26 gennaio 2026 - Aggiornato alle 20:25
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LA RICOSTRUZIONE

«Dieci colpi in cinque secondi»: dentro l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis, la cronologia che smentisce la versione ufficiale

Un fermo immagine che brucia: il frame diventato virale, le piattaforme sotto accusa, e una ricostruzione al secondo che cambia la storia

26 Gennaio 2026, 15:29

“Dieci colpi in cinque secondi”: dentro l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis, la cronologia che smentisce la versione ufficiale

Una donna crolla sul marciapiede. Un uomo si china su di lei, il braccio sinistro alzato, la mano destra che impugna uno smartphone, non un’arma. Pochi istanti dopo, il crepitare secco di una raffica: dieci colpi in cinque secondi. È l’istante che ha trasformato l’ennesimo video di strada in prova di accusa, la fotografia che ha infiammato Minneapolis e, di riflesso, il Paese. L’uomo è Alex Pretti, 37 anni, infermiere in terapia intensiva all’ospedale dei veterani della città; a sparare sono agenti federali della United States Border Patrol, dispiegati in Minnesota nell’ambito di un’operazione anti-immigrazione straordinaria. La ricostruzione “minuto per minuto”, corroborata da più riprese e analisi indipendenti, contraddice in punti cruciali la narrativa diffusa dal Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS). Ed è qui che tutto cambia.

Cosa è successo, davvero: la sequenza al secondo

  1. Ore 09:05 del 24 gennaio 2026, incrocio tra Nicollet Avenue e 26th Street, Minneapolis. È qui che gli agenti federali, impegnati in una “operazione mirata”, entrano in contatto con Alex Pretti. I video mostrano Pretti che riprende gli agenti e si muove sul marciapiede in prossimità di due osservatori legali. Ventotto secondi prima del primo sparo, un agente spinge con violenza una donna con zaino arancione. Pretti reagisce: si interpone, tenta di proteggere, viene colpito con spray urticante. Poi viene travolto insieme alla donna.
  2. Nel corpo a corpo, più agenti immobilizzano Pretti a terra. Una delle riprese — analizzata fotogramma per fotogramma — mostra un agente che fruga all’altezza della schiena dell’uomo e afferra una pistola dalla fondina: l’arma viene sottratta a Pretti. Meno di un secondo dopo, un altro agente apre il fuoco. Dieci proiettili in circa cinque secondi. Dalle immagini, Pretti appare con il telefono in mano destra, l’altra mano alzata. Nessun frame disponibile lo ritrae mentre brandisce un’arma contro gli agenti.
  3. Finita la raffica, un agente corre via con la pistola appena recuperata. Pretti non si rialzerà più. I testimoni urlano. Minneapolis, ancora una volta, diventa il campo d’attrito tra forze federali, autorità locali e cittadini.

La ricostruzione temporale, coerente tra le principali analisi video pubblicate e i resoconti dei media locali, conferma tre elementi chiave: l’intervento di Pretti a protezione di terzi, il suo uso del telefono e non dell’arma, il disarmo avvenuto prima degli spari. Tre tasselli che incrinano la tesi del “tiro difensivo”.

Il fotogramma virale e la battaglia per la visibilità

C’è un fermo immagine — diventato virale nelle ore successive — che cristallizza il momento dell’aggressione: Pretti con lo smartphone in mano, circondato, colpito dallo spray, mentre cerca di proteggere una donna. Quel frame ha fatto il giro delle piattaforme. Numerosi utenti hanno denunciato che Facebook avrebbe tentato di rimuoverlo o limitarne la circolazione: segnalazioni di post oscurati, avvisi automatici legati alle policy su “violenza e contenuti grafici”, perfino difficoltà a caricare screenshot in alcune configurazioni dell’app. Al momento non esiste una conferma ufficiale che colleghi direttamente le rimozioni al caso Pretti; tuttavia, episodi analoghi e linee guida note di Meta spiegano perché immagini di violenza reale possano essere limitate se non accompagnate da contesto informativo o avvisi idonei. La stessa azienda prevede eccezioni di “notiziabilità”, ma la loro applicazione è stata spesso criticata per incoerenza.

Nel frattempo, la potenza di quel frame ha alimentato una mobilitazione rapida e trasversale: in meno di 24 ore, una raccolta fondi su GoFundMe per la famiglia di Pretti ha superato di gran lunga l’obiettivo iniziale, sfiorando prima i 400mila e poi i 700mila dollari, segnando un termometro emotivo del Paese.

Chi era Alex Pretti

Dietro la figura ritratta nei video c’è un professionista dei reparti più difficili: Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva al Minneapolis VA Health Care System, l’ospedale dei veterani. Un lavoratore rispettato, un cittadino con porto d’armi regolare, nessun precedente penale di rilievo oltre a violazioni amministrative. Laureato all’Università del Minnesota, impegnato anche nella ricerca. Il suo profilo stride con la rappresentazione diffusa nelle prime ore da alcune fonti federali.

Secondo le informazioni confermate dalle autorità locali, Pretti era legalmente armato — come molti in Minnesota — ma nei video visionati non c’è traccia di un gesto minaccioso con l’arma. L’analisi di testate nazionali e locali, insieme a quella di quotidiani che hanno passato al setaccio i filmati, rimanda un dato netto: quando partono gli spari, Pretti ha in mano un telefono.

Le versioni ufficiali a confronto

  1. La tesi federale. Nelle prime ore, il DHS ha parlato di un individuo “armato” che avrebbe minacciato gli agenti, avanzando l’ipotesi di un intento omicida. La narrazione è rimbalzata sui social istituzionali, con riferimenti a una pistola semiautomatica e a caricatori trovati in possesso di Pretti. Ma alcuni dettagli diffusi — compresa una foto con un’arma e un solo caricatore su un sedile — si sono rivelati inconsistenti con i filmati e hanno sollevato dubbi sulla gestione delle prove.
  2. L’analisi indipendente. Le grandi testate che hanno geolocalizzato e sincronizzato i video di testimoni — tra cui The Washington Post e reti locali CBS/FOX — hanno ricostruito che un agente ha recuperato l’arma dalla fondina di Pretti pochi istanti prima degli spari. Che fossero tutti consapevoli del disarmo non è chiaro dai video; certo è che l’azione letale è avvenuta dopo la sottrazione dell’arma.
  3. La posizione del Minnesota. Il governatore Tim Walz parla di “versione infarcita di menzogne”, sollecita il ritiro degli agenti federali e rivendica la guida statale nell’indagine. Keith Ellison, procuratore generale, ha ottenuto in tempi record un ordine restrittivo da un giudice federale — Eric C. Tostrud — che vieta al DHS di alterare o distruggere qualsiasi prova raccolta sulla scena. Un passaggio giudiziario straordinario, innescato dopo che gli investigatori statali hanno denunciato di essere stati bloccati due volte dall’accesso al perimetro, persino con un mandato firmato.

L’ordine del giudice: “prove intoccabili”

La sera del 25 gennaio, il tribunale federale del Distretto del Minnesota ha accolto l’istanza della Bureau of Criminal Apprehension (BCA) e della Procura della Contea di Hennepin, imponendo a DHS, ICE e Border Patrol di preservare integralmente tutte le evidenze, comprese quelle già rimosse dal luogo della sparatoria. Un’ingiunzione che fotografa la gravità della frattura tra istituzioni federali e autorità statali. “La legge vale anche per i federali”, ha sottolineato Ellison; “giustizia sarà fatta”.

Il provvedimento si inserisce in un contesto già infiammato da altri episodi: il 7 gennaio, Renee Nicole Good, 37 anni, era stata uccisa da un agente ICE a Minneapolis; il 14 gennaio, Julio Cesar Sosa-Celis era stato ferito a una gamba da un agente federale. Tre sparatorie in 17 giorni, due mortali, nello stesso perimetro cittadino.

Il contesto: l’“operazione” e la città sotto pressione

La presenza di migliaia di agenti federali in città — dispiegati nell’ambito di una vasta operazione anti-immigrazione — ha esasperato un equilibrio già precario. Nelle ore successive alla morte di Pretti, manifestazioni e presidi si sono moltiplicati: davanti all’hotel dove si riteneva alloggiassero agenti, la notte si è chiusa con l’uso di agenti chimici per disperdere la folla. Nel frattempo, la politica si è mossa: oltre al governatore, figure nazionali — dagli Obamas a parlamentari di entrambi gli schieramenti — hanno chiesto un’indagine piena. Persino organizzazioni pro-armi come la NRA hanno sollecitato trasparenza, respingendo l’idea che la mera presenza di un’arma regolarmente detenuta giustifichi l’uso letale della forza.

Il minuto per minuto: l’anatomia di un’esecuzione

Di seguito, una griglia temporale ricostruita incrociando più video e resoconti:

  1. 09:04:30 — Gli agenti federali si muovono lungo Nicollet Avenue. Testimoni e osservatori legali filmano. Pretti tiene lo smartphone in mano destra.
  2. 09:04:37 — Un agente spinge una donna con zaino arancione. Pretti arretra di un passo, alza la sinistra in segno di protezione.
  3. 09:04:41 — Spray urticante. Pretti abbraccia la donna per sollevarla. Un agente lo spinge: cadono all’indietro.
  4. 09:04:50 — Il groviglio. Almeno cinque-otto agenti circondano e sovrastano Pretti. Un colpo con un oggetto contundente è visibile in un’inquadratura laterale.
  5. 09:04:57 — Un agente a mani vuote allunga il braccio verso la schiena di Pretti, estrae una pistola dalla fondina e si allontana di un passo con l’arma in pugno.
  6. 09:04:58 — Primo sparo. La sequenza di 10 colpi in circa 5 secondi lascia stordita la folla. Pretti non brandisce nulla: in mano destra resta il telefono.
  7. 09:05:03 — Gli agenti arretrano, alcuni gridano. La scena si svuota, restano i testimoni. Minneapolis trattiene il fiato.

La sincronizzazione delle riprese — utile a ordinare gli eventi — non risponde ancora a tutte le domande: chi ha dato l’ordine di fuoco? Tutti gli agenti erano consapevoli che l’arma fosse già stata sottratta? Domande che ora slittano dritto sul tavolo dei magistrati.

Le parole che pesano: dai comunicati alle smentite

Dopo gli spari, il DHS diffonde una ricostruzione orientata sul pericolo rappresentato da Pretti, evocando persino il rischio di una “strage”. Ma la tenuta narrativa si sfalda alla prova dei fotogrammi e delle testimonianze. I governanti del Minnesota reagiscono con toni inusitatamente duri (“non ci si può fidare del governo federale”; “versione nonsense e menzognera”), chiedendo che l’indagine sia guidata dallo Stato e che gli agenti federali lascino il Minnesota. Il giudice Tostrud blinda le prove. La città, esausta, chiede verità.

La cornice legale: prove, catena di custodia, uso della forza

  1. Preservazione delle prove. L’ordinanza del tribunale federale è un atto inusuale in un contesto di conflitto di competenze: ordina a DHS, ICE, CBP e a chi “agisce in concerto” di non alterare alcuna evidenza, incluse quelle rimosse e ora in custodia esclusiva federale. È il modo con cui la giustizia federale garantisce la “catena di custodia” in un caso che rischiava di sfilacciarsi già nelle prime ore.
  2. Uso della forza. Le perizie indipendenti ricordano che un video, da solo, non è una sentenza: serviranno angolazioni, audio, fotogrammi e testimonianze per stabilire se gli agenti percepivano o meno una minaccia imminente e se l’uso della forza letale fosse proporzionato. Qui, però, l’evidenza del disarmo prima degli spari — e l’assenza di un gesto offensivo da parte di Pretti — spostano l’asticella.

La dimensione mediatica: quando un’immagine vale più di mille smentite

In tempi in cui la verità si gioca spesso nelle pieghe di un feed, il fotogramma che ritrae Pretti con il telefono diventa una sintesi potente. Le denunce di rimozioni da parte di utenti su Facebook — difficoltà di upload, etichette di contenuto violento, screenshot bloccati — si inseriscono in una lunga storia di enforcement ondivago delle policy. Meta prevede un’eccezione per contenuti di interesse pubblico, ma i report del Meta Oversight Board e di organizzazioni per i diritti umani hanno spesso segnalato applicazioni difformi e rimozioni automatiche non proporzionate. In altre parole: la moderazione algoritmica può frenare anche ciò che dovrebbe restare visibile, proprio perché serve a capire.

La politica dopo Pretti

La reazione non si è fermata ai confini del Minnesota. Leader nazionali hanno chiesto un’indagine completa, mentre la NRA e altri gruppi pro-armi — spesso vicini all’esecutivo — hanno rovesciato la prospettiva: difendere il Secondo Emendamento significa anche respingere l’idea che l’uso letale contro un cittadino regolarmente armato possa essere normalizzato. Nel mirino, soprattutto, la tesi che “avvicinarsi agli agenti mentre si porta un’arma” equivarrebbe, di per sé, a minaccia mortale. Un corto circuito che scuote alle fondamenta il rapporto tra cittadino, armi e Stato.