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l'intervista

«Senza dialogo non c’è pace. Sant’Egidio e la sfida del nostro tempo»

Marco Impagliazzo presidente della Comunità di Sant’Egidio è docente ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, dove insegna anche Storia della pace

31 Gennaio 2026, 06:15

«Senza dialogo non c’è pace. Sant’Egidio e la sfida del nostro tempo»

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Marco Impagliazzo presidente della Comunità di Sant’Egidio è docente ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, dove insegna anche Storia della pace. L'intervista integrale realizzata ne la sede de La Sicilia. 


Sembra esserci spazio per una “tregua fredda”. Quali spiragli concreti vede oggi per un negoziato sull’Ucraina e che ruolo possono giocare la diplomazia umanitaria e la società civile nel trasformare una pausa delle armi in un vero processo di pace?
«Apprendiamo con grande soddisfazione questa notizia che speriamo sia solo l’inizio di qualcosa di più serio. Certamente i negoziati stanno andando avanti, seppure molto e troppo lentamente, perché la gente ormai soffre da quattro anni di guerra. A cui si è aggiunta, ad esempio, la privazione dell’energia elettrica che sta creando disagi enormi alla popolazione ucraina. Abbiamo constatato che le nostre forze, i nostri giovani - noi siamo comunità diffusa in Ucraina dalla fine degli anni Ottanta - hanno registrato una grande solidarietà dall’esterno, ma anche internamente e che la resistenza degli ucraini, anche pacifica diciamo a questa guerra, nel sostenere gli sfollati o la gente più povera sta dando dei buoni risultati. Sono orgoglioso dell’impegno di Sant’Egidio a questo livello. Il segreto è che bisogna mettere allo stesso tavolo le persone, quello che purtroppo per quattro anni non è avvenuto tra ucraini e russi che finalmente in queste ultime settimane sta avvenendo. Per questo sono più ottimista, perché finalmente dialogano. È lì la base di tutto».


La comunità di Sant’Egidio è spesso definita un “laboratorio di pace”. In un contesto globale segnato da guerre e polarizzazioni, quali strumenti concreti ritiene oggi più efficaci per costruire percorsi di dialogo?
«Nella nostra esperienza la pace si costruisce a partire dalla conoscenza dei conflitti, dei mondi in guerra e particolarmente immedesimandosi nelle vittime. Bisogna sempre partire dalle vittime delle guerre e dei conflitti, è lì il nodo, più che dai nostri ragionamenti. E da lì nascono iniziative di dialogo e di pace che coinvolgono il mondo religioso. Separiamo definitivamente la religione dal tema della violenza, della guerra. Poi c’è il tema della mobilitazione: la pace si raggiunge anche se i popoli si mobilitano per la pace, le giovani generazioni, ma non solo. C’è una domanda diciamo dal basso di pace che deve crescere perché coinvolga e tocchi il cuore e le menti di chi ci governa o di chi ha in mano le sorti dei popoli. E c’è tutto lo spazio diplomatico, purtroppo oggi in secondo piano, perché appunto siamo, come diceva Papa Francesco, in un cambiamento d’epoca in cui dobbiamo ancora capire bene. Purtroppo è venuto a mancare il multilateralismo, quindi le grandi organizzazioni internazionali dall’Onu in giù hanno perso la loro forza perché si è investito più a livello nazionale negli interessi propri che nelle cosiddette tensioni unitive che avevano cominciato a unire il mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ecco bisogna ritornare a occupare quegli spazi e dargli valore».

Sant’Egidio ha svolto un ruolo di mediazione in diversi conflitti, è una parola chiave. Cosa si intende per mediazione dal basso. «Vuol dire che noi siamo una comunità, un'organizzazione che non ha né interessi politici né economici né militari ma siamo solo motivati da questo ideale che a noi ci viene dalla fede cristiana che è questo ideale di pace, ecco che nel Vangelo è molto presente le parole di Gesù continuamente pace a voi che sono anche le parole di Papa Leone all'inizio del suo pontificato "pace disarmate e disarmante". E questo essere diciamo un ente, un'organizzazione senza interessi propri se non quello della pace ci dà credibilità perché noi non mediamo per dare ragione all'uno o all'altro popolo, ma per mettere assieme le ragioni dell'uno e dell'altro. E quindi ascoltare gli interlocutori non vuol dire per forza essere d'accordo come fai essere d'accordo con un terrorista o con uno che bombarda? Non è il problema di essere d'accordo, ma di mettere d'accordo cioè di far incontrare quelle parti che vivono questa discordia». 

Nel suo insegnamento universitario, che cosa cerca di trasmettere agli studenti quando parla di pace: un ideale etico, una competenza politica o una pratica storicamente verificabile? «Cerco di trasmettere innanzitutto il fatto che esiste ed esistito un mondo che lavora per la pace che siano organizzazioni internazionali che siano personalità come Gandhi come Nelson Mandela. Purtroppo la nostra storia è stata influenzata troppo della storia militare dalle storie delle guerre e quindi spesso i giovani non sanno che esiste anche una storia della pace esistono, che esistono movimenti pacifisti o di pacificatori e quindi bisogna far conoscere questa storia per dire che è possibile oggi anche replicarla. Serve trasmettere loro una certa fiducia nel futuro e una responsabilità. Se è vero che in pochi possono scatenare una guerra molto pericolosa è anche vero che in pochi se ci si unisce si può lavorare per la pace».

Guardando alle nuove generazioni, vede segnali di disimpegno o, al contrario, nuove forme di responsabilità e partecipazione nella costruzione della pace? «E' un discorso che ha due facce. Da una parte c'è il mondo degli adulti, il sistema mediatico, il sistema politico che sta escludendo i giovani. I giovani oggi sono sostanzialmente marginali dall'interesse della visione che hanno gli adulti e questo è un problema molto serio delle nostre società. Cosa stiamo trasmettendo ai giovani? Che la guerra è un valore? Che siamo destinati a vivere in un mondo in guerra? Ecco una domanda seria che influenza l'educazione che noi diamo ai giovani. Dall'altra però, ho visto a partire dalla questione palestinese un nuovo impegno giovanile, giovani toccati dalle immagini che l'informazione per fortuna ci ha dato perché quello che è accaduto a Gaza è accaduto sotto gli occhi anche dell'informazione. Molti purtroppo sono anche morti, molti giornalisti e operatori dei media e hanno conosciuto le cose e si sono mobilitati. Quindi c'è una voglia di pace nel mondo giovanile. La comunità di Sant'Egidio ha un grande movimento che si chiama "Giovani per la pace" che raduna giovani diciamo un po' di tutto il mondo proprio su questo tema della pace. Abbiamo una rete estesissima di scuole gratuite, le cosiddette scuole della pace nelle periferie delle grandi città del mondo. Lavoriamo tanto sulla pace e sentiamo come per i giovani questo tema sia essenziale anche perché sono stufi del mondo che abbiamo costruito noi adulti».

Cinque parole con cui descriverebbe l'azione della comunità di Sant'Egidio per la pace. «Conoscenza delle situazioni, immedesimazione nelle ragioni delle vittime del conflitto e solidarietà, ascolto, pazienza e tanta speranza».

Torniamo in Sicilia. La nostra regione fa da apripista per la legge sugli anziani. «Il mondo degli anziani assieme al mondo dell'immigrazione sono le due grandi questioni del Ventunesimo secolo. Il nostro mondo grazie al progresso della medicina è aumentato e stiamo diventando sempre più un mondo di anziani. L'Italia è un paese in gravissima crisi demografica in cui nel futuro saremmo sempre più anziani e non siamo preparati a questo. Finora le uniche due soluzioni sono state quelle di affidare gli anziani alle famiglie e l'istituzionalizzazione, cioè metterli da una parte in istituti o Rsa. Quello che vogliamo è lasciarli lì per vivere gli ultimi anni della loro vita, ma purtroppo però questa istituzionalizzazione sta provocando isolamento, solitudine e quindi morti precoci e soprattutto bassissima dignità della vita dell'anziano. Quello che noi immaginiamo è ritornare a un mondo in cui l'anziano faccia parte della società, resti nelle famiglie o a casa propria accudito anche da badanti, da personale sociosanitario. Le risorse ci sono per curare gli anziani, a casa costa molto meno che curarli negli ospedali o negli istituti. Bisogna invertire proprio il paradigma cioè ripensare l'anziano nella società, a casa propria con tutti gli ausili di cui ha bisogno e ricreare un mondo attorno agli anziani. Questo è possibile, le risorse ci sono e si risparmierebbe anche molto nel Servizio Sanitario Nazionale. Auspichiamo che questa legge sugli anziani sia, quindi, un esempio per tutta Italia: la società ha  veramente bisogno di tutti, i giovani hanno bisogno degli anziani e viceversa».