La guerra
Ma Russia e Ucraina sono davvero vicini alla pace? Cosa c’è sul tavolo di Abu Dhabi tra Kiev, Mosca e Washington
In un palazzo affacciato sul Golfo testato per la prima volta un negoziato a tre. Le questioni in gioco, gli snodi su sicurezza e territorio, il ruolo degli Emirati e perché il “controllo americano” è diventato una clausola chiave
Fino a dove può spingersi un compromesso senza tradire la sicurezza di Kiev né l’orgoglio del Cremlino? Ad Abu Dhabi, tra il 23 e il 24 gennaio 2026, si è consumato il primo round di colloqui trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, ospitati dagli Emirati Arabi Uniti. È il primo formato pubblico di questo tipo dall’inizio dell’invasione del 24 febbraio 2022: un passaggio non ordinario, avvenuto mentre, a oltre 5.000 chilometri di distanza, missili e droni russi colpivano Kiev e Kharkiv, lasciando senza luce e riscaldamento porzioni di una capitale gelata. La diplomazia è andata avanti lo stesso; il conflitto pure.
Che cosa si sono detti davvero
Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, i colloqui sono stati “costruttivi”: le delegazioni si sono aggiornate per riferire nelle capitali e definire un’agenda per il seguito, potenzialmente già nella prossima settimana, con una data indicativa che circola: 1 febbraio. Il punto centrale, confermato da più fonti, è duplice: i “possibili parametri per la fine della guerra” e la necessità di un meccanismo di “monitoraggio e controllo” a guida statunitense sull’applicazione di qualunque intesa. Non un dettaglio tecnico, ma l’architrave che dovrebbe garantire a Kiev che gli impegni non restino sulla carta.
Gli USA hanno presentato – secondo ricostruzioni convergenti – cornici di lavoro che includono un cessate il fuoco verificabile, possibili zone cuscinetto e un centro di coordinamento trilaterale per la verifica delle violazioni. Su questo, la posizione russa sarebbe inizialmente stata contraria a coinvolgere organizzazioni europee o euro-atlantiche, ma più aperta a una formula a tre: Russia–Ucraina–Stati Uniti. È una delle piste che potrebbero essere affinate in vista del secondo round.
Il nodo territorio: Donbas al centro
Sul tavolo c’è il tema che definisce l’intero negoziato: il territorio. Da Mosca arriva la richiesta di formalizzare il controllo su tutta l’area del Donbas, inclusi i distretti di Donetsk non occupati, condizione che il Cremlino descrive come “molto importante”. Kiev risponde che nessun accordo potrà passare per una rinuncia territoriale che legittimi l’aggressione. La distanza resta ampia, eppure la novità è che le parti abbiano accettato di discuterne nello stesso format, con la regia americana.
In termini pratici, i “parametri” menzionati dai negoziatori includono – stando a fonti citate dalla stampa internazionale – la definizione di linee di separazione temporanee, regimi di pattugliamento, l’eventuale smilitarizzazione di corridoi sensibili e una sequenza di tappe per passare da un cessate il fuoco a un accordo più strutturale. Tutto questo, però, con una clausola cruciale: il “monitoraggio e controllo” non solo sulla tregua, ma anche sulle misure di sicurezza successive, dal ritiro di certe unità all’interdizione di determinate tipologie di armamenti vicino alla linea. È qui che entra in gioco il ruolo degli Stati Uniti come garante operativo.
Perché gli Emirati
Gli Emirati Arabi Uniti rivendicano una posizione di facilitatore “fidato di tutte le parti” e un curriculum che, secondo Abu Dhabi, comprende almeno 17 mediazioni per scambi di prigionieri, con il rilascio di 4.641 detenuti. Il ministro degli Esteri Sheikh Abdullah bin Zayed ha salutato l’avvio del trilaterale come “un passo concreto” verso la de-escalation. La scelta di Abu Dhabi non è casuale: gli Emirati hanno relazioni operative con i tre protagonisti e spazi logistici e politici per tenere un processo lontano dai riflettori più aggressivi d’Europa.
Chi c’era al tavolo
Sebbene le liste ufficiali restino parziali, ricostruzioni giornalistiche indicano nella squadra russa il capo dell’intelligence militare Igor Kostyukov; per Kiev, tra gli altri, figure di vertice dell’apparato di sicurezza e difesa; per gli Stati Uniti, l’inviato speciale Steve Witkoff e il consigliere Jared Kushner, che nei giorni precedenti si erano fermati a Mosca per un colloquio di quattro ore con Vladimir Putin. La scelta di un profilo “misto” politico–di sicurezza riflette l’intenzione di costruire non solo una dichiarazione politica, ma una griglia tecnica che renda misurabile l’attuazione.
Il “controllo americano”: cosa significa e che precedenti ha
La formula di “monitoraggio e controllo americano del processo di conclusione” – espressione che Zelensky ha valorizzato nel suo messaggio post-vertice – può voler dire tre cose molto concrete: un’architettura di supervisione del cessate il fuoco con personale e capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) messi a disposizione o coordinati dagli USA, per verificare violazioni in tempo quasi reale. Un centro trilaterale di coordinamento a Abu Dhabi o in sede da definire, con “regole d’ingaggio” chiare su come registrare, attribuire e sanzionare gli incidenti. Una cornice di “garanzie di sicurezza” laterali a favore dell’Ucraina – non necessariamente un trattato – che preveda assistenza, addestramento, supporto tecnologico e, soprattutto, un regime di deterrenza calibrato alle minacce sul fronte orientale.
Non sarebbe la prima volta che Washington assume un ruolo di garante: dai protocolli di attuazione degli accordi nei Balcani ai meccanismi di verifica in numerosi cessate il fuoco mediorientali, la presenza americana ha spesso significato capacità tecnica, rapidità decisionale e deterrenza implicita. La differenza, qui, è che lo scenario coinvolge direttamente Russia e Ucraina, con la NATO a margine e un format che Mosca accetta proprio perché l’ombrello non è “euro-atlantico”, ma a tre. Una distinzione che, per il Cremlino, fa molta differenza.
Le linee rosse di Mosca e Kiev
Per la Russia, la linea rossa è la “soluzione del dossier territoriale”, con l’enfasi sul Donbas. L’idea che un cessate il fuoco possa congelare lo status quo senza un riconoscimento formale è respinta nei messaggi ufficiali. Per l’Ucraina, la linea rossa è l’integrità territoriale e la sicurezza reale del Paese: nessun documento può essere solo un foglio di carta, e nessuna rinuncia può essere scambiata con una tregua fragile. Da qui l’insistenza su garanzie e verifica.
In mezzo, gli Stati Uniti spingono per “un grande passo” procedurale: creare un percorso che consenta, se i prossimi incontri faranno progressi, un eventuale faccia a faccia tra Zelensky e Putin. L’ipotesi resta condizionata a risultati tangibili nei gruppi di lavoro, ma è la prima volta che fonti americane la definiscono “non lontana”.
La cornice regionale e internazionale
La scelta emiratina ha anche un valore geopolitico: Abu Dhabi si propone come piattaforma “neutrale attiva”, capace di ospitare attori che in Europa faticherebbero a sedersi nella stessa stanza. Allo stesso tempo, il coinvolgimento diretto degli USA – con emissari che nei giorni precedenti hanno visto sia Kiev sia Mosca – segnala che Washington intende esercitare fino in fondo la leva diplomatica, anche in una fase in cui l’opinione pubblica internazionale è stanca di un conflitto che tra un mese compirà quattro anni.
Sul fronte europeo, il messaggio è duplice: da un lato, rassicurare i partner che il percorso non ridimensiona gli impegni di sicurezza verso l’Ucraina; dall’altro, ricordare che una pace duratura richiede un sistema di garanzie e monitoraggio che sia accettabile anche a Mosca, se si vuole evitare un cessate il fuoco “a orologeria”.