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Dalla rampa di Rota al cuore d’Europa: la grande prova NATO che misura la velocità della difesa europea
Nel porto militare spagnolo è scattato il via alla manovra più visibile dell’Alleanza per il 2026: migliaia di militari e oltre una dozzina di navi salpano verso la Germania
Un altoparlante gracchia un ordine, i marinai in tuta arancione scorrono cavi d’ormeggio, un drone decolla per un breve check visivo del bacino. Accanto alla passerella di bordo, il generale tedesco Ingo Gerhartz — oggi al vertice del Joint Force Command Brunssum — indica una rotta su una carta nautica: dal sud della Spagna al Baltico, passando per la Germania. Non è l’ennesima esercitazione, spiega: è la più grande e “più visibile” dell’Alleanza Atlantica in questo 2026, e soprattutto è un test misurabile della rapidità europea nel muovere forze sostanziali in tempi brevissimi. Dalla Base Navale di Rota si mette in moto il primo atto: circa 10.000 militari, una componente navale con almeno 17 unità — “più di una dozzina”, sottolineano i pianificatori — e la sfida primaria che sta a monte di ogni deterrenza credibile: la velocità di reazione.
Che cosa sta succedendo davvero a Rota
Il 29 gennaio 2026, a bordo del BAA Castilla, le autorità militari spagnole e alleate hanno ufficializzato l’avvio di Steadfast Dart 26, la grande manovra annuale che, per la prima volta in questo formato, mette sotto stress l’Allied Reaction Force (ARF), la forza di reazione rapida della NATO.
La fase iniziale si concentra “al largo della Spagna”, con comando e coordinamento imbarcati su assetti della Armada Española e con la partecipazione di unità navali di Turchia, Spagna e, via via, di altri alleati europei.
Nel giro di pochi giorni, il dispositivo marittimo e le forze collegate dovranno muovere verso Kiel e altri snodi nel nord della Germania, dove si svolgerà la fase di convergenza e addestramento congiunto: trasporto, scorta, difesa del convoglio, sbarchi anfibi, inserzioni di forze speciali, integrazione con assetti aerei, cibernetici e, per quanto necessario, spaziali.
Lo scopo, ripetono i comandanti, è “banale” solo sulla carta: dimostrare che l’ARF può attivarsi in pochi giorni, attraversare l’Europa da sud a nord e “convergere” nello stesso tempo e nello stesso luogo con moduli terrestri, aerei e navali di paesi diversi, secondo i nuovi piani di difesa dell’Alleanza. In altre parole: che la promessa di reattività non è un comunicato stampa, ma un tempo e una distanza misurabili.

Perché “Dart 26” è diverso: tre novità concrete
Un perno europeo molto più visibileA guidare la manovra è il JFC Brunssum, con un ruolo di primo piano del comando navale ad alta disponibilità spagnolo (SPMARFOR) imbarcato sul Castilla. La componente marittima che salpa da Rota verso Kiel include, nella primissima ondata, quattro navi turche e due spagnole; poi si aggregano unità di Germania, Francia, Paesi Bassi e Polonia. È una cartina di tornasole della capacità europea di assumere, quando serve, il baricentro delle operazioni sul continente, anche in assenza di una presenza statunitense dominante nelle fasi centrali dell’addestramento in Germania.
Velocità come missione, non come sloganLa manovra non prova solo “che cosa fare” in caso di crisi, ma “quanto in fretta” farlo: dal trasbordo in porto alla scorta aerea dei convogli, fino all’inserzione anfibia su poligoni Schleswig-Holstein e Bassa Sassonia. Si misurano colli di bottiglia reali: capacità di trasporto su rotaia, disponibilità di ponti con carichi militari elevati, compatibilità dei terminal portuali, punti di accettazione aeroportuale, procedure di host nation support in Germania.
L’ARF “a ciclo completo”Non parliamo di un singolo settore operativo: terra, mare, aria, cyber e spazio vengono collegati in un’unica rete di comando e controllo. È qui che si vede se i protocolli recenti dell’Allied Reaction Force funzionano davvero: dalla distribuzione del quadro di minaccia al tasking dei sensori, fino alle regole di ingaggio simulate e al passaggio di consegne tra i comandi d’area.

Numeri chiave — e perché contano
Circa 10.000 militari complessivi, con contributi principali di Italia, Grecia, Germania, Cechia, Spagna, Lituania, Bulgaria e Turchia, più il supporto di Francia, Estonia, Paesi Bassi, Polonia, Belgio e Regno Unito.
Almeno 17 assetti navali previsti nella finestra della manovra (tra navi da assalto anfibio, fregate, cacciamine, unità rifornitrici e — in alcuni segmenti — cacciatorpediniere e sommergibili).
Oltre 1.500 veicoli terrestri e più di 20 aeromobili tra Eurofighter, F‑16, AV‑8B Harrier, A400M.
Un calendario compreso tra l’1 e il 20 febbraio 2026 per le fasi più visibili in Germania, con la “marcia” marittima che dal Golfo di Cadice risale verso Kiel con arrivi pianificati l’11 febbraio.
Questi numeri non sono meri record: traducono la massa critica minima per testare davvero ciò che fa la differenza in un contesto di contesa ad alta intensità. Un convoglio con “più di una dozzina” di navi non è solo più complesso da coordinare: è un bersaglio potenziale che obbliga a mettere in pratica la difesa a strati, dalla guerra anti‑sottomarino alla guerra elettronica, dalla protezione antiaerea alle contromisure mine. Tutto questo mentre a terra si aprono i corridoi logistici, si validano i nodi ferroviari e si stressano i punti di ingresso designati.
Rota–Kiel: la rotta che racconta la NATO di oggi
Rota è molto più di un porto: è uno snodo che collega Atlantico e Mediterraneo occidentale, con capacità di imbarco e comando che la Marina spagnola ha progressivamente consolidato. Scegliere Rota per lanciare Dart 26 significa sfruttare una piattaforma con comando navale ad alta disponibilità e la vicinanza a poligoni marittimi che permettono un avvio realistico delle attività. Da lì, la risalita verso la Germania non è un esercizio di stile: è la traduzione pratica del concetto south‑to‑north che nei piani dell’Alleanza deve essere immediatamente eseguibile in caso di crisi a nord e a est.
La destinazione Kiel non è casuale. È una porta sul Baltico, un bacino oggi completamente alleato dopo l’ingresso della Svezia nella NATO: un mare chiuso, ad alta densità di infrastrutture critiche sottomarine e di cavi, in cui la postura di deterrenza si regge sulla capacità di interdire e proteggere. Condurre qui il segmento centrale della manovra significa testare la logistica d’accesso e la proiezione di forza in un’area che, per prossimità geografica, risulta strategicamente sensibile.
“Senza gli USA”? La sfumatura che conta
Molte fasi di Steadfast Dart 26 sono a trazione europea. Diverse fonti indicano che le fasi principali in Germania si svolgono con contributi prevalentemente europei e, secondo comunicazioni pubbliche in Germania, senza una partecipazione statunitense dominante a questi specifici segmenti. È una scelta operativa con valenza politica: dimostrare che, nel quadro NATO, l’Europa può attivare forze credibili e prontezza anche in assenza di un ruolo statunitense di primo piano in ogni singola fase. Attenzione, però, alla semplificazione: l’architettura complessiva — pianificazione, interoperabilità, dottrina, comando e controllo — resta integrata nell’Alleanza, dove la sinergia con le capacità USA rimane un pilastro. La notizia, semmai, è che i partner europei stanno “provando sul serio” la loro autonomia funzionale all’interno della cornice NATO.
La Germania come “cerniera”: cosa si prova lungo i corridoi
Per Berlino, Dart 26 è un banco di prova dell’ambizione — e della responsabilità — di essere hub logistico dell’Alleanza. Terminal come Emden e Kiel vengono usati per il roll‑on/roll‑off di unità corazzate e mezzi ruotati, mentre in Bassa Sassonia e Schleswig‑Holstein si testano scenari anfibi e la successiva proiezione a terra. Ciò che si cerca non è solo la “potenza di fuoco”, ma la frizione reale del sistema.