il caso
Epstein, Bannon e quell'attenzione sull'attività anti Ue delle destre europee (e nelle mail si cita anche Salvini)
Cosa rivelano davvero i milioni di file resi noti dal Dipartimento di Giustizia e che cosa resta irrisolto
Nel giorno in cui il Dipartimento di Giustizia rende pubblica un’ulteriore ondata dei documenti su Jeffrey Epstein—più di 3 milioni di pagine, oltre 2.000 video e 180.000 immagini—il governo americano, invocando la tutela delle vittime, avverte: niente nuove incriminazioni all’orizzonte. Nel frattempo però, tra le carte emergono versamenti a Peter Mandelson, esponente laburista inglese, e scambi che coinvolgono Jamie Dimon, influente imprenditore e banchiere statunitense, in una strategia politica d’alta finanza ai tempi della “supertassa” sui bonus londinesi. E ancora: fitte interlocuzioni tra Steve Bannon e lo stesso Epstein sulle destre europee.
Che cosa c’è di nuovo nei “file Epstein”
Il Dipartimento di Giustizia ha divulgato una massa di materiali che, secondo i vertici del dicastero, completa gli obblighi previsti dall’Epstein Files Transparency Act—la legge federale firmata da Trump il 19 novembre 2025—pur con “ampie” e “necessarie” redazioni per proteggere l’identità delle vittime. Il numero annunciato: oltre 3 milioni di pagine, 2.000 filmati, 180.000 immagini. Gli uffici parlano di un impegno eccezionale, con centinaia di legali mobilitati nella revisione. Ma sottolineano: da questi materiali, al momento, non scaturiscono gli estremi per «nuove azioni penali». È la linea ribadita dal vice ministro della Giustizia Todd Blanche, che ha “raffreddato” aspettative e speculazioni.
Nelle carte appaiono versamenti attribuiti a Peter Mandelson: tre tranche da 25.000 dollari (per un totale di 75.000 dollari), oltre a pagamenti verso il partner, tra 2009 e 2010. Parallelamente, un corpus di email del 2009 ricostruisce un’interlocuzione—mediata da Epstein—intorno alla “supertassa” britannica sui bonus bancari e cita Jamie Dimon, allora e oggi numero uno di JPMorgan. Secondo i documenti, Mandelson avrebbe suggerito che JPMorgan «minacciasse moderatamente» il cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling in merito alla tassa. È un passaggio destinato a far discutere, specie perché Dimon ha negli anni negato di aver conosciuto o discusso di Epstein e ha respinto legami operativi sui suoi conti.
Il capitolo Steve Bannon: dalle email del 2018-2019 emergono contatti regolari con Epstein su una possibile “The Movement”, piattaforma per coordinare le destre populiste europee alla vigilia delle elezioni del 2019. Si discute di strategia, messaggi, reti di contatti con leader come Matteo Salvini, Viktor Orbán, Marine Le Pen e Nigel Farage. Sono conversazioni che non provano illeciti, ma delineano la centralità di Epstein come snodo relazionale—spesso ambiguo—tra finanza, politica e media.
La reazione Trump: il presidente—che negli anni Novanta e nei primi Duemila ebbe contatti sociali con Epstein prima di un successivo raffreddamento—sostiene che le nuove carte lo «assolvono», annunciando la volontà di citare in giudizio Michael Wolff, da lui accusato di aver cospirato con Epstein per danneggiarlo politicamente. È una mossa che carica l’onda mediatica, ma che sul piano probatorio resta—per ora—una dichiarazione d’intenti.
Il quadro politico e giudiziario: mentre Downing Street sollecita Andrea, duca di York, a collaborare e nel Regno Unito crescono pressioni su istituzioni e personaggi legati a Epstein, negli Stati Uniti il Dipartimento di Giustizia ribadisce la chiusura della propria “revisione” senza nuove accuse, lasciando aperto solo l’eventuale arrivo di nuovi elementi credibili.
Nel linguaggio della giustizia federale, l’affermazione del Dipartimento di Giustizia è netta: la presenza di “fotografie orribili” o di “email allarmanti” non basta, di per sé, a reggere un capo d’imputazione. Serve un impianto probatorio coerente, corroborato, in grado di superare il vaglio oltre ogni ragionevole dubbio. È qui che si colloca la frase di Todd Blanche, utile a ridimensionare—senza negarle—le implicazioni politiche e reputazionali delle rivelazioni. In sostanza: i nuovi file hanno valore informativo enorme, ma non sono automaticamente prove penali.
Questa distinzione è cruciale anche per leggere le mosse di Trump. L’enfasi presidenziale sull’“assoluzione” va interpretata come valutazione politica, non come pronuncia giudiziaria. Allo stato, le parole dell’ex presidente si innestano su un quadro in cui l’autorità federale non individua reati perseguibili in base alla documentazione resa pubblica.
Trump, l’ombra di Wolff e l’uso politico dei file
La minaccia di una causa civile contro Michael Wolff—autore reso celebre da reportage al vetriolo sugli anni di Trump alla Casa Bianca—si inserisce nella vecchia dialettica tra l’ex presidente e certa stampa americana, spesso definita «nemica del popolo» nei comizi. Nella narrazione di Trump, Wolff avrebbe usato—o addirittura congegnato con Epstein—materiali e strategie mediatiche con lo scopo di danneggiarlo. È un’accusa politicamente efficace per galvanizzare la base, ma che sul piano probatorio richiederebbe elementi robusti se mai dovesse approdare in tribunale. Al momento, Wolff non risulta aver replicato con una presa di posizione articolata; l’ipotesi di citazione resta un annuncio.
Sul piano del metodo, vale una cautela: i documenti descrivono—tra le altre cose—uno spazio di influenza in cui Epstein si proponeva come intermediario capace di connettere politica, media e finanza. Inserire Wolff in questo perimetro non equivale a provarne il coinvolgimento in condotte illecite.
Il caso Mandelson: i pagamenti e l’episodio “JPMorgan–Dimon–bonus”
Nella porzione britannica delle carte, il nome di Peter Mandelson—ex Business Secretary e figura-chiave del New Labour—è tornato al centro. I documenti indicano pagamenti per 75.000 dollari riconducibili a Epstein verso Mandelson e suo partner tra 2003 e 2010; lo stesso ex ministro, sotto pressione mediatica e politica, ha rassegnato le dimissioni dal Partito Laburista il 1° febbraio 2026. La sua linea difensiva parla di assenza di memoria rispetto ad alcune transazioni e di nessuna conoscenza di attività criminali di Epstein all’epoca dei rapporti.
Il passaggio che più ha infiammato il dibattito riguarda un carteggio del 2009 in cui Mandelson—nel vivo dell’ira pubblica per i bonus post-crisi—suggerisce, secondo le email oggi consultabili, che Jamie Dimon (allora già CEO di JPMorgan) «minacci» con toni morbidi il cancelliere Alistair Darling contro la “supertassa” sui bonus sopra 25.000 sterline. Se confermato nel contesto esatto, il dettaglio illumina il peso politico della grande finanza in momenti di policymaking sensibile. Ma va ricordato, con rigore, che Dimon ha sempre negato contatti sostanziali con Epstein, dichiarando di non averlo mai incontrato né di aver discusso dei suoi conti; e che JPMorgan ha liquidato come “sbagliate” le ricostruzioni che lo coinvolgevano direttamente nelle relazioni bancarie di Epstein.
Bannon ed Europa: l’idea di una “centrale” populista
Nelle conversazioni tra Steve Bannon ed Epstein—concentrate tra 2018 e 2019—prende forma l’architettura di “The Movement”, un contenitore operativo con sede a Bruxelles che avrebbe dovuto coordinare messaggi, dati, risorse e reti delle destre sovraniste in Europa, in vista del voto del 2019. Si citano leader come Matteo Salvini, Viktor Orbán, Marine Le Pen e Nigel Farage; si discute di narrative su immigrazione, rapporti con la Cina, élite globali, media training e fundraising. La corrispondenza—per come riportata—evoca un laboratorio transatlantico in cui Epstein offre contatti, ospitalità logistica e introduzioni. È materia politicamente esplosiva, ma sul piano fattuale va trattata per quello che è: email e messaggi. Le ricadute concrete di quelle interlocuzioni—quali iniziative poi davvero coordinate, con quali effetti misurabili—richiedono ulteriore verifica indipendente.
L’episodio Mandelson–Dimon–supertassa riporta al 2009, quando Londra discuteva una misura senza precedenti: una tassa del 50% sui bonus sopra 25.000 sterline per banche salvate dal denaro pubblico dopo la crisi. L’idea che un super-banchiere potesse “minacciare moderatamente” un ministro, su input di un intermediario come Epstein, illumina i corridoi in cui si incrociano interesse pubblico e lobbying privato. Qui vale un doppio caveat: i documenti non provano che la “minaccia” sia mai stata esercitata; e JPMorgan respinge qualsiasi coinvolgimento improprio del suo CEO nelle questioni di Epstein. Ma la traccia resta, e chi chiama la politica a una nuova regolazione delle porte girevoli tra governo e finanza troverà in queste carte munizioni argomentative.
Quanto alle interlocuzioni su The Movement, le email fotografano ambizioni e piani di Bannon per l’Europa, con Epstein nel ruolo di facilitatore: contatti per dinner, suggerimenti su narrative, offerte logistiche. È il tipo di materiale che accende la discussione sulle interferenze politiche e sulla coordinazione transnazionale delle campagne. Ma anche qui, giornalisticamente, occorre rigore: le email mostrano intenzioni e reti, non automaticamente azioni coordinanti né finanziamenti illeciti. I leader europei menzionati—Salvini, Orbán, Le Pen, Farage—non risultano accusati di reati in relazione a queste email, e molte conversazioni potrebbero essere rimaste allo stato di proposta.