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Il musicista italiano che vive in Groenlandia: «Qui nessuno vuole diventare uno stato Usa»

Tra vertici senza sbocchi e telecamere invadenti, la voce degli abitanti: “Non siamo in vendita”. Cosa sta succedendo davvero nell’Artico e perché l’Europa rafforza la presenza militare sull’isola

Fabio Russello

15 Gennaio 2026, 19:27

19:38

Groenlandia sotto pressione: paura, diplomazia in stallo e una maggioranza che rifiuta l’annessione agli USA

Che cosa succede in Groenlandia? “Troppi microfoni, troppe domande”, sospira al telefono Fabrizio Barzanti, italiano trapiantato in Groenlandia, musicista e tecnico del suono. “Qui c’è una sensazione diffusa di tensione e paura: l’attenzione mediatica aumenta il subbuglio”. Quello che sino a pochi anni fa era un angolo remoto del mondo è diventato un crocevia di potenze, appetiti strategici e nervi scoperti.

Chi è Fabrizio Barzanti

Fabrizio Barzanti, musicista e produttore torinese classe 1964, da oltre un decennio vive a Nuuk, capitale della Groenlandia, dove opera come fonico, compositore e artista indipendente.

Chitarrista fin dall’adolescenza, ha attraversato con naturalezza pop, funk, blues e jazz, esibendosi in club, navi da crociera e hotel in numerose città europee.

Dal 1995 ha intrapreso un percorso professionale fuori dagli schemi che include un ingaggio in Groenlandia, esperienza che nel 2013 lo ha spinto a trasferirsi stabilmente insieme alla moglie.

Nella capitale groenlandese ha fondato i Sauwestari, formazione reggae con testi in lingua inuit dedicati a temi sociali, al colonialismo e al rapporto con l’ambiente.

In parallelo dirige uno studio di produzione che realizza musica, documentari e voice over, e mantiene un’intensa attività concertistica con il Jim Milne Trio.

Di recente è intervenuto sulle crescenti tensioni geopolitiche legate alle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia, facendosi interprete delle preoccupazioni della comunità locale riguardo al futuro.

Un vertice a Washington senza un accordo

Nelle ultime settimane un elemento ha dominato la scena: il confronto a Washington tra Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti. Nella capitale americana, ministri e inviati hanno cercato di disinnescare la crisi aperta dalla rinnovata ambizione di Donald Trump di “ottenere” la Groenlandia — con formule che, secondo varie ricostruzioni, spaziano dall’acquisto al ricorso alla forza. Al termine degli incontri, le parti hanno ammesso una “divergenza fondamentale” e la mancanza di qualsiasi intesa sul futuro di Nuuk. È nata una “task force” bilaterale per continuare a parlarsi, ma i nodi restano sul tavolo. Lo hanno ribadito il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e l’omologa groenlandese Vivian Motzfeldt, segnalando che la sovranità del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi non sono negoziabili. Il quadro, al momento, è uno stallo carico di incognite.

“L’85% non vuole essere annesso”: cosa pensa la popolazione

Mentre le cancellerie misurano le parole, nell’isola prevale un sentimento netto. Un sondaggio pubblicato nei giorni scorsi dai quotidiani danese Berlingske e groenlandese Sermitsiaq e realizzato dall’istituto Verian indica che l’85% dei residenti si oppone all’ipotesi di diventare parte degli Stati Uniti; solo il 6% è favorevole, il 9% indeciso. Quasi la metà (45%) considera l’interesse di Washington una “minaccia”, il 43% un’“opportunità”. È il primo rilevamento rappresentativo ad avere testato in modo diretto questa domanda, come sottolinea il politologo Kasper Møller Hansen dell’Università di Copenaghen. Dati che confermano, su base scientifica, la percezione raccontata da chi vive sull’isola.

La testimonianza dall’isola: paura, giornalisti ovunque, domande sul futuro

“L’85% dei groenlandesi non vuole l’annessione e qui molti definiscono Trump un personaggio pericoloso. Ci si chiede che ne sarà del nostro futuro e dei nostri figli”, racconta Fabrizio Barzanti. A suo dire, la presenza di reporter e inviati speciali nelle strade di Nuuk non aiuta: “La maggioranza non è felice di questo assedio mediatico. Ti fermano, chiedono interviste, si crea disagio”. La sua è la fotografia di un corpo sociale piccolo — circa 57 mila abitanti — e improvvisamente esposto a una pressione esterna senza precedenti. 

La risposta europea: più mezzi, più esercitazioni, un segnale politico

Alla vigilia e nei giorni dei colloqui di Washington, il governo danese ha annunciato il rafforzamento della presenza militare in Groenlandia “in stretta cooperazione con gli alleati NATO”, con dispiegamenti aggiuntivi di navi, aeromobili e personale e una serie di esercitazioni che nel 2026 dovranno irrobustire le capacità di sorveglianza e protezione delle infrastrutture critiche. A sostegno di Copenaghen si sono mossi diversi Paesi europei — tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Finlandia e Paesi Bassi — con contributi rotazionali e team di ricognizione. L’obiettivo dichiarato: aumentare l’impronta alleata nell’Artico in un quadro di deterrenza e stabilità.

“Non è per provocare gli USA”: il messaggio di Copenaghen e Nuuk

Sia Copenaghen sia il governo autonomo di Nuuk insistono su un punto: l’aumento della presenza europea non è un gesto “contro” gli Stati Uniti, ma un investimento di sicurezza a tutela del Regno e dell’Alleanza in un teatro sempre più conteso. La ministra groenlandese Vivian Motzfeldt ha parlato di priorità “rafforzare difesa e sicurezza in e intorno alla Groenlandia” con pieno coinvolgimento delle autorità locali e informazione costante dei cittadini, mentre il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen ha sottolineato la continuità con il percorso già avviato nel 2025 (accordo artico da circa 14 miliardi di corone per nuove unità navali, droni a lungo raggio e satelliti).

Washington, il “gran rifiuto” e le ambiguità del dopo-vertice

Sul fronte americano, la Casa Bianca non ha smussato gli angoli: la richiesta di un controllo diretto sull’isola è stata ripetuta in modo esplicito, legandola a un’esigenza di difesa nazionale e allo scudo missilistico. Dopo gli incontri, fonti danesi e groenlandesi parlano di interlocuzioni “franche” ma senza un terreno comune. Nel frattempo, emissari di Copenaghen e Nuuk hanno avviato un giro di consultazioni con membri del Congresso per consolidare un fronte di sostegno alla linea europea e scongiurare mosse unilaterali.

La vita quotidiana tra nervi tesi e telecamere

Nelle parole di Fabrizio Barzanti c’è un elemento spesso trascurato: il costo umano dell’attenzione globale. L’arrivo di giornalisti, inviati e produzioni non cambia solo l’immagine della Groenlandia, ma interferisce con tempi e spazi di comunità abituate a un ritmo diverso. La popolazione teme che il clamore esterno amplifichi fratture interne — tra desiderio di indipendenza (tema storico del dibattito groenlandese), opportunità economiche e necessità di tutele sociali — senza garantire certezze. È un sentimento che il sondaggio conferma: la maggioranza respinge l’idea di annessione, ma una quota non marginale vede anche opportunità nei nuovi interessi verso l’isola.