il personaggio
Chi è Greg Bovino, il figlio di immigrati calabresi che ora dà la caccia agli stranieri negli Usa
L’uomo che ha trasformato un cappotto verde in un’icona globale delle retate: tra Minneapolis, un omicidio contestato e radici che fanno discutere
Le telecamere lo cercano, i cellulari lo inseguono. È Gregory “Greg” Bovino, alto ufficiale della United States Border Patrol, che a Minneapolis è diventato più di un funzionario: un’immagine. Un’estetica. Un simbolo—per alcuni di ordine e “sicurezza”, per altri di un autoritarismo che avanza. Nel mezzo, un paese spaccato, un’inchiesta esplosiva sulla morte di Alex Pretti, e un dettaglio biografico che pesa come un macigno retorico: le sue origini calabresi.
Un comandante diventato immagine
In pochi mesi, il nome di Bovino è passato dai bollettini interni della DHS alle prime pagine internazionali. A farlo esplodere non è stata soltanto la portata delle operazioni—retate coordinate in aree metropolitane, spostamenti rapidi da Los Angeles a Chicago e poi nel Midwest—ma la volontà di occupare la scena, comunicare, spiegare, ribattere punto per punto su telecamere e social. Nelle ultime settimane, a Minneapolis, i suoi video quotidiani hanno dettato la colonna sonora delle retate: dichiarazioni brevi, frasi assertive, la promessa di “non farsi dissuadere” e di “togliere dalle strade criminali irregolari”, spesso rilanciate da testate e piattaforme che ne amplificano il linguaggio. In una clip diventata virale, Bovino respinge come “falsa” la narrazione secondo cui agenti avrebbero usato un bambino di 5 anni come “esca” durante un fermo, puntualizzando che il minore “è con la sua famiglia”. Le immagini, girate a Minneapolis, lo ritraggono mentre aggiorna sull’“operazione in corso”, rivendicando risultati e smentendo accuse.
Ma l’immagine è soprattutto quel cappotto—un greatcoat verde, lungo al polpaccio, bottoni lucidi, cintura. Un capo che i media europei hanno associato a un’estetica militare del passato. Der Spiegel e altri giornali tedeschi hanno parlato esplicitamente di “look nazista”, un’accusa ripresa e discussa anche negli Stati Uniti. Bovino nega ogni richiamo ideologico: dice di possedere quel cappotto da fine anni ’90, di averlo comprato come dotazione della Border Patrol, di averlo indossato anche sotto altre amministrazioni. La polemica, però, ha scavalcato i confini della moda e si è fatta politica, con il governatore della California, Gavin Newsom, che ha ironizzato sul capo paragonandolo a una divisa delle SS, e con il contrattacco della DHS che difende la legittimità del soprabito.
Minneapolis come miccia nazionale
La centralità di Minneapolis non è casuale. Dalla fine di dicembre 2025, la città è epicentro di una vasta campagna federale di enforcement contro l’immigrazione irregolare, con la Border Patrol e ICE in prima linea. I media hanno documentato arresti, inseguimenti, dispersione di manifestanti e momenti di forte tensione. In un episodio ripreso dalle tv locali, Bovino viene visto lanciare agenti antisommossa e—secondo i servizi giornalistici—anche irritanti chimici in uno scontro con attivisti anti-ICE; un frammento che alimenta nuove accuse sull’uso della forza e la gestione dell’ordine pubblico in contesti urbani già segnati da traumi recenti.
La presenza “sul campo” del comandante ha contribuito a costruire un racconto polarizzato: chi lo appoggia lo descrive come il volto della durezza necessaria; chi lo contesta lo vede come l’architetto di retate indiscriminate, con scarsa trasparenza e un ricorso disinvolto a tecniche “da guerra” lontane dai confini. Le cronache mostrano come Bovino abbia assunto un ruolo itinerante—“commander-at-large”—spostandosi da Chicago (dove ha coordinato “Operation Midway Blitz”) ad altre città, con trasferimenti e rientri che hanno scandito i picchi di attività federale.
Il caso Alex Pretti: una ferita aperta
Il 24 gennaio 2026 la tensione diventa tragedia. In una strada di Minneapolis, Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva al VA hospital cittadino, viene colpito mortalmente dal fuoco di agenti della U.S. Border Patrol durante un’operazione. La versione federale parla di una minaccia armata e di resistenza violenta; la famiglia e più testimoni contestano, sostenendo che Pretti fosse disarmato o non costituisse un pericolo imminente. Il caso esplode: proteste, veglie, richieste di trasparenza e accuse di militarizzazione della sicurezza pubblica.
La reazione istituzionale è immediata. Un giudice federale del Minnesota emette un ordine temporaneo che impone al Dipartimento della Sicurezza Interna di preservare tutte le prove legate alla sparatoria dopo un’azione promossa dalla Minnesota Bureau of Criminal Apprehension, che lamenta ostacoli nell’accesso alla scena nonostante un mandato. Il procuratore generale Keith Ellison e l’ufficio del procuratore della contea di Hennepin spingono per un’indagine completa, promettendo di valutare eventuali profili penali a carico degli agenti federali.
La figura di Bovino entra nel quadro non soltanto come responsabile operativo più visibile delle retate, ma anche come voce che ha giustificato—pubblicamente—le finalità delle operazioni e la narrativa su presunti “bersagli” con storia criminale. In altre circostanze recenti, verifiche indipendenti hanno però smontato etichette generiche di “criminalità”, riducendole talvolta a infrazioni minori o al semplice reato d’ingresso irregolare: un promemoria sulla necessità di precisione quando si parla di sicurezza e diritto.
Le origini calabresi
Un tassello biografico ha fornito ai media italiani (e non solo) un irresistibile contrasto narrativo: Bovino discende da emigrati calabresi. Secondo ricostruzioni giornalistiche, i bisnonni lasciarono la Calabria—l’area di Aprigliano, provincia di Cosenza—per gli Stati Uniti all’inizio del Novecento. Alcune cronache indicano il 1909 come anno d’arrivo; la famiglia avrebbe poi ottenuto la cittadinanza nel 1927. È il paradosso perfetto per chi critica il comandante: il discendente di una migrazione povera che oggi guida retate contro altri migranti.
La genealogia, peraltro, non è un dettaglio puramente simbolico. Ricorda che l’America che oggi restringe ingressi e accelera espulsioni è anche l’America che, prima delle quote del 1924, accoglieva masse di europei del Sud e dell’Est, spesso destinati a miniere e fabbriche. È in quella America che i Bovino misero radici. Oggi, la stessa memoria viene brandita come arma retorica: per alcuni, a dimostrazione di un “tradimento” della storia familiare; per altri, come prova che l’integrazione funziona quando è accompagnata da regole chiare e controlli severi.
Una carriera tra blitz urbani e aule di tribunale
La traiettoria professionale di Bovino parte dalla Border Patrol di El Paso negli anni ’90, attraversa il settore di Yuma e approda negli incarichi di vertice. Nel 2025, diventa il volto operativo di grandi operazioni nelle metropoli: la cosiddetta “Midway Blitz” a Chicago e altre campagne in Louisiana e nel Midwest. Gli spostamenti vengono seguiti quasi in tempo reale dai media locali e dalle reti nazionali, con la DHS che—ufficialmente—ribadisce la continuità della presenza federale anche quando Bovino lascia una città.
La sua esposizione lo porta anche in tribunale: a fine ottobre 2025, le agenzie fotografiche documentano il suo arrivo alla Dirksen Federal Courthouse di Chicago per un’udienza legata all’uso di lacrimogeni contro i manifestanti, in un contesto in cui un giudice aveva imposto limiti all’impiego della forza. Le immagini fanno il giro delle redazioni e consolidano l’idea di un comandante che non teme la scena pubblica, nel bene e nel male.