il caso
Il carcere di Prato come un girone infernale tra aggressioni e detenuti stuprati, la Procura: «Quadro agghiacciante»
Dalla corsia del pronto soccorso al parlatorio, dai corridoi delle sezioni alla procura: gli episodi del 22 dicembre, 16 e 24 gennaio raccontano una stessa storia. E spiegano perché “ripristinare la legalità” oggi è più di uno slogan
Nei giorni scorsi un giovane detenuto di 25 anni arriva in infermeria e il medico non perde tempo: “Al pronto soccorso, subito”. La diagnosi, poche ore dopo, è una sentenza asciutta: contusioni multiple, lesioni compatibili con una brutale aggressione, possibile contesto di violenza sessuale, una prognosi di almeno 30 giorni. È l’ultimo episodio in ordine di tempo dentro “La Dogaia”, il carcere di Prato, e non è isolato: appena otto giorni prima, il 16 gennaio, un 27enne sarebbe stato trascinato e pestato in quello che più testimoni descrivono come un raid funzionale alla consumazione di un abuso. E ancora, il 22 dicembre, un ventenne finisce nel mirino: lo colpisce un altro recluso, “su mandato” – diranno i racconti raccolti dagli inquirenti – di un terzo detenuto che avrebbe orchestrato l’agguato. Tre date, tre corpi feriti, un filo rosso: la progressiva normalizzazione della violenza tra detenuti. Un fenomeno che, da mesi, Procura, sindacati di polizia penitenziaria, Garante dei detenuti e realtà del volontariato descrivono come sistemico, non episodico.
Secondo i racconti – e in attesa che le indagini fissino con certezza nomi e responsabilità – i tre episodi appaiono connessi a dinamiche di dominio carcerario, con finalità di sopraffazione sessuale o di “messaggio” interno. Un pattern che la Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, ha già definito, in altri procedimenti, “agghiacciante”. In due casi, documentati nel 2025, gli inquirenti hanno contestato a ristretti sevizie e stupri prolungati ai danni di compagni di cella vulnerabili, avvalendosi di minacce e strumenti di tortura: per la magistratura, un quadro che richiede “ripristinare la legalità e sottrarre ai detenuti il controllo del carcere”.
L’episodio del 24 gennaio: la vittima, 25 anni, viene soccorsa con lesioni giudicate guaribili in almeno 30 giorni. La natura delle ferite e i primi accertamenti sanitari orientano su un’aggressione accompagnata da una componente di violenza sessuale. Il fascicolo – spiegano fonti interne – è stato trasmesso alla Procura, che procede con la massima riservatezza.
Il 16 gennaio, un uomo di 27 anni sarebbe stato picchiato da più persone; la violenza – questa l’ipotesi investigativa – avrebbe avuto lo scopo di “aprire la strada” a un abuso, in un clima di intimidazione e silenzio forzato. Anche in questo caso la catena di comando non sarebbe improvvisata: c’è chi decide, chi colpisce, chi vigila.
Il 22 dicembre, un ventenne viene aggredito da un detenuto per conto – è il sospetto – di un terzo. Un ordine “esterno” alla dinamica immediata, un mandato. Il copione parla la lingua tipica delle gerarchie informali dietro le sbarre: il pestaggio come strumento disciplinare o di controllo del territorio, anche quando il territorio è una cella.
Il mosaico che emerge, pur con i necessari condizionali e con l’obbligo di presunzione di innocenza per chiunque sia indagato, non sorprende chi, a Prato, studia da mesi la spirale. A inizio luglio 2025 la Procura rese pubblici atti e passaggi dell’inchiesta “La Dogaia”: parla di stupri, sevizie, telefoni in cella, perfino social usati dall’alta sicurezza, e di “condotte collusive” da accertare all’interno dell’istituto. A corredo, due rivolte – 4 giugno e 5 luglio 2025 – domate con l’intervento degli antisommossa. La fotografia, in quei giorni, fu netta: “Sottrarre ai detenuti il controllo degli spazi”.
Alla stagione delle rivelazioni ha fatto seguito, in autunno, la più massiccia perquisizione dell’ultimo quinquennio: il 22 novembre 2025 la Procura ha disposto una bonifica in forza dentro La Dogaia, con verifiche su 564 detenuti e l’impiego di circa 800 operatori tra Polizia penitenziaria, Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di finanza. L’oggetto degli accertamenti? L’approvvigionamento di droga e soprattutto di telefoni, con l’aggravante – sottolineano gli inquirenti – dell’uso sistematico di violenza e minaccia tra ristretti per reperire stupefacenti all’esterno attraverso semiliberi e permessanti. Un quadro che conferma quanto gli episodi di dicembre e gennaio sembrano ribadire: la violenza non è solo scopo, ma anche mezzo.
In Toscana – e a Prato in particolare – i numeri non sono un dettaglio. A febbraio 2025 i detenuti a La Dogaia erano saliti a 648 a fronte di 589 posti, dopo mesi altalenanti in cui l’istituto aveva sfiorato la capienza e poi l’aveva superata di slancio. A livello nazionale, tra fine 2024 e 2025, gli indici di sovraffollamento oscillano tra il 132% e oltre il 138% effettivo, se si considerano i posti indisponibili per inagibilità: Antigone e il Garante nazionale hanno suonato più volte l’allarme. Sovraffollamento significa più promiscuità, meno spazi di manovra per i trasferimenti, più vulnerabilità per chi è fragile e più margini per chi vuole imporre regole parallele. Che tre aggressioni a distanza di poche settimane atterrino nello stesso penitenziario non stupisce: lo prevede la statistica prima ancora che la cronaca.
Il procuratore Luca Tescaroli non fa giri di parole: quanto emerso dall’inchiesta del 2025 – telefoni, router, perfino video sui social dall’alta sicurezza – è la spia di una “diffusa illegalità” e di una “perdita di controllo degli spazi”, cui si sommano episodi di stupri e torture fra detenuti. In quella cornice, le nuove aggressioni del 22 dicembre, 16 e 24 gennaio potrebbero essere il segnale di un pendolo che non si è ancora fermato. L’azione giudiziaria, nel frattempo, ha prodotto processi e attività di polizia giudiziaria che hanno ridotto – ma non azzerato – la disponibilità di telefoni e sostanze. A breve, promettono ambienti investigativi, verrà tracciato un bilancio operativo dell’ultimo bimestre, con un focus proprio sulle violenze tra ristretti.