IL FORUM
Davos, l’economia “miracolo” di Trump alla prova dei numeri: «L'America motore del pianeta», ma tra stime ballerine e dati ritardati
Il presidente esalta gli Stati Uniti come “motore del pianeta” e cita una crescita “mai vista”. I dati ufficiali confermano un’accelerazione nel terzo trimestre, mentre la stima del quarto oscilla attorno al 5%: ecco cosa c’è dietro i numeri, perché potrebbero cambiare e cosa ne pensano i previsori indipendenti.
Nel gelo lucido della Promenade di Davos, il contrasto è netto: vetrine minimaliste, cappotti di cashmere e, poco più in là, uno schermo che rilancia le parole del presidente Donald Trump. “Questo è un miracolo”, dice dal palco del World Economic Forum, indicando gli Stati Uniti come “motore del pianeta”. L’applauso arriva, ma nei tavolini dei caffè attorno si contano le cifre: 4,3% nel terzo trimestre, 5,4% in stima per il quarto del 2025, un rimbalzo “mai visto prima”, sostiene il presidente. Davvero è così? Per capirlo occorre scendere dal palcoscenico ai fogli di calcolo: dietro lo slogan, i dati ufficiali raccontano un’economia in accelerazione ma ancora esposta a revisioni e a un contesto statistico segnato dalla recente chiusura degli uffici federali per lo shutdown, che ha ritardato e complicato la pubblicazione di alcuni indicatori.
Il dato certo: +4,3% nel terzo trimestre 2025, accelerazione reale rispetto al secondo
La parte più solida del racconto è quella che poggia sulle tabelle della Bureau of Economic Analysis (BEA): nel terzo trimestre 2025 il PIL reale degli USA è cresciuto a un tasso annualizzato del 4,3%, in accelerazione dal 3,8% del trimestre precedente e ben oltre le attese di mercato. Il dettaglio conta: la spinta viene soprattutto dai consumi, dalle esportazioni e dalla spesa pubblica, con un contributo negativo degli investimenti e un calo delle importazioni che aritmeticamente sostiene il PIL. È un numero che molti osservatori definiscono “robusto” e che i media hanno rilanciato come il ritmo più rapido in due anni. Ma la BEA ha anche messo nero su bianco un caveat cruciale: a causa del recente shutdown federale, l’“advance estimate” è saltato e il calendario delle stime è stato compresso, rendendo potenzialmente più volatili le revisioni successive. In altre parole, la fotografia è nitida, ma scattata in condizioni di luce imperfetta. (Fonti: BEA, CBS News, Fox Business, FocusEconomics, The Guardian.)
La stima che fa discutere: quel 5,4% nel quarto trimestre e la bussola del GDPNow
Il numero che Trump brandisce a Davos come prova del “miracolo” – una crescita “mai vista” nel quarto trimestre 2025 – coincide con il 5,4% segnalato, nei giorni del forum, dal GDPNow della Federal Reserve Bank of Atlanta. È una nowcast, non una previsione discrezionale: un modello che aggiorna in tempo quasi reale la stima del PIL sulla base dei dati congiunturali via via pubblicati. Proprio per questo può muoversi rapidamente: il 5,4% è apparso l’8 gennaio 2026, è sceso momentaneamente al 5,1% il 9 gennaio, è risalito al 5,3% il 14 gennaio e ha toccato di nuovo il 5,4% il 21 gennaio, in pieno clima Davos. Il modello stesso ricorda che non è un “forecast ufficiale” e che le sue letture sono soggette a oscillazioni significative, specie quando componenti volatili come il commercio estero o le scorte cambiano direzione. In più, lo stesso shutdown ha “distorto” la tempistica di alcune rilevazioni, aggiungendo rumore statistico. Tradotto: il 5,4% è un faro utile per orientarsi, ma non è ancora la costa.
Cosa c’è nel cofano del 5,4%: consumi resilienti, export in ripresa, scorte in altalena
Guardando sotto il cofano del modello GDPNow, le leve della stima intorno al 5% sono due: un miglioramento del saldo commerciale, con il contributo delle esportazioni nette che – in alcune letture – vira da freno a spinta (fino a quasi 2 punti di PIL annualizzato); una risalita dei consumi delle famiglie (PCE) verso il 3% annualizzato, segno di una domanda interna ancora resiliente nonostante inflazione e tassi elevati restino fattori di freno.
Elemento notabile, spesso sottovalutato nel dibattito: i movimenti delle scorte possono amplificare o attenuare l’andamento del PIL su base trimestrale, generando picchi che si normalizzano nelle letture successive. Per questo anche alcuni analisti che registrano con favore la forza del terzo trimestre invitano a leggere il possibile 5%+ del quarto con una dose di prudenza. (Fonti: Atlanta Fed – archivi GDPNow; sintesi e analisi su Investing.com.)
La cornice politica: il discorso di Davos e la narrazione del “miracolo americano”
Nel suo intervento a Davos, Donald Trump ha confezionato i numeri dentro una narrazione che intreccia politiche tariffarie, tagli fiscali, deprezzamento del deficit commerciale e una rinnovata centralità industriale degli Stati Uniti. Dal palco del WEF, il presidente ha rivendicato: il ruolo dell’America come “motore del pianeta”; una rapida inversione di tendenza rispetto a un’economia “data per morta”; una stagione di riduzioni fiscali (tra cui esenzioni su mance, straordinari e Social Security per i senior, oltre alla deducibilità immediata degli investimenti) presentata come “miracolo” realizzato e scalabile.
La struttura del discorso punta a collegare la riaccelerazione del PIL con le scelte dell’amministrazione, includendo le tariffe come strumento capace – secondo il presidente – di ridurre il deficit commerciale senza alimentare inflazione. Va detto che il contesto di Davos 2026 ha mescolato dossier geopolitici (tra cui il nodo Groenlandia) e affermazioni economiche ottimistiche, in un mix che ha polarizzato le reazioni dei presenti e dei mercati.
La domanda chiave: “Crescita mai vista”? Il metro delle serie storiche e delle definizioni
Quando un leader parla di crescita “mai vista prima”, occorre porsi due domande: quale “metrica” sta usando (tasso annualizzato trimestrale? anno su anno? media annuale?); qual è l’orizzonte storico di confronto.
Negli USA il tasso annualizzato trimestrale del PIL – quello al centro delle stime GDPNow – ha conosciuto in passato picchi ben superiori al 5%, soprattutto in fasi di uscita da recessioni o di grandi rimbalzi post-shock. Se la lettura “mai vista” si riferisce all’ultimo biennio, è corretto dire che il 4,3% del terzo trimestre 2025 è il più alto degli ultimi due anni. Se però si abbraccia un arco storico più ampio, l’aggettivo “mai” perde precisione. In comunicazione politica, l’iperbole ha una funzione retorica; per il lettore, la scala di paragone è la bussola per mettere a fuoco il dato. (Fonti: BEA, rassegna mediatica su CBS News, Fox Business, FocusEconomics.)
Il fattore shutdown: perché le stime sono più esposte a revisioni
Il recente shutdown federale ha provocato ritardi nella raccolta e nella diffusione di alcuni dati chiave, tanto che la BEA ha diffuso per il terzo trimestre un’“initial estimate” che ha sostituito le prime due release calendarizzate. La stessa agenzia avverte che l’utilizzo di fonti alternative e l’assenza temporanea di alcuni dataset possono tradursi in revisioni più ampie a posteriori. Analogamente, i nowcast come il GDPNow sono sensibili al timing delle pubblicazioni: quando i flussi statistici ripartono dopo uno stop, gli aggiustamenti del modello possono risultare bruschi (come il balzo dal 2,7% al 5,4% tra il 5 e l’8 gennaio). Per il lettore la morale è semplice: i numeri sono forti, ma il margine di incertezza è superiore al normale. (Fonti: BEA; Atlanta Fed – GDPNow.)
Le voci scettiche: perché molti previsori non vedono un 2026 “a cinque”
Se la Casa Bianca – con il Tesoro e i principali ministri economici – parla a Davos di una possibile crescita reale tra 4% e 5% nel 2026, una parte consistente dei previsori indipendenti resta più cauta. La Congressional Budget Office (CBO) indica per il 2026 una crescita reale attorno al 2,2%. Le proiezioni della Federal Reserve e i sondaggi presso i chief economists del settore finanziario oscillano poco sopra il 2%. Anche il New York Fed DSGE colloca il sentiero di crescita 2026 in una forchetta modesta.
Le ragioni della cautela: la persistenza di un’inflazione sopra target su alcuni aggregati, i vincoli del mercato del lavoro (con segnali di raffreddamento), gli effetti ambivalenti delle tariffe, e l’incertezza su quanto rapidamente la produttività – anche grazie all’adozione dell’IA generativa – possa tradursi in crescita potenziale più elevata. In sintesi: i numeri “alti” del breve periodo non bastano, da soli, a cambiare il profilo di medio periodo senza prove più diffuse e persistenti.
Tariffe, tagli fiscali e “motore del pianeta”: dove finisce la retorica e dove iniziano gli effetti
Il discorso di Trump lega la crescita a due pilastri: le tariffe come leva per riequilibrare i conti esteri e riportare produzione in patria; i tagli fiscali (con esenzioni mirate e super-ammortamenti) come spinta a investimenti e redditi disponibili.
Sul primo fronte, alcuni dati recenti indicano un miglioramento del deficit commerciale, che ha effettivamente sostenuto la stima del GDPNow; ma gli economisti ricordano che gli effetti delle tariffe sul livello dei prezzi, sulle catene del valore e sulla competitività sono non lineari, e spesso emergono nel medio periodo. Sul secondo fronte, misure come la deducibilità immediata possono stimolare capex e impatto ciclico del PIL, mentre ritocchi fiscali ai redditi da lavoro (mance, straordinari) hanno un potenziale effetto sui consumi. Resta però il tema della sostenibilità di bilancio e del profilo strutturale della crescita: per passare da un picco trimestrale al “motore del pianeta” in modo credibile, servono produttività, investimenti stabili e lavoro in grado di assorbire l’innovazione.
Comunque, se i numeri del quarto trimestre confermassero un ritmo vicino al 5%, il 2025 si chiuderebbe per gli USA come un anno di riaccelerazione non banale. Ma il 2026 resta il banco di prova: passare dall’“effetto rimbalzo” a una crescita strutturalmente più alta richiede più che un buon trimestre e un discorso riuscito a Davos. Richiede produttività in aumento, investimenti che diventano capacità, mercato del lavoro che ritrova slancio senza riaccendere l’inflazione. Solo allora l’America potrà dirsi, senza iperboli, “motore del pianeta” non per una stagione, ma per un ciclo.