IL CASO
Mediterraneo, il silenzio che parla: il faccia a faccia tra la fregata Fasan e l’ombra russa che resiste
In acque densissime di storia e tensioni, la Marina Militare incrocia un gruppo navale russo ridotto all’osso. Un incontro ravvicinato che racconta molto di più di una semplice “scorta”: spiega come sta cambiando il Mediterraneo dopo la perdita di Tartus, il peso di NATO e Italia nel controllo dei flussi marittimi e il declino operativo di Mosca tra sottomarini Kilo e un cacciatorpediniere con troppi chilometri sullo scafo.
La scena è quasi cinematografica: sullo sfondo il blu compatto del Mediterraneo centrale; in primo piano, i profili spezzati dalle onde della fregata italiana ITS Virginio Fasan (F-591) e, a distanza di sicurezza, la sagoma scura di un sottomarino Kilo-class—il Krasnodar—accompagnato dal cacciatorpediniere antisommergibile Severomorsk. È un “contatto” che dura ore, fatto di manovre misurate, scambi radio essenziali, eliche che modulano il proprio passo per non dire più del necessario. Ma in questo silenzio calibrato si sente chiaramente il suono della geopolitica: la NATO osserva, l’Italia guida parte del dispositivo nel suo mare di riferimento, e la Russia prova a mostrare una bandiera che, in questa fase, appare più simbolica che sostanziale.
Cosa è successo e perché conta
Nell’ambito delle attività di sorveglianza previste dai piani della NATO nel Mediterraneo, la fregata Fasan ha effettuato un incontro ravvicinato e prolungato con un gruppo navale russo composto dal sottomarino Krasnodar (classe Kilo, progetto 636.3) e dal cacciatorpediniere Severomorsk (classe Udaloy). L’azione si è svolta in acque internazionali, secondo le prassi di “shadowing” e “presence operations” impiegate da tutte le marine moderne per documentare e dissuadere, senza innescare incidenti o escalation.
Le unità rilevate—al netto di rotazioni e transiti—appaiono rappresentare la sostanza della presenza navale russa “attiva” nel bacino in questo periodo, in evidente contrazione dopo la perdita dell’accesso operativo alla base siriana di Tartus e la conseguente difficoltà logistica di mantenere una postura continuativa in teatro.
Per il dispositivo alleato, l’episodio è tanto routine quanto strategico: affina le procedure di anti-submarine warfare (ASW), certifica la credibilità di deterrenza e situational awareness, e ribadisce il ruolo dell’Italia come “framework nation” nel Mediterraneo allargato, anche alla luce degli incarichi recenti della Fasan come unità di bandiera del gruppo navale permanente SNMG2.
Perché proprio la Fasan
La ITS Virginio Fasan, seconda unità italiana della classe FREMM – Carlo Bergamini, è la piattaforma ideale per questo tipo di contatti. Specializzazione ASW, sonar a scafo e CAPTAS-4 a profondità variabile, integrazione con elicotteri NH-90 o AW101 dotati di sonar calabile e siluri MU-90: un ecosistema tecnologico costruito per trovare, classificare e tenere “al guinzaglio” i battelli convenzionali a bassa segnatura acustica come i Kilo. Quando la linea di galleggiamento di un diesel-elettrico si confonde con il mare, è la catena sensori—dalla guerra elettronica al trainato a bassa frequenza—che decide la partita. E la Fasan è nata per quella partita.
Non è un caso se proprio questa nave ha maturato, tra 2024 e 2025, una reputazione operativa di prim’ordine: dal Mar Rosso—dove ha intercettato e abbattuto un UAV ostile a protezione del traffico commerciale europeo nell’ambito di EUNAVFOR ASPIDES—alle attività di presenza e integrazione con alleati, fino al nuovo ciclo come flagship della Standing NATO Maritime Group Two ripreso a gennaio 2026 da Taranto. La scia che la Fasan traccia è un filo narrativo coerente: deterrenza, protezione delle rotte e reazione rapida alle minacce asimmetriche e statuali.
La Russia nel Mediterraneo, oggi
Il quadro russo nel Mediterraneo è cambiato in modo drastico nell’ultimo biennio. La perdita dell’accesso a Tartus—conseguenza del cambio di scenario politico in Siria nella fase finale del 2024—ha eroso il pilastro logistico su cui si reggeva la presenza di lungo periodo del gruppo navale di Mosca. Senza un punto di approdo per rifornimenti, manutenzioni e rotazioni equipaggi, mantenere in zona un sottomarino convenzionale—che passa comunque gran parte del ciclo operativo in porto—diventa complicato, costoso e rischioso. Le fonti open source confermano che tra fine 2024 e inizio 2025 la Russia ha dovuto ritirare o trasferire i propri battelli dal Mediterraneo, con episodi divenuti pubblici e seguiti da vicino dai paesi NATO lungo gli stretti d’accesso.
In questo quadro, la navigazione del Krasnodar—talvolta seguita da unità ausiliarie come rimorchiatori e navi appoggio—è stata monitorata in successione da diverse marine alleate dal Gibilterra all’Atlantico fino al Canale della Manica, con osservazioni ufficiali del Royal Navy e note stampa su passaggi in acque territoriali secondo le regole di innocent passage quando in superficie. La presenza a tratti del cacciatorpediniere Severomorsk, già “avvistato” in transito dai britannici nel marzo 2025, chiude il cerchio sull’attuale fisionomia del dispositivo russo: più linee di comunicazione da proteggere che vera proiezione di potenza.
Un incontro in mare, di per sé, non cambia gli equilibri. Ma li fotografa. Il “ravvicinato” tra Fasan e il binomio Krasnodar–Severomorsk è lo scatto nitido di un Mediterraneo in cui l’Italia—con le sue FREMM, le sue task force e la sua rete di alleanze—tiene il ritmo operativo, mentre la Russia resta in scena soprattutto attraverso transiti e simboli. Finché la logistica non tornerà a suo favore e finché le catene ISR alleate resteranno così fitte, quel blu compatto resterà un mare “amico” per chi lo pattuglia ogni giorno. E un mare “strettissimo” per chi prova a entrarci senza basi, senza soste e senza silenzio.