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la strage di crans montana

Chi ha veramente pagato la cauzione di Moretti? Dietro le maglie del rapporto che lo salva dalla prigione

Un deposito da 200mila franchi, un “amico stretto” e un tribunale che parla di rischio di fuga: quello che sappiamo sull’identità del garante e sull’origine dei fondi

24 Gennaio 2026, 23:17

Chi ha veramente pagato la cauzione di Moretti? Dietro le maglie del rapporto che salva dalla prigione

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Qualcuno – “un amico stretto”, scrivono i giudici – ha appena versato 200.000 franchi svizzeri (circa 215.000 euro) per consentire a Jacques Moretti di varcare il cancello e tornare in libertà vigilata. Ma chi ha davvero pagato la cauzione? E perché la sua identità resta celata al pubblico, pur essendo stata scrutinata dalle autorità? Le risposte, nella Svizzera delle procedure puntigliose, stanno nelle pieghe del diritto e nei confini – sottili ma solidi – tra trasparenza pubblica e tutela della persona.

Dopo la “strage di Capodanno 2026” al bar Le Constellation di Crans-Montana (40 morti e 116 feriti, bilancio provvisorio ribadito dalle autorità), i titolari Jacques Moretti e la moglie Jessica Maric vengono iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo dal Ministero pubblico del Canton Vallese. Il 9 gennaio 2026 il Tribunale delle misure coercitive (TMC) conferma per Moretti la detenzione preventiva per un periodo iniziale di tre mesi, paventando il rischio di fuga; in parallelo, viene da subito contemplata la possibilità di misure sostitutive, tra cui il versamento di somme di garanzia.

Nel corso della seconda settimana di gennaio, la Procura vallesana quantifica in 400.000 franchi complessivi (cioè 200.000 a testa) la cauzione necessaria per Moretti e per la moglie, rimessa comunque alla decisione del TMC. Il 23 gennaio 2026, con un comunicato, il Tribunale annuncia la revoca della detenzione: la cauzione di 200.000 franchi per Jacques Moretti è stata versata “da un suo amico stretto” dopo che i giudici hanno rivalutato il pericolo di fuga ed “esaminato l’origine dei fondi e la natura dei rapporti tra l’indagato e la persona che ha effettuato il pagamento”. Restano le misure: divieto di lasciare la Svizzera, consegna dei documenti d’identità, obbligo di presentarsi quotidianamente alla polizia. Nessun braccialetto elettronico, nonostante la richiesta della Procura.

Anonimato pubblico, non per i giudici

Sulla identità del garante la versione ufficiale è: un “amico stretto” del prevenuto, che non desidera visibilità. Ma qui la semantica conta. L’anonimato invocato nelle carte e replicato dai media non è un buco nero legale: significa che il nome non è divulgato all’opinione pubblica; non che sia ignoto alla magistratura. Il TMC ha messo nero su bianco di aver svolto un controllo sull’origine dei fondi e sulla relazione tra le parti, prima di autorizzare la scarcerazione. È una clausola dirimente: il denaro non può provenire da canali illeciti, e l’eventuale “dominio” del garante sull’indagato non deve trasformare la cauzione in una leva impropria.

In Svizzera, il Codice di procedura penale ammette l’uso di misure di protezione – fino alla garanzia dell’anonimato – per persone da tutelare in procedura, su autorizzazione del Tribunale delle misure di coercizione. Pur riferendosi tipicamente a testimoni o soggetti vulnerabili, il principio che governa la tutela di identità in atti e comunicazioni ufficiali aiuta a leggere la prassi: il pubblico può restare all’oscuro, le autorità no. Il bilanciamento tra diritto di cronaca e protezione della persona è nella competenza del Tribunale; ed è precisamente quell’organo che, nel caso Moretti, ha certificato di aver controllato fondi e legami.

Nel comunicato diffuso il 23 gennaio, il TMC ribadisce: “somma versata oggi sul conto del Ministero pubblico; importo proposto dall’accusa e ritenuto adeguato e dissuasivo; verifica su origine del denaro e relazione garante–imputato”. È un formulario istituzionale che evita tecnicismi ma accende due fari: la tracciabilità del denaro (banale in teoria, decisiva in pratica); l’assenza di un conflitto di interesse immediato (ad esempio, un garante che sia parte del procedimento o che eserciti un’influenza economica tale da rendere la cauzione una “catena invisibile”).

Alcuni canali francesi e svizzeri aggiungono che la verifica sull’“origine dei fondi” era già in corso da giorni, mentre i legali di Moretti avevano comunicato alla Procura la disponibilità di un “amico anonimo” a coprire la cauzione. Una ricostruzione coerente con quanto trapelato attorno al 17–20 gennaio.

Le misure: firma quotidiana, documenti ritirati, niente espatrio

Se la cifra – 200.000 franchi – colpisce l’opinione pubblica, agli occhi degli addetti ai lavori pesa almeno altrettanto l’architettura delle misure. La libertà vigilata di Moretti non è una libertà piena: implica obbligo di firma quotidiano, ritiro dei documenti, divieto di espatrio. Il TMC ha rinunciato al braccialetto elettronico – misura richiesta in via alternativa dal Ministero pubblico – ma ha insistito su controlli frequenti, proprio per neutralizzare il rischio di fuga. È la grammatica del sistema elvetico: la cauzione è una delle “misure di sostituzione” alla detenzione, concesse quando la finalità cautelare può essere raggiunta senza restare in cella.

Il contesto patrimoniale: perché 200mila e non di più

Un altro passaggio aiuta a capire la misura. Nelle settimane precedenti, fonti giudiziarie avevano segnalato che Moretti non avrebbe più redditi e che la coppia possiederebbe immobili ipotecati e veicoli in leasing: elementi che hanno spinto l’accusa a proporre 200.000 franchi a testa, ritenendo l’importo “adeguato” alle condizioni economiche. Da qui l’asticella più bassa rispetto alle prime ipotesi – sino a 1 milione – circolate in alcuni commenti. Il TMC ha in larga parte confermato la stima della Procura, considerandola “dissuasiva”.

Indignazione italiana, fermezza svizzera

La scarcerazione ha scatenato reazioni durissime in Italia. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “oltraggio”, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito la decisione “inaccettabile”, chiedendo chiarimenti a Berna e richiamando l’ambasciatore. Il contraccolpo emotivo è comprensibile: tra le 40 vittime ci sono diversi cittadini italiani, e 70 dei 116 feriti – secondo una stima diffusa in Francia – risultavano ancora ricoverati a tre settimane dal rogo. Ma dal lato svizzero la linea non cambia: in procedura penale vige il principio che l’imputato resti in libertà fino a condanna, salvo esigenze cautelari stringenti; la detenzione preventiva non è una pena anticipata.

Se un “amico stretto” paga 200.000 franchi per Moretti, che cosa “compra” davvero? Non certo l’innocenza, che resta questione di processo; semmai “compra” l’impegno economico a presentarsi e a rispettare le prescrizioni. In Svizzera la cauzione può essere incamerata se l’imputato viola gli obblighi o tenta la fuga. L’azzardo del garante è quindi reale: mette a rischio il proprio denaro per sostenere una persona indagata di reati gravissimi. Da qui il controllo del TMC su origine dei fondi e rapporto personale: il giudice deve valutare se la relazione sia tale da incentivare – non disincentivare – la presenza dell’indagato a processo. In altre parole: se chi paga ha davvero la forza, morale e materiale, di richiamare Moretti all’obbedienza delle regole, e non il contrario.

C’è anche il tema della trasparenza. La rivendicazione pubblica di un nome – in casi che scuotono la coscienza – è comprensibile. Ma la procedura non esige di diffondere ogni identità: il TMC può limitarsi a comunicare il ruolo del garante (qui: “amico stretto”) senza violare la privacy di terzi. Il Codice di procedura penale contempla strumenti per proteggere persone coinvolte in vario titolo in una causa, con un filtro di controllo giudiziario sull’anonimato. Nel caso specifico, le autorità hanno chiarito di conoscere e aver verificato il garante; la scelta di non rivelarlo pubblicamente non confligge, allo stato, con alcun obbligo di legge reso noto. Il nodo, semmai, è politico e sociale: quanto “anonimato pubblico” tollera l’opinione pubblica in una vicenda che ha colpito centinaia di famiglie?

Sul fronte giudiziario, l’inchiesta svizzera resta aperta. Oltre alle verifiche su uscite di sicurezza, materiali dei soffitti e lavori svolti nel locale, pesano i profili legati all’uso di candele pirotecniche durante la notte di San Silvestro, indicati da più ricostruzioni come possibile innesco del rogo. In parallelo, sono in corso indagini “specchio” in Francia e in Italia, per i profili che toccano cittadini di quei Paesi. Il fatto che Moretti sia fuori dal carcere non interrompe nulla: restano gli interrogatori, le perizie, e soprattutto un futuro dibattimento che dovrà metabolizzare un fascicolo enorme e il dolore delle vittime.