La questione artica
In Groenlandia il gelo si incrina: anche Parigi manda truppe insieme all’Europa che si muove e Copenaghen sfida Washington
L’“Operazione Arctic Endurance” accende i riflettori sull’isola artica: Francia, Germania e Svezia si uniscono alla Danimarca, mentre il ministro degli Esteri di Copenaghen parla di “disaccordo fondamentale” con gli Stati Uniti sulle ambizioni di Washington
Mentre Donald Trump insiste sull'importanza che la Groenlandia ha per gli Stati Uniti facendone una questione di sicurezza nazionale, l’Europa fa sapere di esserci. Anche la Francia infatti informa che “dei primi elementi militari francesi sono già in rotta verso il Groenlandia. Altri seguiranno”. La missione, cui i paesi europei stanno aderendo, ha un nome che sembra un manifesto: Operazione Arctic Endurance. E un significato politico limpido: la sovranità danese sul più grande scudo di ghiaccio abitato del pianeta non è materia negoziabile.
Un’esercitazione che è anche un messaggio
Ufficialmente è “solo” un addestramento congiunto in condizioni estreme. Nella sostanza è un messaggio a Washington e a chiunque guardi all’Artico come a una terra di nessuno. Fino a questo momento Francia, Germania, Svezia e Norvegia hanno comunicato l’invio di personale per una missione di ricognizione. Da Berlino, il ministero della Difesa precisa che un team di 13 militari della Bundeswehr sarà dispiegato tra giovedì e sabato, con focus su potenziamento di sorveglianza marittima e conoscenza del terreno. Da Parigi trapela che si tratterà di truppe di montagna, rodate al clima polare, senza indicazioni numeriche rese pubbliche. Da Stoccolma arriva una cornice politica: ufficiali svedesi partiranno “per preparare le prossime fasi” dell’esercitazione, su richiesta di Copenaghen.
Dietro la vetrina operativa, il contesto diplomatico è teso. A Washington, dopo colloqui “franchi ma costruttivi” con il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen parla apertamente di un “disaccordo fondamentale” con gli Stati Uniti sul futuro del Groenlandia. Nuuk e Copenaghen ribadiscono: nessuna acquisizione né “controllo” americano sull’isola. Si lavorerà, questo sì, a un gruppo di lavoro trilaterale con gli USA e il governo groenlandese per coordinare la politica artica; ma il nodo resta irrisolto.
Perché la Groenlandia pesa oggi più di ieri
La Groenlandia è un punto d’appoggio strategico nel cuore dell’Atlantico del Nord e un crinale geostrategico tra Nord America ed Europa. Sul suo fianco nord-occidentale sorge la base statunitense di Pituffik Space Base (ex Thule Air Base), la più a nord del Pentagono, rinominata nel 2023 e integrata nella U.S. Space Force. Le sue catene radar per l’early warning missilistico e il tracciamento satellitare sono un nodo della rete che alimenta NORAD e la postura di deterrenza alleata. La presenza americana, legittimata da un accordo di difesa del 1951, è storica; ma non equivale a sovranità né concede scorciatoie giuridiche per “acquisire” il territorio.
Il dossier artico, inoltre, non è solo militare. È anche competizione per rotte che si allungano con il ritiro dei ghiacci, accesso a terre rare e altre materie prime, e controllo di spazi marittimi cruciali per i flussi tra Europa e Pacifico. Nell’ultimo anno la Danimarca ha accresciuto gli stanziamenti per la difesa artica e ha intensificato attività addestrative e di sorveglianza con gli alleati europei. L’Arctic Light 2025, a settembre, ha già mostrato che Copenaghen non intende farsi trovare impreparata nel suo “alto Nord”.
La mossa francese: deterrenza, non escalation
La scelta dell’Eliseo di inserire elementi militari nell’Arctic Endurance va letta più come segnalazione strategica che come scalata. Nella notte, Emmanuel Macron mette nero su bianco su X la partecipazione “su richiesta della Danimarca”; il Ministero delle Forze Armate definisce l’invio come un “esercizio interalleato” a “grande freddo”, con una componente di fanteria alpina specializzata e, verosimilmente, assetti di supporto logistico e medico per operare in ambiente polare. Il messaggio implicito è doppio: copertura politica a Copenaghen e Nuuk, e affermazione della capacità europea di muoversi in tempi rapidi quando si tratta della sicurezza di un territorio di un partner.
In parallelo, Parigi annuncia l’apertura di un consolato in Groenlandia il 6 febbraio 2026: un gesto diplomatico che rende più strutturale la presenza francese sull’isola e consolida i canali con le autorità locali. È un tassello che conferma come l’Artico sia ormai una dimensione stabile della politica estera francese ed europea.
Berlino e Stoccolma: il perno nordico-continentale
Il contributo tedesco – una squadra di 13 militari in ricognizione – è calibrato, ma significativo. Nelle parole del ministero della Difesa tedesco, l’obiettivo è “valutare le condizioni quadro” per ulteriori contributi, in particolare sul fronte delle capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) marittime. È un modo per rendere visibile un impegno che può crescere nel tempo, senza confondere esercitazione e confronto. La Svezia, in fase avanzata di integrazione nella NATO, manda ufficiali per predisporre le fasi successive, dimostrando coerenza con la sua nuova postura di difesa collettiva. Anche la Norvegia segnala presenza con personale selezionato.
Per Copenaghen, che nel frattempo ha annunciato un aumento della presenza militare e nuove manovre coordinate con gli alleati, la partita è anzitutto di credibilità: dimostrare che il Regno di Danimarca – Danimarca, Fær Øer e Groenlandia – è in grado di garantire il controllo del proprio spazio, facendo leva sui meccanismi NATO e sull’ausilio europeo, senza farsi trascinare in un braccio di ferro con gli USA che logorerebbe l’Alleanza.
Washington-Copenaghen: un dialogo che resta complesso
Dopo gli incontri del 14 gennaio alla Casa Bianca, la formula del “frank but constructive” non scioglie i nodi. Lars Løkke Rasmussen lo dice chiaramente: “non tutto è risolto”, resta una divergenza di fondo sull’idea – più volte evocata dal presidente Donald Trump – che gli Stati Uniti “debbano” acquisire il Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale. La creazione di un gruppo di lavoro USA-Danimarca-Groenlandia è un ponte, non un approdo. E intanto l’Unione Europea e numerose capitali ribadiscono che la sovranità del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese non sono materia di scambio.
Sul terreno, gli Stati Uniti restano presenti attraverso Pituffik, installazione cruciale per l’architettura di allerta e difesa missilistica nordamericana. La base – formalmente in territorio danese – opera in virtù dell’accordo del 1951 e dei successivi aggiornamenti: un quadro che consente estensioni funzionali previo coordinamento con Copenaghen e Nuuk, ma non autorizza scorciatoie in tema di sovranità. È su questa distinzione che Copenaghen insiste: cooperazione sì, annessione no.
Che cosa cambia con l’arrivo degli europei
Nel breve periodo, l’Arctic Endurance produrrà più movimenti di aerei, navi e unità leggere sul terreno groenlandese. La popolazione sarà informata da Arktisk Kommando sui corridoi e le finestre di attività. L’obiettivo è minimizzare l’impatto su comunità e ambiente, massimizzando la sicurezza delle operazioni.
La Francia porta in dote competenze in climi estremi e procedure SAR/MEDEVAC utili nel comparto artico; la Germania punta a rinsaldare la catena ISR e a maturare esperienza logistica; la Svezia consolida l’interoperabilità in vista di maggiori responsabilità atlantiche; la Norvegia funge da ponte naturale con l’Alto Nord. Insieme, segnalano una capacità europea di intervento rapido in scenari artici, senza rimpiazzare ma affiancando la cornice NATO.
Politicamente, è un messaggio a Washington: l’Europa non contesta la presenza USA in Groenlandia né il valore di Pituffik; ma respinge l’idea che la sovranità sia una variabile negoziabile. Il gruppo di lavoro trilaterale USA-Danimarca-Groenlandia potrà servire a isolare la cooperazione tecnico-militare dalle dichiarazioni più aggressive.
Il filo rosso: sicurezza senza rotture
La partita del Groenlandia non è destinata a risolversi con una manovra o un tweet. La Danimarca continuerà a rafforzare i mezzi in sede artica, investendo in sorveglianza, navi di pattugliamento, elicotteri e formazione di personale groenlandese, mentre gli alleati europei calibreranno nel tempo i loro contributi. Il 15 gennaio 2026 segna, però, una soglia: l’Europa non resta alla finestra quando la sovranità di un suo Stato membro e la stabilità dell’Artico finiscono in discussione.
La posta è anche transatlantica. Nessun attore europeo ha interesse a fratture con gli Stati Uniti. Ma nessuno può accettare che, in nome della sicurezza, si normalizzi il linguaggio dell’acquisizione di un territorio alleato. La bussola, per ora, è la stessa che guida l’Arctic Endurance: lavorare insieme, in condizioni difficili, per mantenere l’Artico una regione a bassa tensione, difendendo regole e alleanze che hanno garantito equilibri per oltre sett’anni.