dipartimento di Stato agli statunitensi a lasciare immediatamente il Paese: minaccia dazi del 25% a chiunque intrattenga scambi con Teheran, annulla ogni incontro con emissari della Repubblica islamica e preannuncia un intervento – non meglio precisato – in sostegno dei manifestanti uccisi dalla repressione. "Mi piace vincere", ha detto il presidente americano rispondendo ad una domanda di Cbs news. Quando gli è stato chiesto cosa intendesse per "vincere" il tycoon ha elencato una serie di operazioni militari condotte durante il suo primo e secondo mandato. "Quello che sta succedendo in Iran non va bene. Un conto è protestare, un altro è uccidere migliaia di persone. Vedremo come andrà a finire per loro. Non andrà a finire bene", ha aggiunto. 

Intanto il Dipartimento di Stato americano ha chiesto ai cittadini americani di lasciare subito l'Iran e "se possibile valutare la possibilità di partire via terra, dirigendosi verso l'Armenia o la Turchia". Il dipartimento ha raccomandato agli americani di "cercare mezzi di comunicazione alternativi" a causa delle "continue interruzioni di internet" e di "avere un piano di partenza che non dipenda dall'assistenza del governo Usa".

Sullo sfondo, lavora a un possibile cambio di regime: nel fine settimana il suo emissario, Steve Witkoff, ha incontrato in segreto l’ex principe ereditario in esilio, Reza Pahlavi, che punta a ritagliarsi un ruolo di leadership “transitorio” in caso di collasso del sistema.

Mentre le capitali europee, da Roma a Berlino, convocano gli ambasciatori iraniani per condannare il bagno di sangue, Mosca e Pechino alzano i toni contro le nuove minacce statunitensi a un alleato strategico. “Chi intende usare i disordini in Iran come pretesto per un attacco come quello di giugno deve essere consapevole delle conseguenze disastrose di tali azioni per la situazione in Medio Oriente e per la sicurezza internazionale globale”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, accusando “forze straniere ostili all’Iran” di voler “sfruttare le crescenti tensioni sociali per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano”.

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano (circa il 13-15% delle sue importazioni complessive), ha condannato i nuovi dazi e avvertito che difenderà “con decisione i suoi legittimi diritti e interessi”.

Trump ha rilanciato su Truth, rivolgendosi ai manifestanti: “Patrioti iraniani, continuate a protestare — prendete il controllo delle vostre istituzioni! Annotate i nomi degli assassini e di chi abusa. Pagheranno un prezzo altissimo. Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’uccisione insensata dei manifestanti non si ferma. L’aiuto è in arrivo. Miga!!!”.

Resta da capire quale aiuto intenda fornire, dopo l’annuncio dei dazi e l’appello a Elon Musk perché garantisca Starlink agli oppositori. Il presidente ha convocato alla Casa Bianca il team per la sicurezza nazionale, senza partecipare di persona, per valutare un ventaglio di opzioni del Pentagono più ampio del previsto.

Tra i potenziali bersagli figurano il programma nucleare iraniano, con azioni che andrebbero oltre i raid aerei di giugno, e i siti di lancio dei missili balistici, riferisce il New York Times. Le ipotesi considerate più probabili restano un’operazione informatica o colpi mirati contro l’apparato di sicurezza interno, accusato dell’uso della forza letale contro i dimostranti.

Un attacco missilistico richiederebbe la presenza in zona di una portaerei, che al momento manca dopo lo spostamento della USS Gerald Ford nei Caraibi per l’operazione contro il Venezuela. Washington teme inoltre ritorsioni contro le proprie basi nella regione, minacciate da Teheran e dai suoi alleati. I Paesi arabi e musulmani limitrofi paventano il caos.

All’interno dell’amministrazione si confrontano due linee: quella interventista, guidata dal segretario di Stato Marco Rubio e dal capo del Pentagono Pete Hegseth, e quella più cauta del vicepresidente JD Vance, vicino alla base Maga. Trump sembra orientato verso una qualche forma di attacco, ma deve ancora definire l’obiettivo strategico.

Secondo Ray Takeyh, senior fellow del Council on Foreign Relations, il tycoon potrebbe colpire le Guardie Rivoluzionarie, centrali nella repressione: un’azione del genere potrebbe rassicurare la popolazione e “influenzare gli indecisi nel decidere se unirsi o meno alle proteste”. Concorda Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House, che avverte però: “potrebbe anche giocare ulteriormente a favore di un regime paranoico, rafforzandone l’unità e spingendolo a reprimere ancora di più”.

Vali Nasr, docente alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, ricorda che tra 130 e 150 città iraniane sono state coinvolte dalle proteste: “Cercare di colpire le forze di sicurezza in tutte queste città, o anche solo nelle principali, richiede ben più di qualche raid aereo”. Poiché Trump probabilmente “non vuole sporcarsi le mani, un attacco dimostrativo potrebbe essere più in linea con ciò che ha in mente”.

In ogni caso, osserva Behnam Ben Taleblu della Foundation for Defense of Democracies, l’impatto sarebbe notevole anche nel caso di un passo indietro: l’inazione “rafforzerebbe la narrazione del regime secondo cui l’America non è in grado di mantenere le promesse”.

Il presidente ha ribadito la promessa di sostegno parlando a Detroit: “Gli aiuti arriveranno presto”, ha detto, aggiungendo “Pagheranno un prezzo molto alto”. E ancora: “Fate l’Iran di nuovo grande, era un grande Paese fino a quando sono arrivati questi mostri e l’hanno preso. È tutto molto fragile”, ha ripetuto davanti al Detroit Economic Club, invitando i dimostranti a prendere il controllo delle istituzioni “se possibile” e a segnare i nomi di “chi uccide e commette abusi” perché questi “pagheranno un prezzo molto alto”.

Secondo NetBlocks, “l’Iran è ormai offline da 120 ore”: sebbene “alcune telefonate ora funzionino, non esiste un modo sicuro per comunicare e la popolazione rimane isolata dal resto del mondo”. Le immagini che filtrano, conclude l’osservatorio, “mostrano un uso massiccio della forza contro i civili”.