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il delitto

Anguillara, il femminicidio di Federica, il suicidio dei genitori dell'assassino e il giallo su chi ha aiutato Carlomagno: troppe domande ancora senza risposta

Gli avvocati di famiglia chiedono l’aggravante dei motivi abietti e il reato di vilipendio di cadavere. Gli inquirenti valutano se qualcuno abbia aiutato Claudio a occultare le tracce

25 Gennaio 2026, 16:35

“Una buca nel canneto”: il femminicidio di Anguillara e le nuove accuse chieste dai legali dei genitori di Federica Torzullo

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Il terreno smosso ha restituito ciò che Anguillara Sabazia sperava di non vedere mai: il corpo di Federica Torzullo, 41 anni, sotterrato a diversi strati di profondità dietro l’azienda del marito. Sgomento, rabbia, domande. E una frattura improvvisa nella vita di una comunità che conosce bene il suono delle pale meccaniche e l’odore dell’erba bagnata. In quella terra, che per mestiere si scava, secondo gli inquirenti qualcun altro potrebbe aver dato una mano a cancellare, male, i segni del crimine. E ora, oltre all’orrore, c’è un passaggio decisivo sul piano giudiziario: i legali dei genitori di Federica chiedono di contestare all’indagato l’aggravante dei motivi abietti e il reato di vilipendio di cadavere.

Dalle prime ore successive alla scomparsa, i Carabinieri coordinati dalla Procura di Civitavecchia mettono in fila contraddizioni e buchi temporali nella versione dell’uomo. Le verifiche incrociano celle telefoniche e Gps, notando divergenze tra dichiarato e accertato: un “vuoto” di ore prima dell’allarme e spostamenti ritenuti incongruenti. L’attenzione investigativa si concentra sulla casa e sull’azienda del marito.

Un dettaglio video diventa cruciale: alle 7:08 del 9 gennaio un furgone riconducibile al padre dell’indagato compare davanti alla villetta; alle 14:17 la telecamera registra il rientro di Claudio Carlomagno con accanto una sagoma non nitida – forse un oggetto, forse una persona – che alimenta il dubbio di un aiuto nelle operazioni di pulizia. Ipotesi al vaglio, non ancora prova.

A casa, il luminol illumina tracce di sangue. L’auto di Federica resta parcheggiata. Il suo telefono non si muove dalle celle di Anguillara. Nel frattempo, cani molecolari, unità specializzate e tecnici del Ris setacciano i terreni dell’azienda del marito, che opera nel movimento terra: là, tra le canne, una buca profonda. Dentro, il corpo, sotterrato “a cucchiaio” e – secondo le risultanze autoptiche – esposto a fuoco e ad azioni meccaniche post mortem. Una rimozione scientifica della persona, prima ancora che dei segni.

I medici legali contano 23 coltellate: 19 tra collo e volto, 4 alle mani che raccontano un istinto disperato di difesa. Lesioni letali ai vasi del collo. Poi, le ustioni a volto e torace. E ancora, l’arto inferiore sinistro amputato, il torace schiacciato, addome e bacino maciullati. Lesioni non riconducibili all’arma bianca, ma compatibili con il passaggio ripetuto della benna di una scavatrice. Queste ferite, secondo la Procura, appartengono alla fase dell’occultamento e aggravano la gravità del fatto.

Gli inquirenti parlano senza mezzi termini di un omicidio di “particolare ferocia”. Si cercano ancora l’arma del delitto e il cellulare della vittima: l’indagato avrebbe indicato una zona di ricerca e dichiarato di aver distrutto il telefono. Resta da trovare anche il coltello, che non è stato ancora recuperato al momento in cui scriviamo.

Il 21 gennaio 2026 davanti al Gip di Civitavecchia Claudio Carlomagno rende una confessione. Avrebbe raccontato di un litigio e della paura di perdere il figlio di 10 anni: un movente privato, intimo, che le indagini stanno verificando nel dettaglio. Gli accertamenti, però, non si fermano: per il Procuratore emergono “zone d’ombra” sui tempi e sulle modalità; non è escluso che l’uomo non abbia detto tutto. È su questo crinale che si muove la pista del possibile complice.

Gli avvocati Nicodemo Gentile e Pierina Manca, che assistono i genitori di Federica, annunciano il deposito di una memoria tecnica per sollecitare la contestazione dell’aggravante dei motivi abietti e del reato di vilipendio di cadavere. Per i legali, il delitto si inserisce in un “omicidio domestico” in cui l’indagato avrebbe agito per “eliminarla e privarla di ogni autonomia decisionale”, con condotte successive – bruciature, mutilazioni, seppellimento – che offendono la pietà per i defunti e la dignità della vittima. È un passaggio giuridico significativo che, se accolto, irrigidirebbe il trattamento sanzionatorio.

    Il caso Torzullo arriva a pochi mesi dall’introduzione del nuovo reato autonomo di femminicidio nell’ordinamento italiano. La Procura di Civitavecchia lo ha già contestato, ritenendo che l’omicidio sia maturato dentro una relazione affettiva e con condotte di controllo e sopraffazione funzionali a negare libertà e autonomia della vittima. Il nuovo articolo – indicato come 577-bis – prevede l’ergastolo nei casi in cui l’omicidio della donna sia motivato da odio o discriminazione di genere o per reprimere i suoi diritti e la sua personalità. Si tratta di un passaggio che incide in modo rilevante sulla cornice edittale.

    Resta, inoltre, la contestazione dell’occultamento di cadavere e delle aggravanti legate alla relazione affettiva e alla particolare crudeltà: un impianto severo, che fotografa la percezione di pericolosità e determinazione attribuita all’indagato, anche alla luce dei comportamenti successivi al delitto.

    Gli investigatori non escludono che Carlomagno possa aver avuto un aiuto. Si lavora su immagini, orari e presenze attorno alla villetta e all’azienda nelle ore decisive. L’ombra accanto all’indagato alle 14:17 e la presenza del furgone del padre alle 7:08 restano elementi da chiarire. Gli accertamenti puntano anche a ricostruire le tempistiche di scavo della buca e la movimentazione dei mezzi, per capire se fosse fattibile, da solo, l’insieme di azioni – uccisione, spogliazione, tentativo di combustione, frantumazione, trasporto, seppellimento profondo, ripulitura – nel lasso temporale disponibile. Tre sospettati sarebbero attenzionati per verificare eventuali ruoli di supporto, ma nessuna iscrizione formale è stata comunicata al momento. È un filone delicato, perché dalla sua conferma o smentita può dipendere l’estensione delle responsabilità.

    Mentre le unità di ricerca scandagliavano anche il lago di Bracciano, Anguillara Sabazia si è divisa tra speranza e angoscia. Dai racconti emerge l’immagine di una donna lavoratrice, attenta al figlio, con una rete affettiva presente tra Lazio e Basilicata.