Il racconto
Trentini parla della prigionia in Venezuela: «Ho cambiato molte celle, però erano tutte due metri per quattro»
Dalla consegna del passaporto alla macchina della verità, le parole in tv a "Che Tempo che fa" dell'operatore umanitario rimasto per oltre un anno in carcere senza un'accusa. Il video
A poche settimane dalla liberazione, Alberto Trentini racconta la sua prigionia in Venezuela. «Mi hanno guardato il passaporto, si sono subito incuriositi, mi hanno chiesto di stare lì, di non andarmene, hanno fatto delle telefonate e dopo circa un’ora si presentato il controspionaggio militare che mi ha obbligato a consegnargli il cellulare. Mi hanno portato in una stanza e mi hanno fatto un lungo interrogatorio di circa quattro ore». Questo il racconto fatto dall'operatore umanitario veneziano dei momenti dell’arresto stasera in tv a Che tempo che fa. «Due giorni dopo il fermo - ha aggiunto - mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas, poi mi hanno portato in una stanza molto calda dove mi hanno sottoposto alla macchina della verità».
Nel carcere di Rodeo 1 a Caracas «ho cambiato molte celle, però erano tutte due metri per quattro, con una 'turcà' che faceva da latrina ma anche da doccia, con un rubinetto sopra. In ogni cella - ha proseguito - stavamo in due». I cambi di cella «non erano mai giustificati, come nessuna azione all’interno del carcere era giustificata, almeno a noi. Venivano, dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose, e ti cambiavano di cella». Le condizioni «erano molto molto dure. Avevamo l’acqua due volte al giorno, quest’acqua serviva per farci la doccia e per la latrina, in orari differenti, quando volevano loro. Pochissimi libri; mi avevano sequestrato gli occhiali quindi ero in difficoltà; ne ho recuperato un paio di fortuna che mi permettevano perlomeno di vedere la faccia della persona con cui interagivo, oppure di giocare a scacchi. Sono un regalo che ho ricevuto dai ragazzi colombiani che erano detenuti con me. Mi hanno regalato questa scacchiera con tutte le pedine fatte con carta igienica sapone e acqua, quelle nere un pò colorite col caffè. Questo era il più bel regalo perchè alla fine mi permetteva di giocare con le coordinate, con la cella di fronte.
«Violenze fisiche - ha poi aggiunto - non ne ho subite, le riservavano in genere alle persone che sospettavano di aver commesso qualcosa. So di persone che le hanno subite ma nel mio caso per fortuna no. Invece le violenze psicologiche - ha aggiunto - lo stesso fatto di non sapere mai quando finirà, di non potere avere assistenza legale di per sé, secondo me ci sono state. Scrivevamo con un pezzetto di muro, riuscivamo a scrivere sulla parete e avere il conto dei giorni. Sapevo sempre che giorno era però non sapevo quando era la domenica di Pasqua».
Dopo la prima telefonata a casa, sei mesi dopo l’arresto, «ho capito che i miei genitori stavano bene, "benino" come dicono loro. Prima i miei pensieri non erano molto lucidi. Pensavo solamente a come uscire. Dopo questa prima telefonata mi sono tranquillizzato».
«Di quello che riguardava le condizioni dei miei genitori, e in generale dell’Italia - ha proseguito - non mi è arrivato assolutamente niente. Per i primi sei mesi assolutamente niente. Poi ho potuto fare una seconda telefonata a fine luglio dove comunque mia madre è riuscita a farmi filtrare un po' l'informazione sulla mobilitazione. C'erano tre guardie davanti a me, con il passamontagna in testa. Anche i medici erano a volto coperto. Magari con qualche guardia siamo riusciti a scambiare un piccolo dialogo, ma quando il sistema si accorgeva che c'era una fraternizzazione tra detenuti e guardie le ruotava. E c'erano comunque delle telecamere sempre presenti - ha concluso - per vigilare non tanto noi ma proprio il comportamento delle guardie».
«Sapevamo che qualcosa si muoveva, come il movimento delle navi statunitensi il 15 agosto; quello che invece abbiamo saputo con giorni di ritardo è stato l'intervento statunitense nel prelevamento di Maduro. Il flusso di informazioni - ha ricordato Trentini - era già molto migliorato, avevamo più accesso a informazioni. Però era tutto un passaparola, quindi le informazioni venivano ingrandite, ricordo benissimo che dopo il movimento della flotta Usa qualcuno gridava dalla finestra 'in una settimana siamo fuorì. Cercavamo di mantenerci "allenati" con un programma di propaganda che ci obbligavano a ascoltare, ogni mercoledì». Il giorno della cattura di Maduro «abbiamo capito che qualcosa di grave era successo, qualcosa di grande, ma non sapevamo cosa».
Prima del carcere "Rodeo 1" di Caracas, Alberto Trentini ha fatto l’esperienza della "Vasca", l'"Acquario" nel quartiere generale del controspionaggio militare, dove per dieci giorni è stato costretto a rimanere fermo e seduto.
«Quella è una stanza con un vetro - ha proseguito - dove tu non vedi quello che succede fuori però quelli che sono fuori vedono. Si sta seduti tutto il giorno su una sedia, dalle sei di mattina alle nove di sera, senza poter parlare».
Quando Trentini è entrato, nella stanza c'erano 20 persone, quando ne è uscito 60. «Magari - ha raccontato - riesci a sussurrarti qualcosa, ma se ti sentono si arrabbiano, con l’aria condizionata al massimo. Ti danno il cibo tre volte al giorno, un pò d’acqua, e la maggior parte del tempo si occupa facendo i turni per andare in bagno. Poi mi hanno trasferito al Rodeo».