il caso
Erdogan sta male? Perché le voci sulla sua salute scuotono la politica turca (e non solo)
Un presidente al centro di tutto: tra memoria di malori passati e un sistema iper-personalizzato che trasforma ogni indiscrezione in un segnale politico
In Turchia, quando su Recep Tayyip Erdoğan circolano voci sulla salute, il Paese trattiene il respiro. Non è solo curiosità: è funzione del sistema. In un’architettura del potere così fortemente centrata su un solo uomo, anche un sussurro diventa notizia, e la notizia un messaggio, e il messaggio — vero o falso — un fatto politico. Nelle ultime ore sono riemerse indiscrezioni, non confermate, su un possibile peggioramento delle condizioni del presidente. Non è la prima volta: già in passato la macchina delle speculazioni si è messa in moto, costringendo Ankara a smentite e contro-narrazioni. Ma perché, in un sistema iper-presidenziale, lo stato di salute del leader pesa così tanto? E cosa ci dicono i precedenti, dal 2012 al 2023, sul crinale sottile fra trasparenza, propaganda e stabilità?
La traiettoria medica: dall’intervento intestinale del 2012 al malore in diretta del 2023
Nel 2012, quando Erdoğan era ancora primo ministro, subì due interventi programmati all’apparato digerente (laparoscopici), con la rimozione di polipi intestinali. All’epoca la Presidenza del Consiglio parlò di “procedura di routine” e di piena ripresa, mentre una cappa di congetture — fino a ipotesi di patologie più gravi — alimentò un ciclo di voci poi respinte dal governo. Le cronache di allora, basate anche su dichiarazioni di medici coinvolti, confermarono l’esito positivo degli interventi e il ritorno rapido all’attività. È un capitolo importante, perché inaugura il rapporto fra la salute del leader e la “sfera pubblica” digitale turca, dove il tema diventa terreno di battaglia politica.
Il 25-27 aprile 2023 la scena si ripeté in altra forma: intervista televisiva in prima serata, improvvisa interruzione, ritorno in video con scuse e spiegazione di “gastroenterite”. Per due giorni, il capo dello Stato cancellò gli impegni elettorali, collegandosi in seguito in videoconferenza all’inaugurazione della centrale nucleare di Akkuyu. Le autorità turche respinsero con fermezza le voci più allarmistiche (fino a ipotetici “infarti” mai confermati), mentre un video con Vladimir Putin servì a normalizzare l’immagine del presidente, sebbene apparisse visibilmente affaticato. La Direzione della Comunicazione e l’allora vicepresidente Fuat Oktay parlarono di indiscrezioni “prive di fondamento”. Questo episodio è ormai il riferimento più recente e documentato a cui si aggrappa ogni nuovo ciclo di speculazioni.
Le voci riemerse in questi giorni, ancora non verificate, seguono un copione già noto: un rilancio social, la moltiplicazione di commenti, quindi la reazione degli apparati statali preposti al contrasto della disinformazione. Nella prassi degli ultimi anni, il Centro per il Contrast o alla Disinformazione presso la Direzione della Comunicazione è intervenuto più volte per negare affermazioni su presunte criticità di salute del presidente, ribadendo la continuità delle funzioni e lo svolgimento regolare dell’agenda. È uno schema che abbiamo visto nel 2021, nel 2023 e nel 2025, a testimonianza di come le condizioni di salute del leader siano divenute un campo di contesa informativa. Nelle ultime settimane, inoltre, Erdoğan è apparso in pubblico per dettare la linea del “anno delle riforme” (2026), segnale politico che contrasta con l’idea di un allontanamento Perché ogni sussurro diventa un terremoto: il peso della personalizzazione del potere
Dal referendum costituzionale del 2017 in poi, la Turchia ha compiuto il passaggio a una presidenza esecutiva che ha concentrato in capo al capo dello Stato — che può anche guidare il partito di governo — leve decisive su governo, magistratura e bilancio. È un assetto che molti analisti definiscono “iper-presidenziale” o di “personalizzazione del potere”: in un tale contesto, l’assenza temporanea del leader o il semplice sospetto di fragilità diventano variabili politiche, con ricadute su mercati, diplomazia e strategie degli attori interni. Gli osservatori internazionali hanno sottolineato come il nuovo assetto riduca i contrappesi e incentivi l’identificazione fra Stato e leader, amplificando l’impatto di ogni notizia sulla salute.
In un quadro di iper-presidenzialismo, i dossier economici (inflazione, politica di consolidamento fiscale), la postura regionale (Siria, Caucaso, rapporti con Russia e NATO) e la pipeline di riforme annunciate per il 2026 sono strettamente legati all’indirizzo del Palazzo Presidenziale. Un’eventuale indisponibilità prolungata del presidente rimetterebbe al centro la catena di comando: il vicepresidente assumerebbe i poteri ad interim; il governo — composto da ministri nominati direttamente dal capo dello Stato — continuerebbe in regime di ordinaria amministrazione; il partito di governo (AKP) fungerebbe da camera di compensazione politica, in coordinamento con l’alleato MHP. Il tutto con ricadute sui mercati e sulla politica estera, che negli ultimi anni hanno risposto in modo sensibile alla segnaletica presidenziale (nomine, toni, mosse improvvise). È uno dei costi della personalizzazione: la resilienza istituzionale esiste, ma molti attori — interni ed esterni — leggono la Turchia attraverso la lente di Erdoğan.