scenari internazionali
Gelo artico, la nuova frattura transatlantica che mette alla prova l’Europa: stop all'accordo sui dazi?
A Davos la presidente della Commissione invoca un fronte compatto contro le minacce di Washington. Intanto il segretario al Tesoro Usa minimizza i rischi di ritorsioni finanziarie e nega che l’Europa stia preparando la “vendita” dei Treasury. L’Eurocamera si schiera: risposta unitaria e proporzionata, ma ferma
Nel Congress Centre di Davos c'è una frase destinata a rimbalzare in tutte le capitali: «I dazi sono un errore tra alleati». A pronunciarla, con un tono perentorio, è stata Ursula von der Leyen. Sullo sfondo, la minaccia di dazi statunitensi come leva di pressione nel braccio di ferro che Washington ha aperto con l’Europa sulla sovranità della Groenlandia. E una promessa: la risposta dell’Unione europea sarà «inflessibile, unita e proporzionata». Poche ore dopo, sempre a Davos, il neo segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha cercato di raffreddare gli animi, bollando come «isteria» l’ipotesi che Paesi europei possano scaricare in massa Treasury in segno di ritorsione: «Non c’è nessuna discussione in questo senso», ha assicurato.
Un duello politico e simbolico che corre sull’asse Davos–Bruxelles
L’innesco è noto: la rinnovata spinta della Casa Bianca a ottenere il controllo della Groenlandia, territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca, diventato improvvisamente barometro delle ambizioni strategiche nell’Artico. Nelle ultime settimane, il presidente Donald Trump ha ventilato dazi del 10% contro otto Paesi europei contrari al disegno di Washington. Per Bruxelles, usare il commercio come clava geopolitica tra partner NATO è una deriva pericolosa. Da qui il messaggio di von der Leyen a Davos: ricordare che Ue e Usa avevano «chiuso un accordo commerciale lo scorso luglio» e che «un patto è un patto», un modo per segnalare che si esige coerenza dagli alleati. La Commissione sta lavorando, in parallelo, a un pacchetto per la sicurezza artica che prevede investimenti e cooperazione con partner regionali — dal Canada al Regno Unito — e, soprattutto, la riaffermazione che la sovranità di Groenlandia e Danimarca è «non negoziabile».
Sul fronte opposto, Scott Bessent ha premuto il pedale della calma: i movimenti recenti sul mercato dei bond Usa non sarebbero il segnale di un rigetto europeo, ma l’effetto di dinamiche asiatiche, in particolare sui rendimenti giapponesi. Quanto alle voci di una “opzione nucleare” europea sui Treasury, Bessent le ha definite «una narrazione infondata», arrivando a liquidare come marginali singole dismissioni — per esempio quelle di un fondo pensione danese — e a precisare che anche Deutsche Bank non avalla la tesi di un imminente “dumping” europeo del debito americano.
L’Eurocamera mette in chiaro la linea: fermezza e unità
A fare da contrappunto politico, la presa di posizione dell’Europarlamento: con una risoluzione approvata a Strasburgo il 16 gennaio 2026, i deputati hanno condannato le minacce unilaterali contro Danimarca e altri Stati membri, invitando l’Ue a una risposta «ferma, collettiva e decisa» a qualsiasi forma di coercizione economica. Nel testo si ribadisce che la Groenlandia non può diventare «uno strumento per dividere l’Unione» e si sollecita un rafforzamento delle capacità difensive europee e della autonomia strategica, mantenendo un equilibrio nella partnership transatlantica. Un messaggio che, per tempistica e contenuti, offre a Bruxelles copertura politica nel caso occorra passare dalle parole ai fatti.
La relazione Ue–Usa è la più densa al mondo per scambi e investimenti incrociati: ogni irrigidimento tariffario colpisce filiere integrate, dai semilavorati industriali all’agroalimentare, fino ai servizi. Nel 2025, di fronte alla prima ondata di misure americane — reintroduzione di tariffe su acciaio e alluminio, e altre misure generalizzate — la Commissione ha reagito con un pacchetto di contromisure: riattivazione dei dazi su prodotti simbolici come bourbon, jeans e moto e un secondo blocco mirato su acciaio, alluminio e alimentari, per un totale di circa 26 miliardi di euro. Allora von der Leyen parlò di risposte «forti ma proporzionate», sottolineando che «i dazi sono tasse che pagano imprese e consumatori» e che alimentano inflazione e incertezza. Oggi, nel mezzo della querelle groenlandese, il lessico e la traiettoria restano gli stessi.
L’arma regolatoria dell’Unione: cosa è l’Anti-Coercion Instrument
Se l’Europa dovesse muoversi oltre le dichiarazioni, lo farebbe anche grazie a uno strumento già varato: l’Anti‑Coercion Instrument (ACI), pensato per rispondere a misure di pressione economica contro l’Ue o i suoi Stati membri. L’ACI permette a Bruxelles di varare rapidamente contromisure — dazi, restrizioni ai servizi, accesso selettivo agli appalti pubblici — calibrate per massimizzare l’efficacia e minimizzare i danni collaterali. Nelle capitali europee non c’è entusiasmo nel brandirlo, perché il rischio di escalation è evidente; ma i due motori dell’Unione, Francia e Germania, hanno segnalato di non voler restare a guardare in caso di dazi punitivi legati alla Groenlandia.
Nel suo intervento a Davos, von der Leyen ha inserito il dossier groenlandese in un quadro più ampio: sicurezza artica, cooperazione con partner regionali e riduzione della tentazione di una spirale ritorsiva che finirebbe per favorire solo gli avversari strategici comuni. L’enfasi su «un’Europa unita» e su una risposta «proporzionata» indica la volontà di mantenere aperti i canali con gli Stati Uniti, ricordando però l’esistenza di impegni presi — «un accordo è un accordo» — che non possono essere rinegoziati a colpi di dazi. Nello stesso tempo, il riferimento a un «pacchetto artico» segnala che Bruxelles non intende subire gli eventi: più investimenti, più presenza nel Nord, più coordinamento con chi condivide l’interesse a un Artico stabile e aperto.
Sul versante americano, Bessent ha provato a spegnere i fari sul fronte finanziario. L’idea che l’Europa possa disfarsi dei Treasury come ritorsione, ha spiegato, «sfida la logica», sia perché i titoli del Tesoro restano il pilastro della liquidità globale, sia perché un’uscita massiccia rafforzerebbe indebitamente le valute europee in un momento in cui molti governi preferiscono evitarlo. Ha inoltre citato turbolenze in Giappone tra i fattori che hanno spinto i rendimenti americani, negando un nesso diretto con la polemica sui dazi. Il messaggio politico è trasparente: «niente panico»; si attendano i passi formali prima di parlare di guerra commerciale.
Le leve europee, oltre i dazi: diversificazione e accordi commerciali
Nel medio periodo, l’Ue non si affida solo ai dazi. La strategia è anche diversificare partner e mercati: nelle ultime settimane, Bruxelles ha chiuso o accelerato intese con Mercosur, Indonesia, Giappone e sta spingendo su un accordo con India. È un messaggio duplice: l’Europa resta aperta e affidabile per chi investe, e al tempo stesso riduce la propria vulnerabilità a shock unilaterali. È lo stesso spirito con cui a Davos si è evocata la necessità di una leadership «responsabile e matura» nell’economia globale.