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la guerra

“Fermate i raid per sette giorni”: Trump racconta la telefonata a Putin mentre l’Ucraina gela

Un appello personale, una promessa non confermata e un Paese al buio: cosa c’è dietro la “tregua del freddo” chiesta da Trump a Putin

29 Gennaio 2026, 19:40

“Fermate i raid per sette giorni”: Trump racconta la telefonata a Putin mentre l’Ucraina gela

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia di aver telefonato a Vladimir Putin chiedendogli di non “aprire il fuoco” su Kiev e sulle altre città ucraine per una settimana. Secondo Trump, il leader del Cremlino avrebbe detto sì. Da Mosca, però, nessuna conferma. E dall’Ucraina arriva l’avvertimento: la minaccia di nuovi attacchi resta alta, mentre l’emergenza umanitaria causata dal gelo e dai bombardamenti sull’infrastruttura energetica continua a peggiorare.

Che cosa ha detto esattamente Trump

Parlando durante una riunione di governo alla Casa Bianca il 29 gennaio, Donald Trump ha spiegato di aver “chiesto personalmente al presidente Putin di non colpire Kiev e le città e i paesi per sette giorni” a causa del freddo eccezionale che sta travolgendo l’Ucraina. Ha aggiunto che Putin avrebbe accettato la richiesta, definendo il risultato “positivo” e motivato da considerazioni umanitarie. La dichiarazione è stata ripresa da diverse testate internazionali, con dettagli coincidenti: l’appello è legato all’ondata di gelo in arrivo e all’ampia crisi energetica che priva molti ucraini di elettricità, riscaldamento e acqua nel cuore dell’inverno.

La portata dell’annuncio è evidente: in un conflitto segnato da raid aerei quasi quotidiani sulle infrastrutture critiche, una sospensione anche breve potrebbe consentire di ripristinare linee elettriche, riparare sottostazioni e stabilizzare reti di teleriscaldamento e acqua. Ma, come spesso accade in questa guerra, la distanza fra la dichiarazione politica e la realtà sul terreno si misura in minuti e chilometri: non c’è verifica indipendente dell’impegno russo, né un documento che lo sancisca.

Il Cremlino tace, Kiev resta in allerta

Alla domanda se fosse in discussione una reciproca sospensione dei colpi contro le infrastrutture energetiche, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha scelto la strada del “no comment”. Nessuna conferma, nessun dettaglio su tempi, ambito e meccanismi di verifica. La posizione non sorprende: nelle ultime settimane Mosca ha ripetutamente smontato, o quanto meno raffreddato, ipotesi di cessate il fuoco parziali o “tecnici”, insistendo che la questione resti “complessa” e “di lungo periodo”.

Dal lato ucraino, il presidente Volodymyr Zelenskyy ha messo in guardia dalla possibilità di un nuovo massiccio attacco aereo. È un monito che suona coerente con il copione degli ultimi mesi: ondate di missili e droni hanno bersagliato centrali, depositi e snodi della rete, aggravando i blackout proprio mentre il freddo si faceva più intenso.

Il contesto: la “guerra all’inverno” e la crisi energetica

La strategia russa di colpire l’energia non è nuova. Dall’ottobre 2025 e poi nella prima metà di gennaio 2026, Kiev e molte città sono finite in una routine di allarmi aerei, interruzioni programmate, danni a centrali termoelettriche e stazioni di trasformazione. I blackout prolungati hanno lasciato interi quartieri senza calore e acqua proprio quando le minime sono scese fino a -20°C. Il risultato è una crisi a catena: pompe del teleriscaldamento ferme, condotte sfiatate per evitare rotture, scuole chiuse, centri di accoglienza riscaldati riaperti in fretta, lunghe file per ricaricare telefoni e dispositivi medici.

Secondo fonti umanitarie e media internazionali, nel solo gennaio 2026 Kiev ha sperimentato interruzioni della fornitura elettrica molto più lunghe rispetto al 2024: in alcuni distretti la corrente è mancata per buona parte della giornata, mentre i negozi hanno ridotto gli orari a causa del carico sui generatori e delle temperature gelide. La vita quotidiana si è ristretta a finestre di elettricità di poche ore, cucine a gas improvvisate e scorte per pasti rapidi. I supermercati hanno segnalato guasti ai macchinari e aperture intermittenti.

La fotografia scattata da Medici Senza Frontiere è cruda: con il termometro attorno a -4°F (circa -20°C), le équipe mediche osservano casi di ipotermia e un aumento di persone costrette a rifugiarsi in tende riscaldate per scaldarsi e ricaricare i dispositivi essenziali. L’emergenza nazionale dichiarata per le interruzioni di corrente condiziona anche la capacità degli ospedali di mantenere standard minimi in reparti sensibili.

Cosa cambierebbe davvero una “tregua del freddo” di sette giorni

Sul piano militare, una pausa dei raid aerei su Kiev e altre città consentirebbe di concentrare squadre e risorse sulle riparazioni. Alcuni tecnici parlano di pochi giorni come soglia minima per rimettere in esercizio sottostazioni danneggiate, riempire e ri-pressurizzare reti di teleriscaldamento e testare la stabilità di impianti e cabine. Ogni “finestra senza missili” riduce il rischio che lavori appena completati vengano devastati da una nuova ondata.

Sul piano umanitario, sette giorni potrebbero fare la differenza per ospedali, scuole, impianti idrici e centri di accoglienza: accumulare scorte di energia, sostituire apparecchiature guaste, riattivare linee di distribuzione del calore e riparare le condotte esplose per il gelo. In una città da oltre 3 milioni di abitanti, basta riaccendere alcune dorsali per ridurre morbosità e mortalità legate al freddo.

Ma la verifica è il punto dolente. Senza un meccanismo chiaro — osservatori, canali diretti fra Stato Maggiore ucraino e comando russo, o garanzie di terze parti — il rischio è che la “tregua” resti un annuncio. Negli ultimi mesi, Mosca ha spesso evitato di legarsi a impegni puntuali annunciati da Washington, preferendo definire il negoziato “in corso” ma senza “risultati annunciabili”. In assenza di un testo condiviso, ogni drone o missile lanciato durante la finestra rischia di erodere la credibilità politica dell’iniziativa.