IL 27 GENNAIO
«La Repubblica non ha anticorpi per l’odio»: il monito di Mattarella nel Giorno della Memoria
Al Quirinale un appello netto contro antisemitismo e discriminazioni. Tra i passaggi più forti, la solidarietà a Liliana Segre e il richiamo alle radici costituzionali della Repubblica nata in reazione alle ideologie disumane del Novecento.
All’ingresso della Sala dei Corazzieri si sente prima il silenzio, poi l’applauso. È il momento in cui Sergio Mattarella guarda la platea e scandisce le parole che segnano la giornata: “Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale”. Non un rituale, ma un avvertimento. È il 27 gennaio 2026, ottantesimo anniversario della nascita dell’Italia repubblicana, e la memoria della Shoah diventa bussola civile, non memoria imbalsamata. Il Capo dello Stato lega passato e presente, Costituzione e futuro: “La Repubblica e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie disumane e sanguinarie del secolo scorso”. È un lessico asciutto, fermo, che non ammette alibi.
Un Giorno della Memoria che parla al presente
Nella cerimonia al Quirinale, condotta da Emma D’Aquino, la sequenza degli interventi costruisce un quadro unitario: la testimonianza dei sopravvissuti, la voce delle istituzioni e quella del mondo ebraico italiano. Sul palco intervengono la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, e il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, mentre l’attrice Elena Sofia Ricci legge pagine dedicate alla persecuzione antiebraica; la musica evoca memorie e ferite ancora aperte. È la liturgia civile di un Paese che affida alla memoria il compito di prevenire la ripetizione dell’odio.
Ma in questa edizione c’è un accento in più. Il Presidente avverte del “riproporsi e diffondersi” di manifestazioni di razzismo e antisemitismo, chiedendo un’azione “rigorosa” delle autorità in tutta l’Unione Europea. Non è un inciso: è l’innesto tra responsabilità nazionale e cornice comunitaria, in un’Europa che negli ultimi anni ha varato una strategia comune contro l’antisemitismo e, a gennaio 2026, ha rilanciato una nuova strategia contro il razzismo.
Il richiamo alle radici: Repubblica, Costituzione, antifascismo
Le parole di Mattarella risuonano con una puntualità che vale da promemoria collettivo: la Repubblica non nasce nel vuoto, ma “dal sangue innocente dei deportati, dei combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati per ciò che erano, pensavano o credevano”. È una genealogia etica e politica che, per il Presidente, impone coerenza: chi ha giurato sulla Costituzione non può relativizzare le responsabilità storiche del fascismo nelle leggi razziali e nelle persecuzioni. Anche Palazzo Chigi ribadisce la condanna di quella “pagina buia” e definisce le leggi razziali “un’ignominia”, in una sintonia istituzionale rara ma significativa.
In controluce, il discorso indica un perimetro: la memoria non è un repertorio di ricorrenze, ma una grammatica civica fatta di “fratellanza, rispetto, convivenza”. È la sostanza di un “patto civile” che pretende vigilanza e responsabilità, soprattutto quando l’odio si traveste da opinione. Per questo il Capo dello Stato ricorda che razzismo e antisemitismo non sono soltanto piaghe morali: nel nostro ordinamento sono reati, a partire dalla legislazione conosciuta come legge Mancino.
“Volgarità e imbecillità”: la difesa di Liliana Segre
Il passaggio più vibrante arriva quando il Presidente si rivolge direttamente a Liliana Segre. “Cara senatrice, a nome della Repubblica le esprimo solidarietà a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità”. È una formula dura, scelta per marcare una linea: gli insulti e le intimidazioni alla testimone di Auschwitz-Birkenau non colpiscono solo una persona, ma la coscienza civile del Paese. Le parole di Mattarella entrano nel merito, ricordando che simili condotte restano punite dalla legge e che il loro riproporsi “interroga” le autorità europee e nazionali.
Dalla sua, la senatrice a vita offre un’altra lezione civile: “Si può e si deve parlare di Gaza nel Giorno della Memoria — dice — ma non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria”. Un distinguo netto: il confronto sulle tragedie del presente non può trasformarsi in strumentalizzazione della ricorrenza, né in una “vendetta” contro le vittime di allora. È un invito alla misura nel dibattito pubblico, spesso travolto da polarizzazione e semplificazioni.
Il messaggio del Colle, nella sua essenzialità, chiama la politica alla responsabilità. Le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni — “condanniamo la complicità del regime fascista nelle persecuzioni” — si collocano nel solco di un linguaggio istituzionale che riconosce il sedimento storico degli errori e che, almeno in questa giornata, sembra superare i riflessi condizionati della polemica quotidiana. È un elemento non secondario in un Paese dove la contesa politica spesso usa la storia come clava, anziché come terreno di apprendimento.