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“Il cappello con le orecchie da coniglio”: l’immagine che ha incendiato il dibattito sull’immigrazione negli Usa

Un fermo nel vialetto di casa, la foto di un bimbo di cinque anni e una comunità sotto shock: cosa è accaduto davvero a Columbia Heights e perché il caso interroga l’America

23 Gennaio 2026, 21:22

21:25

“Il cappello con le orecchie da coniglio”: l’immagine che ha incendiato il dibattito sull’immigrazione negli Usa

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Una scena domestica, un pomeriggio di gennaio. Un bimbo con un cappellino azzurro, due orecchie bianche che spuntano come nei disegni dell’asilo, lo sguardo fisso sul retro di un furgone. A pochi passi, agenti federali. È l’immagine — diventata virale nel giro di poche ore — che ha trasformato il nome di Liam Conejo Ramos, 5 anni, in un simbolo nazionale. Non perché l’America non abbia già visto foto capaci di cambiare conversazioni e priorità politiche; ma perché qui la scena non arriva da un confine remoto: è il vialetto di casa, in Minnesota, a pochi chilometri da Minneapolis. È qui che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) ha fermato il bambino e suo padre, innescando una controversia che tocca nervi scoperti: i limiti delle operazioni di enforcement, l’uso di minori durante i blitz, la coerenza tra promesse politiche e realtà sul terreno.

Che cosa sappiamo del fermo

Secondo la ricostruzione fornita dai Columbia Heights Public Schools, martedì 20 gennaio 2026 — data indicata dai funzionari del distretto — il piccolo Liam è stato prelevato da un’auto ancora accesa nel vialetto dell’abitazione e accompagnato alla porta di casa con l’indicazione di bussare, per verificare se all’interno vi fossero altre persone. La sovrintendente Zena Stenvik ha parlato espressamente di un bambino “usato come esca”. In quello stesso pomeriggio, gli agenti hanno arrestato anche il padre, Adrian Alexander Conejo Arias. La famiglia, affermano i legali e la scuola, aveva seguito la procedura per la richiesta d’asilo ed era in regola con gli appuntamenti previsti; il padre e il figlio sono stati trasferiti in custodia federale in Texas, in un centro nell’area di San Antonio.

La versione del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e di ICE è differente: l’agenzia sostiene di aver condotto un’operazione mirata per arrestare il padre, che sarebbe “fuggito abbandonando il bambino”; un agente sarebbe rimasto con Liam per proteggerlo e, successivamente, sarebbe stato lo stesso genitore a chiedere di restare con il figlio in custodia. I funzionari federali negano che il minore sia stato “usato come esca” e affermano che la sua sicurezza sia stata priorità costante degli agenti.

Il contrasto fra i due racconti — quello degli educatori e quello delle autorità federali — resta il cuore del caso. Ed è su questo terreno che la fotografia del bambino con il cappellino dalle orecchie da coniglio ha catalizzato una reazione pubblica di rara intensità.

Una fotografia che diventa argomento politico

La potente risonanza dell’immagine è stata descritta con lucidità dal critico del Washington Post Philip Kennicott, che ha collocato lo scatto di Liam in una storia più ampia: alcune fotografie, a volte, oltrepassano il dato cronachistico per incarnare una questione morale, diventando catalizzatori di indignazione e chiamate all’azione. In questo caso, la questione è se e come un’agenzia federale possa coinvolgere un bambino di cinque anni in un’operazione di polizia migratoria.

L’ondata di reazioni politiche non si è fatta attendere. Mentre diversi esponenti democratici hanno chiesto chiarimenti e condannato le modalità del fermo, il caso di Columbia Heights si è sommato ad altre denunce su presunte tattiche aggressive in Minnesota, alimentando un clima di mobilitazione civica culminato in scioperi e serrate coordinati sotto lo slogan “Day of Truth & Freedom”.

Il contesto locale: quattro studenti fermati e una comunità impaurita

Il distretto di Columbia Heights, cinque scuole e circa 3.400 studenti, ha denunciato un aumento di presenze federali attorno a plessi e fermate degli scuolabus. La stessa sovrintendente Stenvik ha riferito che, nelle settimane precedenti, quattro studenti erano stati detenuti in operazioni dell’ICE, con ripercussioni sulla frequenza scolastica: in almeno un giorno, l’assenteismo sarebbe schizzato a circa un terzo della popolazione studentesca. Educatori e dirigenti hanno raccontato famiglie terrorizzate, bambini che dormono male, genitori che evitano di uscire.

A dare il senso della frattura, le parole della presidente del consiglio scolastico, Mary Grunland, presente sul luogo del fermo: “C’erano adulti disponibili a prendersi cura del bambino”. Secondo la sua testimonianza, le offerte sarebbero state respinte dagli agenti; la dirigente ha ribadito pubblicamente l’accusa di uso del minore come “esca”. L’ICE ribadisce invece che alla presunta madre sarebbe stato proposto di prendersi il bambino, senza alcun rischio di arresto, e che sarebbe stata lei a rifiutare; la scuola contesta anche questo punto. È un fatto contestato, dunque, che merita verifiche indipendenti e — se necessario — un approfondimento giudiziario.

Che cosa dice la legge sull’asilo e cosa può accadere ora

La famiglia di Liam sostiene di essersi presentata regolarmente alla frontiera nel 2024, avviando una procedura d’asilo; la scuola afferma di aver visionato la documentazione. In assenza di un ordine di rimozione, il caso dovrebbe proseguire davanti a un giudice dell’immigrazione, con la possibile richiesta di rilascio in attesa dell’udienza o di ricongiungimento familiare temporaneo presso sponsor idonei. Tuttavia, in un contesto di raids intensificati e di centri come Dilley tornati pienamente operativi, non è raro che i nuclei restino in custodia per settimane, talvolta mesi, soprattutto se l’agenzia ritiene sussistano rischi di fuga o elementi pendenti sullo status legale dell’adulto.