il fatto
Milano, fumo tra i referti: il rogo al Sacco che ha svuotato un padiglione in pochi minuti
Archivi coinvolti, esami interrotti, evacuazione rapida. Nessun ferito, ma molte domande sulla sicurezza e la tenuta dei servizi
Il silenzio sospeso di un corridoio d’ospedale interrotto da un odore acre, poi da un brulicare di passi veloci. Sono le 10 del mattino di giovedì 15 gennaio 2026 quando, nel Padiglione 16 dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, una colonna di fumo comincia a farsi strada dai locali dell’Archivio Diagnostica. È l’innesco di una sequenza ordinata e insieme concitata: richiami via interfono, il personale che chiude varchi e apre vie di fuga, i pazienti accompagnati all’esterno. Nell’arco di pochi minuti i Vigili del fuoco sono dentro, in assetto, mentre all’esterno si contano i presenti e si ricompone la catena delle priorità. Nonostante l’impatto, la notizia che conta arriva subito: non ci sono feriti né persone intossicate. E questo, in una mattina Milano in cui l’aria sa di carta bruciata e vernice, è già una risposta.
Cosa è successo e dove
Il rogo ha interessato una porzione del Padiglione 16, in particolare l’area dell’Archivio Diagnostica e alcuni spazi adiacenti dove al momento dell’innesco erano in corso esami e visite. È un’area delicata, di servizio ma strategica: tra scaffali, faldoni e dispositivi di lavoro, si muove ogni giorno quel flusso di informazioni che collega il fronte dell’assistenza con la tutela della memoria clinica. Le fiamme, spiegano le cronache, si sono sviluppate con rapidità sufficiente a imporre un’evacuazione immediata di pazienti e personale. Sul posto sono intervenuti circa trenta operatori dei Vigili del fuoco, con più squadre impegnate prima nello spegnimento e poi nella bonifica. L’incendio è stato circoscritto e domato senza conseguenze per le persone.
L’efficienza dell’evacuazione
La gestione dell’emergenza è stata rapida. Il personale sanitario ha coordinato l’uscita ordinata dei pazienti, compresi coloro che stavano effettuando accertamenti diagnostici. In questo tipo di scenari, la differenza la fa la prontezza con cui si attiva la procedura interna: il suono dell’allarme, la chiusura dei compartimenti antincendio ove presenti, la creazione di corridoi sicuri verso l’esterno, l’assistenza a chi ha mobilità ridotta o si trova in condizioni di fragilità. Stando a quanto riferito da più testate, l’evacuazione ha funzionato e nessuno ha riportato ferite o intossicazioni. Un risultato non scontato in una zona dove la presenza di materiale cartaceo e componenti plastici può alimentare rapidamente fumo e calore.
Le cause: un cantiere aperto di verifiche
Al momento non ci sono elementi ufficiali sulle cause. I tecnici dei Vigili del fuoco e la direzione tecnica dell’ospedale dovranno stabilire l’origine dell’innesco e la dinamica di propagazione. Nelle prime ore successive all’evento, la formula è prudente: “cause da accertare”. In casi simili, l’attenzione si concentra su componenti elettriche, apparati in uso nei locali coinvolti, eventuali punti di criticità noti e la separazione dei comparti antincendio. Le verifiche su impianti e strutture definiranno anche la stima dei danni ai beni materiali, in primis all’archivio.
Danni e continuità dei servizi
Nel colpire un’area documentale e di servizio, l’incendio solleva un interrogativo sensibile: cosa succede alla memoria clinica quando il fuoco tocca un archivio? La risposta dipende dalla ridondanza dei sistemi. Gli ospedali moderni funzionano su logiche di backup: cartelle digitali, copie su server interni e in cloud, piani di disaster recovery. Anche laddove una parte dell’archivio fisico subisca danni, la tenuta del sistema informativo può preservare dati e tracciati clinici. Dalle prime indicazioni, l’attività sanitaria ha proseguito nelle aree non interessate, con la sospensione limitata agli spazi in bonifica. È una scelta che tutela la continuità assistenziale, soprattutto per prestazioni non differibili.