il caso
Cosa c'è nelle tre milioni di pagine (e i duemila video) sull’«affare Epstein»: ci sono Trump, Musk e Gates
Una divulgazione senza precedenti ridisegna la mappa del caso. Ma tra promesse di trasparenza, censure e nuove domande, capire davvero cosa c’è in quei file richiederà tempo
Un tavolo, fascicoli a perdita d’occhio, un contatore che scorre su uno schermo e raggiunge oltre 3 milioni. Sono le pagine che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso pubbliche sul caso Jeffrey Epstein. Accanto, un altro numero: più di 2.000 video e circa 180.000 immagini. La promessa — attesa e contestata — di una trasparenza doverosa verso le vittime e l’opinione pubblica prende forma, ma solleva immediatamente una seconda domanda, più scomoda: cosa significa davvero “sapere”, quando si parla di un archivio così vasto, stratificato, parzialmente oscurato?
L’annuncio è arrivato il 30 gennaio 2026 per voce del viceprocuratore generale Todd Blanche, che ha confermato la messa online della nuova, monumentale tranche di materiali: il rilascio più esteso fin qui, frutto di una revisione che ha setacciato oltre 6 milioni di record per selezionare quello che può essere divulgato senza compromettere la privacy delle sopravvissute, indagini pendenti o ordini del tribunale. Una scelta obbligata dalla Epstein Files Transparency Act, approvata dal Congresso e firmata l’anno scorso, che impone al Dipartimento di Giustizia la pubblicazione di tutta la documentazione non classificata in suo possesso. Ma anche una scelta che non chiude — anzi, rilancia — il dibattito su ciò che è stato reso visibile, su ciò che resta invisibile e sul tempo che servirà per distinguere i fatti dalle narrazioni.
Cosa c’è nei nuovi archivi
Secondo quanto comunicato pubblicamente, il pacchetto comprende: più di 3 milioni di pagine di atti, email, rapporti interni, verbali, trascrizioni, allegati fotografici e materiali investigativi accumulati in oltre 20 anni di inchieste federali e locali. Oltre 2.000 video e circa 180.000 immagini, molte delle quali pesantemente oscurate per proteggere l’identità delle sopravvissute. Materiali relativi ai procedimenti in Florida e New York contro Jeffrey Epstein, alla successiva indagine sulla sua morte in carcere nel 2019, ai filoni legati al ruolo di Ghislaine Maxwell — oggi condannata a 20 anni per traffico e abuso sessuale — e ad ulteriori attività dell’FBI connesse al network di reclutamento e sfruttamento.
Il Dipartimento di Giustizia precisa che una quota di documenti resta soggetta a redazioni o a integrale non divulgazione: materiali coperti da ordini di protezione, riferimenti che potrebbero identificare le vittime, contenuti che integrano reati di pornografia minorile o che potrebbero interferire con indagini in corso. È stato inoltre annunciato un canale dedicato alle segnalazioni delle sopravvissute per contestare eventuali redazioni inadeguate.
Almeno tremila riferimenti a Trump
Oltre tre milioni di pagine sul caso Epstein, diffuse dal Dipartimento di Giustizia, conterrebbero almeno 3.200 documenti in cui viene citato il presidente Donald Trump. Lo riporta il New York Times, che sta esaminando i fascicoli e segnala come il totale possa ulteriormente crescere. Una parte delle carte che menzionano Trump consiste in segnalazioni trasmesse agli inquirenti nell’ambito del procedimento; altre sono riferimenti contenuti in articoli di stampa confluiti nei dossier. Epstein e i suoi conoscenti si scambiavano abitualmente ritagli e pezzi di giornale, e anche gli investigatori federali hanno passato al setaccio la copertura mediatica durante le indagini. Figurano inoltre e-mail che si limitano a menzionare Trump: Epstein, ad esempio, discuteva con frequenza del tycoon, soffermandosi anche sulle sue chance nelle elezioni presidenziali del 2016. Trump ha negato qualsiasi illecito in relazione a Epstein. Ma c'è anche un riferimento a Bill Gates e ad una presunta malattia a trasmissione sessuale contratta nell'isola dei Caraibi di proprietà di Epstein ed anche a Elon Musk che in un mail chiedere all'imprenditore pedofilo quando potrà andare sull'isola.
Perché ora: la legge e le scadenze mancate
Il contesto è la Epstein Files Transparency Act, che ha imposto una finestra stringente: 30 giorni per la pubblicazione a partire dalla firma presidenziale, un termine che ha fissato la data chiave del 19 dicembre 2025. In quella scadenza, tuttavia, la produzione del Dipartimento di Giustizia è risultata parziale, scatenando critiche bipartisan e la reazione, tra gli altri, del senatore Richard Blumenthal, che ha parlato apertamente di violazione della legge e invocato l’intervento dell’Ispettorato generale. La risposta del DOJ, nelle settimane successive, è stata duplice: da un lato, nuove tranche di documenti; dall’altro, l’impegno — ribadito il 30 gennaio 2026 — a completare l’adempimento in modo coerente con gli obblighi di tutela delle vittime.
Nomi, responsabilità, prudenza
Nel dibattito pubblico intorno a Epstein il rischio più evidente è quello della speculazione. Un archivio così vasto contiene di tutto: email di terzi, fotografie di eventi pubblici, appunti investigativi, indicazioni che non hanno mai superato la soglia dell’evidenza processuale. Le autorità americane ricordano che nessuna pubblicazione sostituisce il giudizio di un tribunale. Laddove figure pubbliche vengano menzionate — e alcune lo saranno — occorrerà distinguere tra citazioni casuali, contatti sociali e condotte penalmente rilevanti. In passato, sia Donald Trump sia Bill Clinton hanno respinto qualunque addebito; non risultano accuse penali a loro carico legate al circuito criminale di Epstein. Le nuove carte, per quanto ampie, non possono essere lette come una sentenza: semmai come un giacimento di informazioni da analizzare con metodo.
Le reazioni politiche e il fronte delle vittime
Il fronte politico resta spaccato sui tempi e sulla completezza. Una parte del Congresso ha minacciato azioni legali o iniziative ispettive per verificare l’aderenza del DOJ alla legge, alla luce delle scadenze iniziali non pienamente rispettate. Sul versante delle sopravvissute, le organizzazioni che le rappresentano chiedono da mesi due cose: verità e dignità. La prima passa per la massima accessibilità dei documenti; la seconda per redazioni attente e per un ecosistema mediatico che non trasformi i file in un reality di dolore. Le nuove procedure del DOJ — incluso un indirizzo email per contestare le redazioni — sono un passo nella giusta direzione, ma è sul campo, nelle prossime settimane, che si misurerà la loro efficacia.