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Kevin Warsh alla guida della Fed: la scommessa di Trump che può riscrivere l’agenda della politica monetaria USA
Un ex governatore, un curriculum “da crisi” e una missione delicatissima: convincere i mercati e il Senato che l’indipendenza della banca centrale resta intatta.
Un lampo sui terminali, una curva che si torce: in pochi minuti il dollaro rafforza la marcia, l’oro scivola di quasi il 5%, i desk cercano il filo. La notizia è arrivata all’alba di venerdì 30 gennaio 2026: Donald Trump indica Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve, destinato a subentrare a Jerome Powell alla scadenza del mandato in maggio. Per la banca centrale più influente del pianeta si apre una fase che promette discontinuità, ma chiede una prova di equilibrio: conciliare le pressioni per tagli ai tassi con la tutela dell’indipendenza. Il passo successivo è politico: la nomina dovrà superare l’esame del Senato.
Chi è Kevin Warsh: dal board della Fed ai ponti con Wall Street
Ex membro del Board of Governors tra 2006 e 2011, Kevin Warsh è stato, negli anni incandescenti della crisi finanziaria, uno snodo tra la Fed di Ben Bernanke e i vertici delle grandi banche americane. A 35 anni fu il più giovane governatore nella storia della banca centrale; prima, alla Casa Bianca, era stato Special Assistant to the President for Economic Policy nell’amministrazione George W. Bush. Negli ultimi anni ha diviso il tempo tra la Hoover Institution e la Stanford Graduate School of Business, e ha collaborato con l’investitore Stanley Druckenmiller. Un profilo che intreccia accademia, politica economica e mercato.
L’indicazione di Trump arriva dopo settimane di speculazioni su una short list che comprendeva anche Kevin Hassett, Christopher Waller e Rick Rieder. Lo stesso Warsh era stato tra i finalisti nel 2017, quando la scelta cadde su Powell. Questa volta il dado è tratto.
Il calendario che conta: la scadenza di Powell e i tempi del Senato
Un punto fermo è la data: il secondo mandato quadriennale di Jerome Powell come presidente della Fed termina il 15 maggio 2026. Fino ad allora, il timone formale resta nelle sue mani, benché l’annuncio del successore rischi di creare il classico effetto “ombra” sui mercati. Poi la staffetta, se e solo se il Senato confermerà la nomina. Storicamente la conferma richiede una maggioranza semplice in aula, preceduta da audizioni e voto della Commissione bancaria del Senato; nel 2014 Janet Yellen passò con 56 “sì”, nel 2022 Powell fu confermato con 80 voti favorevoli. La procedura è chiara, il contesto politico meno: la maggioranza repubblicana ha mostrato negli ultimi mesi di voler accelerare sulle conferme, modificando prassi per sbloccare i nominativi presidenziali, pur riservando un esame pieno per le posizioni di vertice.
L’orientamento di Warsh: da “falco” della crisi a riformatore pragmatico
Nell’immaginario di molti operatori, Warsh resta il “falco” che, tra 2009 e 2011, guardava con sospetto agli stimoli non convenzionali. Eppure, negli ultimi anni, il suo pensiero si è spostato su un terreno più sfumato: una critica serrata alla “mission creep” – l’allargamento di compiti e ambizioni della Fed – accompagnata dall’idea che la banca centrale debba “ritornare al mestiere” di guardiana della stabilità dei prezzi, salvaguardando l’autonomia e riducendo interferenze e distorsioni. È un fil rouge che riemerge nei suoi interventi pubblici, compreso un saggio del 2025 in cui ammoniva sui rischi per l’indipendenza quando la politica monetaria allunga il perimetro ben oltre il necessario.
Non solo. Warsh ha firmato nel 2014 la “Warsh Review” per la Bank of England, un pacchetto di riforme che ha portato a significativi cambiamenti nelle pratiche di comunicazione e trasparenza della banca centrale britannica: pubblicazione più rapida delle motivazioni delle decisioni, riassetto dei calendari, rilascio differito dei verbali dettagliati. Un’esperienza che racconta la sua attenzione al nesso tra trasparenza e efficacia della politica monetaria – e che potrebbe anticipare un’agenda di “manutenzione istituzionale” anche a Washington.
Cosa cambia per la Fed: indipendenza, tassi, bilancio
Trump ha rivendicato la scelta con toni enfatici, definendo Warsh un candidato destinato a entrare tra i “grandi” della Fed. Dietro la retorica, una convergenza importante: l’obiettivo di spingere sui tagli dei tassi nel 2026, dopo un biennio di lotta all’inflazione. Qui si gioca la partita più delicata. Da un lato, Warsh appare oggi più aperto di ieri a una politica monetaria accomodante se i dati lo consentono; dall’altro, ha ripetutamente sostenuto la necessità di ridurre nel tempo la dimensione del bilancio della Fed, limitando l’uso di strumenti straordinari e riportando la banca centrale entro un perimetro più stretto. L’equilibrio fra queste spinte – tassi più bassi nel breve, normalizzazione degli asset nel medio – definirà la sua impronta.
Il nodo politico-istituzionale resta però l’indipendenza. L’annuncio della Casa Bianca arriva dopo mesi di frizioni con l’attuale leadership, e in un contesto in cui la maggioranza al Senato ha già accelerato alcune nomine chiave nel sistema finanziario. La conferma di Warsh offrirà al Congresso l’occasione per sondare – in audizione pubblica – il suo impegno a proteggere la separazione tra banca centrale e Esecutivo: una condizione che i mercati, in modo quasi istintivo, prezzano ogni giorno.
I mercati alla prova: dollaro, oro, curve dei Treasury
La reazione “a caldo” racconta l’attesa di una Fed più espansiva, ma guardinga sui rischi di lungo periodo: il dollaro si rafforza, il gold corregge in modo brusco, i rendimenti dei Treasury oscillano in cerca di un nuovo baricentro. Diversi analisti leggono nella nomina un segnale di continuità “conservatrice” sull’impianto istituzionale, unito a una maggiore probabilità di tagli nel 2026 qualora l’inflazione converga con decisione verso il target. È l’ennesima prova che l’“annuncio” – la forward guidance implicita nella scelta del vertice – incide sulla curva delle aspettative prima ancora che un nuovo presidente sieda al tavolo del FOMC.
Il dossier Powell: il passaggio di consegne
Per Jerome Powell, entrato nella storia recente per il ciclo di rialzi più rapido degli ultimi decenni e per la gestione della fase post-pandemica, l’ultimo tratto di mandato si annuncia complesso. Da qui a metà maggio, i dati su crescita e inflazione diranno se esiste spazio per iniziare un ciclo di allentamento a guida Powell o se il compito passerà direttamente a Warsh. Formalmente, però, la cronologia è netta e fissata: il mandato di Presidente termina il 15 maggio 2026, quello di Governatore nel 2028. Una chiarezza utile ad evitare sovrapposizioni di responsabilità nei mesi di transizione.
La conferma al Senato: numeri, prassi, precedenti
Sul piano procedurale, la strada è nota: audizioni davanti alla Commissione bancaria e voto in aula con maggioranza semplice. I precedenti aiutano a tarare le aspettative. Nel 2014, Yellen fu confermata con 56 voti su 100; nel 2022, la seconda investitura di Powell raccolse 80 “sì”. Gli schieramenti odierni sono più polarizzati, ma le regole restano le stesse. Va segnalato che, nel 2025, il Senato a guida repubblicana ha introdotto cambi di prassi per accelerare alcune conferme di nomine esecutive, senza toccare gli scrutini pieni per i vertici più sensibili. Questo contesto potrebbe rendere più rapidi i tempi in aula, ma non elimina la possibilità di una corsia “ad alta sorveglianza” per un ruolo cruciale come la guida della Fed.