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Verso il trilaterale tra Ucraina, Russia e Usa: trattative riservate, poste altissime e un piano europeo di ricostruzione

Il formato è inedito ed è maturato dopo un andirivieni di contatti riservati emersi negli ultimi mesi, compresa la conferma dello stesso Vladimir Putin di colloqui “segreti” svolti ad Abu Dhabi nel novembre 2025

23 Gennaio 2026, 09:03

trump putin

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Alle tre del mattino, a Mosca, un incontro di quasi quattro ore al Cremlino si chiude con un annuncio inatteso: una delegazione russa “con istruzioni specifiche” volerà ad Abu Dhabi “nelle prossime ore”. A guidarla non è un diplomatico, ma il capo dell’intelligence militare: l’ammiraglio Igor Kostyukov della GRU. Dall’altra parte del tavolo ci saranno rappresentanti di Ucraina e Stati Uniti, con gli inviati presidenziali americani Steve Witkoff e Jared Kushner ad agire da facilitatori. Per la prima volta dall’invasione del 24 febbraio 2022, si apre un formato trilaterale su temi di sicurezza. È un passaggio tanto fragile quanto concreto, nel quale il lessico è quello dei militari e le poste sono geopolitiche e umanitarie insieme.

Chi siede al tavolo e perché è un cambio di fase

Secondo il Cremlino, i colloqui ad Abu Dhabi sono strutturati come un gruppo di lavoro sulla sicurezza “military-to-military”, con la Russia rappresentata da Igor Kostyukov e un nucleo della leadership del Ministero della Difesa; è previsto anche un binario economico separato fra l’inviato russo Kirill Dmitriev e l’americano Steve Witkoff. La conferma della partecipazione russa è arrivata dal consigliere presidenziale Yury Ushakov, che ha riconosciuto lo sforzo logistico e politico di Washington nell’allestire l’incontro. Da parte ucraina, il presidente Volodymyr Zelenskyy ha definito l’appuntamento “un primo trilaterale” e ha insistito su un punto: “i russi devono essere pronti al compromesso”.

Il formato è inedito nell’era della guerra totale ed è maturato dopo un andirivieni di contatti riservati emersi negli ultimi mesi, compresa la conferma dello stesso Vladimir Putin di colloqui “segreti” svolti ad Abu Dhabi nel novembre 2025, alla presenza di un rappresentante degli Stati Uniti. Ora, però, il passaggio è pubblico e verificato da più canali: media internazionali, agenzie e fonti russe.

Le linee rosse sul tavolo: territori, sicurezza e infrastrutture energetiche

Gli interlocutori non si illudono: il nodo principale resta la questione territoriale. Mosca ripete che una pace duratura è “impossibile” senza una soluzione sull’assetto dei territori occupati; Kyiv rifiuta ogni ipotesi di cessione forzata. Le richieste russe includono inoltre che l’Ucraina abbandoni l’obiettivo di adesione alla NATO e limiti in futuro la presenza di truppe alleate sul proprio territorio: condizioni respinte da Kyiv. Si discute anche di misure di contenimento sugli attacchi alle infrastrutture energetiche — un possibile “cessate il fuoco limitato” — ma entrambe le parti, finora, sono caute data la valenza strategica delle reti elettriche e termiche nel pieno dell’inverno.

Dalla cornice informale che ha portato all’incontro emerge un elemento: gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner hanno riferito direttamente a Putin a Mosca, prima di muoversi verso gli Emirati Arabi Uniti, segno di una diplomazia “a fisarmonica” che alterna momenti bilaterali a tentativi di triangolazione. La stessa Casa Bianca — per bocca degli inviati — ha lasciato intendere che i dossier si sarebbero “ridotti a un’unica grande questione”, senza specificarla.

Il ruolo di Washington e i timori europei

Il ritorno di Washington in regia — con un profilo spiccatamente presidenziale e una catena di comando ristretta — è il dato politico del momento. Ma non tutti in Europa nascondono le perplessità: la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha messo in guardia contro qualsiasi “spartizione” territoriale di Ucraina sotto pressione negoziale, ribadendo la linea della UE su sovranità e integrità territoriale e la necessità di meccanismi di sicurezza credibili per Kyiv.

La stessa cornice europea è però decisiva sul fronte economico: durante il 2024–2027, l’Unione europea ha attivato l’Ukraine Facility fino a 50 miliardi di euro, con pagamenti regolari vincolati al rispetto del cosiddetto Ukraine Plan — l’agenda di riforme e investimenti concordata con Bruxelles. Nel 2025 il Consiglio dell’UE ha approvato una sesta erogazione di circa 2,3 miliardi di euro, portando il totale già versato a oltre 24,8 miliardi; mentre la Commissione ha scandito un calendario serrato di garanzie e strumenti di investimento, incluso un accordo di garanzia da 2 miliardi con il Gruppo BEI per accelerare progetti su energia, trasporti e servizi essenziali.

Ricostruzione: numeri, priorità e una “mappa” quasi pronta

Se i negoziati di Abu Dhabi riguardano soprattutto la sicurezza, il “giorno dopo” è già scritto a grandi linee. La stima più aggiornata e condivisa della comunità internazionale — la Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA4) realizzata da Governo ucraino, Banca Mondiale, Commissione europea e Nazioni Unite — fissa a circa 524 miliardi di dollari (oltre €500 miliardi) il fabbisogno di ricostruzione e ripresa in 10 anni al 31 dicembre 2024. È un incremento rispetto ai 486 miliardi di dollari indicati da RDNA3 un anno prima. Solo nel 2025, Kyiv ha allocato 7,37 miliardi di dollari per priorità immediate, ma resta un gap di finanziamento nell’ordine di 9,96 miliardi: serviranno capitali pubblici e privati, strumenti di garanzia e una regia coordinata dei donatori.

La RDNA4 quantifica anche i danni diretti: 176 miliardi di dollari in quasi tre anni, con picchi in abitazioni, trasporti, energia, commercio e industria, istruzione. Il 13% dello stock abitativo risulta danneggiato o distrutto (oltre 2,5 milioni di nuclei familiari coinvolti). Nel settore energetico, l’incremento delle perdite materiali rispetto al 2024 è salito del 70%, a testimonianza del ruolo dell’energia come leva strategica del conflitto.

Sul fronte europeo, la Commissione ha già “validato” l’Ukraine Plan il 15 aprile 2024, giudicandolo una risposta “mirata ed equilibrata” agli obiettivi dell’Ukraine Facility: un piano che incorpora priorità di ricostruzione e modernizzazione coerenti con le valutazioni RDNA e con il percorso di adesione dell’Ucraina all’UE. Lo legano vincoli precisi di trasparenza, anticorruzione e gestione finanziaria, accompagnati da previsioni di crescita: se pienamente attuato, il piano potrebbe aumentare il Pil ucraino di circa 6,2% entro il 2027 e 14,2% entro il 2040, riducendo il debito di circa 10 punti di Pil al 2033.

Abu Dhabi non è un punto d’arrivo

Gli Emirati offrono neutralità, discrezione e logistica di alto livello: qualità ideali per testare formule di “de-escalation” militare e, allo stesso tempo, mettere alla prova ipotesi di architetture di sicurezza per il dopoguerra. Ma nessun osservatore si attende miracoli in due giorni. A oggi, non è neppure chiaro se, oltre alle sessioni tecniche trilaterali, vi sarà un faccia a faccia strutturato tra ucraini e russi; resta in piedi il doppio binario americano, con momenti bilaterali calibrati per sbloccare i dossier più spinosi.

Eppure, il fatto che a guidare la delegazione russa sia un capo d’intelligence militare segnala il baricentro della discussione: sicurezza, linee del fronte, infrastrutture critiche, meccanismi di verifica sul campo. È una grammatica dura, ma necessaria se l’obiettivo è costruire una tregua verificabile che apra spazi diplomatici più ampi.

L’Europa tra ricostruzione e deterrenza economica

Nel frattempo, la UE continua a lavorare su due piani: sostenere il bilancio ucraino e creare condizioni per l’afflusso di investimenti. Al pilastro da €50 miliardi dell’Ukraine Facility si aggiungono strumenti finanziari per la leva sugli investimenti privati (il Ukraine Investment Framework, dotato di €9,3 miliardi tra garanzie e finanza mista), con l’obiettivo dichiarato di mobilitare fino a €40 miliardi. La recente garanzia UE–BEI da €2 miliardi accelera progetti su reti energetiche, idroelettrico, rinnovabili, ferrovie, trasporti urbani, acqua e teleriscaldamento, scuole e ospedali.

Resta sul tavolo il capitolo dei beni russi congelati in Europa, che una parte degli Stati membri vuole indirizzare — almeno in quota — alla ricostruzione ucraina. La presidente von der Leyen ha ribadito l’impegno a una proposta giuridica entro il 2026, mentre il dibattito su come conciliare efficacia, legalità e stabilità finanziaria prosegue: tra ipotesi di utilizzo degli utili maturati e formule di emissioni congiunte europee per colmare il fabbisogno 2026–2027.

Che cosa chiedono Kyiv e Mosca

  1. Per Kyiv: garanzie di sicurezza credibili, integrazione euro-atlantica accelerata sul piano politico e tecnico, un percorso finanziario stabile per la ricostruzione, inclusi meccanismi che l’UE sta già attivando; nessuna cessione territoriale che legittimi l’uso della forza; protezione delle infrastrutture energetiche e civili.
  2. Per Mosca: un accordo che cristallizzi conquistati equilibri territoriali o ne negozi di nuovi; impegni sull’architettura di sicurezza che limitino la proiezione NATO in Ucraina; un graduale allentamento delle pressioni economiche occidentali. La posizione russa, però, resta espressa in modo volutamente vago su confini e status, per mantenere margini negoziali.

Il “conto” della guerra: perché la ricostruzione riguarda già l’oggi

La ricostruzione non è un capitolo post-bellico: in Ucraina, cantieri e riparazioni convivono con i raid missilistici. Nel 2024, i danni alle infrastrutture energetiche sono aumentati del 70% rispetto all’anno precedente; nel frattempo, migliaia di chilometri di strade sono stati riparati in emergenza, centinaia di scuole ricostruite, una parte dello stock abitativo messo in sicurezza con fondi statali e donatori. È qui che la filiera RDNA–Ukraine Plan–Ukraine Facility mostra la sua utilità: programmare a 10 anni, ma finanziare subito gli “interventi rapidi” che tengono in piedi il Paese.

Cosa aspettarsi adesso

  1. Se ad Abu Dhabi maturerà un primo pacchetto di “misure di sicurezza”, il lavoro passerà a tavoli tecnici per la verifica e al livello politico per la codifica giuridica. Qualsiasi esito, comunque, avrà bisogno di sponde europee: sugli assetti di sicurezza, sulla ricostruzione, sulla governance dei fondi.
  2. Sul fronte UE, il flusso dell’Ukraine Facility proseguirà secondo le scadenze: Bruxelles e le capitali hanno già approvato disborsi cadenzati al raggiungimento dei “milestones” del Ukraine Plan; nel 2025 il Consiglio ha dato luce verde al sesto pagamento regolare, segnalando che 63 su 68 passi richiesti sono stati completati da Kyiv.
  3. Il quadro dei fabbisogni resterà aggiornato: dalle stime RDNA3 ($486 miliardi, 15 febbraio 2024) a RDNA4 ($524 miliardi, 25 febbraio 2025), gli importi crescono con l’allungarsi della guerra. È probabile che il prossimo aggiornamento confermi la pressione su abitazioni ed energia, i due pilastri sociali e produttivi della ripresa.

Una bussola per leggere i prossimi giorni

Tre coordinate aiutano a non perdersi:

  1. La trattativa è “a strati”. Il livello militare tratta le condizioni minime di sicurezza e verificabilità; quello politico lavora su cornici, garanzie e principio di legittimità; quello economico disegna i meccanismi e i flussi della ricostruzione. Il fatto che ad Abu Dhabi si muovano contemporaneamente questi tre strati è la novità sostanziale.
  2. La UE non è solo “tesoriere”, ma anche architetto di governance: il nesso tra RDNA, Ukraine Plan e Ukraine Facility produce un quadro coerente di priorità, condizionalità, anticorruzione e trasparenza — un prerequisito per attrarre capitali privati e velocizzare i progetti ad alto impatto. Le garanzie UE–BEI e i fondi ponte già erogati lo dimostrano.
  3. La politica delle “linee rosse” non è scolpita nella pietra. Le posizioni massimali restano, ma il passaggio a un formato trilaterale e la centralità dei temi energetici suggeriscono spazio per misure di stabilizzazione graduale. Il banco di prova immediato è evitare che l’inverno diventi un’arma totale contro i civili.

In definitiva, i colloqui di Abu Dhabi non chiudono nulla e aprono molto: riportano la discussione sulla sicurezza a un tavolo in cui Ucraina, Russia e Stati Uniti si parlano direttamente; mettono la UE nella posizione di capitalizzare una pianificazione di ricostruzione che è già, in larga parte, operativa; rilanciano l’idea che la diplomazia efficace, oggi, è quella che sa tenere insieme tregua, deterrenza e cantieri. Il resto lo diranno i prossimi giorni — e la capacità di tradurre in decisioni politiche ciò che, nella notte di Mosca, è finalmente uscito dal “canale riservato”.