Esteri
Groenlandia, la nuova faglia dell’Occidente. Trump: «Gli Stati Uniti hanno bisogno dell'isola per la sicurezza nazionale»
Tra radar artici, terre rare e scudi antimissile: la scommessa del presidente Usa e l’avvertimento dell’Europa che un vulnus alla sovranità danese avrebbe conseguenze senza precedenti
Una finestra della Casa Bianca inquadra una mappa dell’Artico. Sotto, una didascalia secca: “Tap to monitor the situation”. Poche ore dopo, un altro messaggio: “Which way, Greenland man?”, con la citazione di Donald Trump: “Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale… Se non lo facciamo noi, lo faranno Russia o Cina”. È la strategia resa meme, un linguaggio provocatorio accompagnato da una richiesta politica durissima: portare la più grande isola del pianeta, territorio autonomo della Danimarca, sotto controllo americano per rendere la NATO “più formidabile” e accelerare un progetto di scudo, battezzato dallo stesso Trump “Golden Dome”. Gli europei, a cominciare da Emmanuel Macron, rispondono con un monito: toccare la sovranità danese aprirebbe una fase “inedita” e pericolosa nelle relazioni tra alleati.
Il ritorno della dottrina artica di Trump
La tesi del presidente americano è semplice e perentoria: la Groenlandia è “vitale” per la sicurezza degli USA. Non solo per le prospettive minerarie, ma soprattutto per la geografia strategica: nel Nord Ovest dell’isola, a Pituffik Space Base (l’ex Thule Air Base), è installato uno dei principali radar del sistema di allerta precoce contro i lanci di missili balistici e un nodo chiave di sorveglianza spaziale. In altre parole, un tassello dell’architettura che protegge il continente nordamericano e l’Alleanza.
Trump lo ha detto chiaro: la Groenlandia deve essere “nelle mani degli Stati Uniti”, perché “qualsiasi alternativa è inaccettabile” e perché la NATO diventerebbe “molto più efficace” se l’isola fosse americana. Il riferimento al “Golden Dome” — progetto poco dettagliato nelle sue capacità — suggerisce un potenziamento di scudo antimissile e sensori avanzati in un teatro artico sempre più militarizzato. Un’agenda che arriva mentre l’Amministrazione ribadisce che, se necessario, “tutte le opzioni” restano sul tavolo.
Nello stesso arco di giorni, la Casa Bianca ha diffuso post e immagini pensate per parlare ai groenlandesi: comunicazione assertiva — e divisiva — per guadagnare consensi locali e logorare la posizione danese in un gioco a tre con Mosca e Pechino sullo sfondo.
L’Europa risponde: “La sovranità non si tocca”
La reazione europea è stata immediata. In visita a Nuuk nel giugno 2025, Emmanuel Macron ha sancito la linea: “La Groenlandia non è in vendita, né da prendere”. Ha aggiunto che certe mosse “non si fanno tra alleati”, rimarcando la solidarietà della Francia e dell’Unione Europea a Danimarca e Groenlandia, e aprendo a cooperazioni su materie prime critiche e sicurezza artica. Più di recente, lo stesso Macron ha avvertito che mettere in discussione la sovranità di un alleato europeo produrrebbe “conseguenze senza precedenti”.
La posizione è condivisa dalle istituzioni europee. La Commissione ha intensificato il legame con l’isola, ha aperto un ufficio UE a Nuuk nel 2024 e ha firmato un Memorandum d’intesa con il governo groenlandese sulle catene del valore delle materie prime critiche, un capitolo nevralgico della transizione verde europea e della riduzione delle dipendenze strategiche.
“Scegliamo la Danimarca”: la voce di Nuuk
Sul versante groenlandese, il messaggio è arrivato con parole inequivocabili: “Noi scegliamo la Danimarca… scegliamo la NATO… scegliamo l’UE”. Sotto pressione per settimane, la leadership di Nuuk ha ribadito che l’isola — popolazione poco sopra le 56mila persone — non accetterà alcuna cessione di sovranità e che ogni decisione sul futuro spetta ai groenlandesi, nel quadro dell’autogoverno e del rapporto costituzionale con Copenaghen.
Dopo colloqui “franchi” alla Casa Bianca con il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia hanno definito “assolutamente non necessaria” l’ipotesi americana di acquisire l’isola e hanno riaffermato il principio di sovranità e autodeterminazione.
Perché la Groenlandia è un perno strategico
Posizione e sensori. A Pituffik opera il 12th Space Warning Squadron con il sistema BMEWS di allerta contro missili intercontinentali e un’infrastruttura di sorveglianza spaziale. Il sito è la base militare statunitense più a nord, porta d’accesso a rotte polari e corridoi aerei tra Nord America ed Eurasia.
Interdizione e deterrenza. Esperti di difesa segnalano che, nell’era dei missili ipersonici, serve aggiornare la difesa integrata dell’area per proteggere radar e assetti: la Groenlandia diventa così un nodo sia di rilevamento sia di possibile “cortina” antimissile.
Nuova corsa artica. La Russia rafforza flotte e rompighiaccio nucleari lungo la Rotta del Mare del Nord, mentre la Cina proietta la sua “Via della Seta Polare” economica, anche tramite interessi minerari. Per Washington, mettere la bandiera (o almeno aumentare il controllo) in Groenlandia varrebbe doppio: sicurezza e accesso a materie prime critiche.

Minerali strategici: tra terre rare, grafite e nuove regole del gioco
Nelle viscere dell’isola si trovano 25 delle 34 materie prime considerate “critiche” per l’UE: dalle terre rare alla grafite per le batterie. Progetti come Tanbreez (terre rare) e Amitsoq (grafite) sono già nel radar dei governi occidentali. La Export–Import Bank degli Stati Uniti ha valutato un finanziamento da 120 milioni di dollari per Tanbreez, mentre Nuuk ha concesso a fine 2025 una licenza trentennale al progetto Amitsoq, sostenuto a livello europeo.
Sul terreno si gioca anche una partita di influenza: Reuters ha rivelato che funzionari americani e danesi hanno fatto pressing perché Tanbreez non finisse a compratori legati a Pechino, favorendo un acquirente USA. Nello stesso tempo, l’UE ha negoziato con Nuuk un partenariato per sviluppare catene del valore sostenibili: regole, investimenti, integrazione industriale. Due approcci diversi, stessa posta in gioco.
Il dossier più controverso resta Kvanefjeld, maxi giacimento di terre rare con uranio associato: la politica groenlandese ha imposto nel 2021 un divieto all’uranio e oggi è in atto un contenzioso con la società titolare, sostenuta in parte da Shenghe Resources (Cina). Un caso che dimostra quanto sviluppo minerario, tutela ambientale e autodeterminazione indigena possano entrare in attrito.
L’arma della comunicazione: dal “Trump Tower a Nuuk” ai nuovi meme presidenziali
Non è la prima volta che la Groenlandia entra nella narrazione trumpiana. Nel 2019, l’allora presidente pubblicò il celebre fotomontaggio della “Trump Tower” sulla costa groenlandese con la frase “I promise not to do this to Greenland!”, un’ironia che anticipava l’idea — respinta con fermezza da Mette Frederiksen — di “comprare” l’isola. Seguirono settimane di tensione e la cancellazione della visita di Stato a Copenaghen. Nel 2026, la strategia si ripete in chiave più aggressiva: post ufficiali della Casa Bianca e dichiarazioni martellanti a ridosso di incontri diplomatici con Danimarca e Groenlandia.
Se si guarda alla percezione interna all’isola, i sondaggi citati dalla stampa internazionale indicano che la vasta maggioranza dei 56–57 mila abitanti non vuole diventare americana: semmai, la traiettoria discussa è quella di una futura indipendenza da negoziare con la Danimarca quando le condizioni economiche lo permetteranno.
NATO e alleati: fino a dove può arrivare lo scontro
C’è poi il tema, delicatissimo, della NATO. La Groenlandia, pur non essendo Stato membro, è parte del Regno di Danimarca, alleato storico con un ruolo chiave nel Nord Atlantico. Trump sostiene che un passaggio sotto bandiera USA renderebbe l’Alleanza “più forte”; ma molti partner europei osservano che mettere a repentaglio l’integrità territoriale di un alleato violerebbe lo spirito del Trattato e indebolirebbe la coesione interna. Non a caso, la risposta europea è stata una catena di solidarietà — e di pianificazione di esercitazioni artiche congiunte — per offrire a Copenaghen e Nuuk un ombrello politico e militare.
Russia e Cina: tra navi rompighiaccio e catene del valore
La narrativa americana insiste su “navi russe e cinesi ovunque” intorno alla Groenlandia. È un quadro che fonti locali hanno contestato nei toni, ma resta il trend: Mosca ha modernizzato la Flotta del Nord e la sua flotta di rompighiaccio nucleari per garantire attività lungo la NSR, mentre Pechino si muove da anni sul fronte delle terre rare e dei metalli critici, anche attraverso partnership o ingressi azionari in progetti minerari. Proprio per questo, UE e USA stanno cercando di “rishorare” o “friend-shorare” porzioni delle catene del valore, e la Groenlandia è uno degli snodi possibili di questa strategia.
Il punto di rottura (che l’Europa vuole evitare)
Nel breve periodo, la contesa si gioca su tre tavoli:
Diplomazia. Copenaghen, Nuuk e Washington hanno avviato un gruppo di lavoro su sicurezza artica e cooperazione, ma le linee rosse danesi e groenlandesi — nessuna cessione di sovranità, rispetto dell’autogoverno — restano invalicabili.
Sicurezza. La Danimarca ha annunciato investimenti e capacità per l’Artico, mentre partner europei preparano attività congiunte di presenza e addestramento. Per Washington, la priorità tecnica è irrobustire sensori e difesa attorno a Pituffik, indipendentemente dall’esito politico.
Materie prime. La UE accelera con partenariati e progetti “strategici” (grafite, molibdeno, terre rare); gli USA sostengono M&A e finanziamenti per evitare ingressi cinesi in asset sensibili. Ma la licenza sociale — in un territorio dove ambiente e diritti indigeni contano — sarà decisiva quanto i capitali.
Cosa c’è davvero in gioco
La Groenlandia è insieme un radar verso il mondo e uno specchio dell’Occidente. Il radar è quello fisico, che guarda al Polo in cerca di minacce. Lo specchio riflette gli interrogativi della nostra epoca: come conciliare sicurezza e diritto internazionale tra alleati; come ridurre dipendenze strategiche senza scivolare nel neo-colonialismo; come valorizzare risorse critiche rispettando ambiente e comunità locali.
Su un punto, i fatti sono fermi. La Groenlandia è parte del Regno di Danimarca con autogoverno; ogni cambiamento di status richiede consenso dei groenlandesi e un negoziato con Copenaghen. È su questo terreno che l’Europa chiede di restare.