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Mosca sepolta dalla neve: gennaio 2026 è il più nevoso in oltre due secoli
La capitale russa fa i conti con cumuli fino al ginocchio, aeroporti in affanno e trasporti rallentati: un mese da record che interroga scienza e servizi pubblici
Secondo l’osservatorio meteorologico dell’Università Statale Lomonosov (MGU), questo è stato il gennaio più nevoso a Mosca in oltre 203 anni di misurazioni. Al 29 gennaio sono caduti quasi 92 mm di precipitazioni, un valore che proietta il mese in cima alla serie storica iniziata oltre due secoli fa. Le nevicate sono state alimentate da cicloni profondi e estesi con fronti ben strutturati che hanno attraversato in sequenza la regione moscovita.
Il precedente picco giornaliero del mese è arrivato già all’inizio dell’ondata: il 9 gennaio 2026 Mosca ha registrato 21,4 mm in 24 ore alla stazione principale del VDNKh, evento inserito dagli esperti del Centro Idrometeorologico di Russia tra i cinque maggiori dell’intera serie invernale della capitale.
L’altezza del manto nevoso ha superato in varie aree i 60 centimetri. In alcune cronache televisive si menzionano 62 cm in città e cumuli localizzati oltre i 4 metri nelle aree di accumulo temporaneo.
Il Comune di Mosca ha attivato squadre h24 per lo sgombero: in diverse giornate di picco sono stati mobilitati oltre 130.000-145.000 addetti e più di 15.000 mezzi tra lame, pale, spazzatrici e camion, con l’ausilio delle stazioni di fusione della neve e di siti di stoccaggio temporaneo.
La Moscow Railway (MŽD) ha rimosso in un solo giorno circa 70.000 m³ di neve, schierando 104 mezzi speciali e oltre 5.000 dipendenti lungo la rete urbana e suburbana. In due giorni, secondo la sala stampa del sindaco citata dai media russi, dalle strade cittadine sarebbero stati sottratti quasi 1 milione di m³ di neve, poi smistata alle stazioni di scioglimento.
Il quadro aeroportuale è stato fluido ma impegnativo: la rimozione massiva di neve dalle piste e la riorganizzazione dei flussi in Sheremetyevo hanno imposto finestre con partenze consentite e arrivi sospesi, la distribuzione di migliaia di bottigliette d’acqua e snack ai passeggeri e l’attivazione di protocolli per la riconsegna dei bagagli.
Perché in un mondo più caldo possono aumentare le nevicate estreme
Il paradosso è solo apparente. L’aria più calda trattiene più vapore acqueo: ogni +1°C significa in media circa +7% di capacità di umidità atmosferica. Se le condizioni restano sottozero, quell’umidità in eccesso può trasformarsi in nevicate più intense. È una dinamica riconosciuta dai servizi europei Copernicus: nel 2024 l’atmosfera globale ha registrato un contenuto di vapore record, con un’anomalia media del +4,9% rispetto al 1991-2020, un “carburante” che accentua gli estremi precipitativi.
Gli analisti Copernicus segnalano inoltre che, mentre a bassa quota e in molte aree temperate la stagione della neve tende ad accorciarsi, in specifiche configurazioni sinottiche e a quote/interne latitudini sufficientemente fredde gli episodi intensi possono diventare più probabili per il surplus di umidità, con neve più densa e bagnata che grava su tetti e infrastrutture.
Il quadro è coerente con la letteratura scientifica: studi europei evidenziano come forti contrasti termici mare‑atmosfera e afflussi d’aria fredda su bacini relativamente tiepidi (dal Mediterraneo al Mar del Giappone) possano incrementare la convezione e, quindi, gli episodi nevosi estremi quando l’isoterma resta favorevole alla neve.
Confronti storici
L’11 gennaio 2028 Mosca ricordava l’eccezionale nevicata del 2018, quando in un solo giorno alla stazione del VDNKh si misurarono 24,2 mm: è il primato giornaliero invernale della capitale. Il 9 gennaio 2026 si è fermato a 21,4 mm, ma ciò che rende unico il gennaio 2026 è la persistenza: la reiterazione di impulsi nevosi e l’assenza prolungata di scioglimenti significativi hanno mantenuto alto lo spessore del manto e spinto il totale mensile oltre il record bicentenario.
Anche al di là della capitale, l’inverno 2025‑26 mostra una geografia complessa degli estremi: tra Stati Uniti e Canada diversi stati e province hanno superato record di neve giornaliera a fine gennaio; in Europa, l’alternanza di fasi miti e irruzioni fredde favorisce episodi localmente severi. Se prende corpo il segnale globale osservato da Copernicus — mari insolitamente caldi, atmosfera più umida — gli eventi “di coda” della distribuzione statistica diventano più plausibili.