La doppia tragedia
Il suicidio dei Carlomagno, il legale del figlio omicida: «Troppa pressione social e mediatica, peso insopportabile»
Sulla vicenda, scaturita dal femminicidio di Federica Torzullo, interviene anche Roberta Bruzzone: "Ci sono vicende che non si limitano a uccidere una persona"
“Questa vicenda dimostra più che mai che anche i familiari di chi commette un reato così grave sono vittime, vittime di un crimine le cui conseguenze si estendono dolorosamente anche a chi non ne ha alcuna responsabilità,una catabasi, una discesa agli inferi che i signori Carlomagno non sono riusciti tragicamente a sopportare. Le ragioni dietro a questo terribile gesto sono state spiegate in una lettera al loro altro figlio Davide, in merito alla quale occorre rispetto e privacy”. Così l'avvocato Andrea Miroli, difensore di Claudio Carlomagno, reo confesso del femminicidio di Federica Torzullo, dopo il suicidio dei genitori del suo assistito, trovati ieri impiccati in casa.
“Purtroppo ancora ieri però si leggevano sui social messaggi come "quella donna ha fatto bene ad ammazzarsi avendo partorito un mostro". Leggendo questo e sapendo quanto la pressione mediatica possa turbare le coscienze di chi si trova a vivere queste tremende situazioni, dovremmo forse tutti esercitarci - sottolinea il penalista - in una pedagogia collettiva affinché certe vicende non straripino dai confini prettamente giuridici”. “Il mio pensiero adesso va non solo al mio assistito (che ne è venuto a conoscenza ed è sorvegliato a vista) e a come affronterà questa terribile notizia, ma anche a suo figlio che in pochi giorni ha perso la mamma, i nonni e per molto tempo il padre”, conclude.
Su quella che appare come una doppia tragedia, con un lungo post su facebook, interviene anche la criminologa Roberta Bruzzone:“Ci sono vicende che non si limitano a uccidere una persona. Ci sono storie che travolgono intere esistenze, che continuano a produrre dolore anche dopo l’atto più estremo, come un’onda che non si ferma.
Quello che sta emergendo in questo caso è sconvolgente. Un femminicidio già brutale, già insopportabile, che ora si carica di un ulteriore livello di tragedia: altre due vite spezzate, altro dolore che si somma al dolore, altre persone risucchiate in una spirale di distruzione psicologica e umana.
E qui è fondamentale dirlo con chiarezza: la violenza non colpisce mai una sola persona.
Un femminicidio non è mai “un fatto tra due”. È un evento che devasta famiglie, figli, fratelli, genitori, che lascia macerie emotive ovunque passi. È una ferita che si allarga, che si moltiplica, che continua a sanguinare nel tempo.
Quando assistiamo a sviluppi come questo, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia una verità scomoda: la violenza estrema produce effetti psicologici che possono diventare insostenibili anche per chi resta. Sensi di colpa, vergogna, impotenza, crolli emotivi, lutti che si sovrappongono senza possibilità di elaborazione.
Non c’è nulla di “comprensibile” in tutto questo. C’è solo un carico di dolore che diventa esponenziale, che inghiotte più vite e lascia segni profondissimi su chi sopravvive.
Ed è proprio per questo che queste storie dovrebbero imporci una riflessione seria, collettiva, adulta, non solo sulla prevenzione della violenza, ma anche su come gestiamo il dopo, su chi si prende carico delle famiglie travolte, su quale supporto psicologico reale viene offerto a chi resta a raccogliere i pezzi.
Perché quando la violenza esplode, non finisce mai con un arresto o con una sentenza. Continua a vivere nei traumi, nei silenzi, nelle esistenze spezzate.
E ignorare questo significa condannare altre persone a pagare un prezzo altissimo, anche quando non hanno alcuna colpa.”