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"Una Nato islamica"? Il patto Riad-Islamabad prende forma, Ankara bussa alla porta

Un’intesa di mutua difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, con la Turchia pronta a entrare, può ridisegnare gli equilibri dal Mediterraneo all’Oceano Indiano

22 Gennaio 2026, 12:42

"Una Nato islamica"? Il patto Riad-Islamabad prende forma, Ankara bussa alla porta

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All’alba, i caccia decollano da Taif e il mare davanti a Gwadar è una lastra d’acciaio. In quelle stesse ore, a Riyadh e Islamabad, funzionari passano cartelline blu con una formula semplice e dirompente: “un attacco a uno è un attacco a entrambi”. Non è l’Articolo 5 della Nato, ma ci somiglia. Da settembre 2025, Arabia Saudita e Pakistan si sono impegnati a una mutua assistenza militare; oggi, i negoziati per coinvolgere la Turchia — Paese-chiave, membro della Nato dal 1952 e con il secondo esercito attivo dell’Alleanza — sono dichiarati “in fase avanzata”. Se Ankara entrerà davvero, l’intesa bilaterale potrebbe evolvere in una piattaforma a tre: una “Nato islamica”? La definizione è accattivante, ma rischia di essere fuorviante. Eppure, la sostanza geopolitica è già qui.

Cosa è stato firmato (e cosa no)

Nel settembre 2025, Riad e Islamabad hanno siglato lo Strategic Mutual Defence Agreement (SMDA): il patto stabilisce che un’aggressione contro uno dei due sarà considerata un’aggressione contro entrambi, con l’obiettivo di rafforzare la deterrenza e ampliare la cooperazione in addestramento, esercitazioni e capacità industriali. La firma è avvenuta alla presenza del principe ereditario Mohammed bin Salman e del premier pakistano Shehbaz Sharif. Fonti ufficiali e di agenzia hanno confermato l’impianto “articolo 5‑like”.

Tra gennaio 2026 e i giorni successivi, sia esponenti del governo pakistano sia il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan hanno indicato che esiste una bozza di accordo trilaterale tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, preparata dopo “quasi un anno di colloqui”. Fidan ha puntualizzato: “ci sono discussioni in corso, ma nessun accordo è stato ancora firmato”. Il ministro pakistano per la Produzione della Difesa, Raza Hayat Harraj, ha chiarito che l’intesa a tre sarebbe distinta dal SMDA bilaterale.

Secondo ricostruzioni Ankara avrebbe espresso interesse a entrare formalmente nella clausola di mutua difesa, con fonti che parlano di colloqui “avanzati”. Resta però assente un testo pubblico di adesione e persistono incognite sulla portata esatta degli obblighi che la Turchia assumerebbe.

In sintesi: c’è una clausola di difesa reciproca già in vigore tra Riad e Islamabad; la trilateralizzazione è concreta come processo politico, ma non è ancora finalizzata.

Perché l’eventuale ingresso della Turchia cambierebbe il gioco

La Turchia è membro della Nato dal 18 febbraio 1952 e mantiene il secondo contingente di personale militare attivo dell’Alleanza, dietro agli Stati Uniti: un dato che, al netto delle oscillazioni numeriche, è confermato da fonti ufficiali e da analisi indipendenti. In altre parole, l’adesione di Ankara darebbe massa critica e capacità integrate a qualsiasi nuova architettura di sicurezza mediorientale.

Ma c’è di più: il Paese guidato da Recep Tayyip Erdoğan ha avviato negli ultimi anni una scalata tecnologica nell’industria militare — dai droni alle unità navali, fino all’ambizione di una portaerei di nuova generazione — e una fitta rete di cooperazioni bilaterali con Pakistan e Arabia Saudita. Non partirebbe da zero, insomma, ma innesterebbe su un ecosistema già operativo.

Un’alleanza non Nato (e perché non lo è)

Chiamarla “Nato islamica” fa presa, ma l’analogia ha limiti evidenti: la Nato si regge su un trattato multilaterale vincolante e su strutture di comando integrate, con pianificazione comune e standard interoperabili; inoltre, l’Articolo 5 è incardinato nel diritto internazionale e ha un perimetro geografico definito. La proposta mediorientale, allo stato attuale, è un patto di mutua assistenza bilaterale (SMDA) con prospettiva trilaterale: manca un’organizzazione permanente paragonabile alla Shape o alla macchina politico‑militare di Bruxelles, e l’obbligo di assistenza — se Ankara aderisse — andrebbe comunque verificato nel testo finale. Esiste già una piattaforma guidata da Riad, la Islamic Military Counter Terrorism Coalition (IMCTC), focalizzata però sul contrasto al terrorismo, senza clausole di difesa collettiva e con funzionamento prevalentemente politico‑coordinativo. Il nuovo patto si colloca su un piano diverso.

In breve: la somiglianza con la Nato sta nel concetto di solidarietà automatica in caso di attacco; tutto il resto — governance, comando, integrazione — è un’altra storia.

Che cosa guadagnano i tre (se il patto a tre nascerà davvero)

Arabia Saudita: consoliderebbe una rete di sicurezza extra‑USA in un momento di profonda trasformazione regionale, allineando la clausola di difesa con le sue ambizioni di localizzazione industriale militare (Vision 2030). Gli accordi con l’industria turca dei droni e l’interesse verso programmi avanzati (come il caccia KAAN) mostrano una traiettoria coerente: deterrenza e autonomia.

Pakistan: otterrebbe un ombrello politico‑militare di alto profilo e l’accesso a capacità navali e aeree turche in tempi relativamente rapidi, oltre alla spinta già in corso sul fronte navale con il programma MILGEM (quattro corvette, con trasferimento di tecnologia). Per Islamabad, vincoli di bilancio e instabilità regionale rendono il burden‑sharing particolarmente appetibile.

Turchia: capitalizzerebbe sulla sua posizione di ponte tra Mediterraneo, Mar Nero e Arabia, rafforzando il peso contrattuale con gli alleati occidentali e ampliando il ruolo di fornitore di sicurezza nel mondo musulmano. Per Ankara, la leva non è solo militare: è industriale, tecnologica, diplomatica.