l'affondo
Il monito del sindaco di Torino dopo la guerriglia: «Se le informazioni ci sono e il rischio è noto, lo Stato deve prevenirlo»
Lo Rusos chiama in causa il Viminale e difende le divise. Sullo sfondo il dibattito nazionale: stretta sulla sicurezza, informativa alle Camere e il dossier Askatasuna
La pietra sollevata dall’asfalto, la lamiera usata come scudo, la bomba carta che esplode a pochi metri dagli agenti. Poi la fuga in Borgo Rossini, tra tavolini d’aperitivo e passanti increduli. È da quella sequenza – culminata nel pestaggio a martellate di un poliziotto – che Torino si è risvegliata il 1° febbraio 2026, costretta a contare i danni e a misurare la temperatura di una frattura politica che va ben oltre i confini della città. Nel primo Consiglio comunale utile, il sindaco Stefano Lo Russo ha fissato un perimetro netto: “Era noto che sarebbero arrivati gruppi organizzati di violenti… Mi aspetto uno Stato che sappia intervenire e prevenire, soprattutto quando le informazioni ci sono e il rischio è conosciuto”. Parole che chiamano in causa il Viminale e, in filigrana, la catena di responsabilità dell’ordine pubblico.
Il punto politico: quando la prevenzione diventa un banco di prova
Il messaggio del sindaco non è un esercizio di scaricabarile. È, piuttosto, un richiamo alla grammatica dell’ordine pubblico: se l’arrivo di frange organizzate è segnalato in anticipo, vanno predisposte contromisure proporzionate, in grado di tenere separato il corteo pacifico dal blocco pronto allo scontro. È la linea che Lo Russo rivendica da mesi: difendere il diritto a manifestare, isolare chi delinque, testando la tenuta degli strumenti di intelligence preventiva, interdizione, modulazione dei percorsi e filtraggio. E insieme riconoscere la professionalità delle forze dell’ordine, chiamate a gestire in strada l’esito – talvolta imperfetto – di decisioni prese ai tavoli di coordinamento.
La cronaca: dal corteo alla guerriglia
Il contesto è noto. La mobilitazione nazionale, convocata dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna, ha messo in movimento migliaia di persone: corteo in gran parte “ordinato e pacifico”, come ha ribadito Lo Russo, ma con l’infiltrazione di antagonisti e anarchici arrivati anche da fuori città, equipaggiati con caschi, scudi artigianali, lamiere. La deviazione dal percorso concordato, il fronteggiamento in corso Regina Margherita 47 – indirizzo storico di Askatasuna –, il lancio di pietre, pezzi di marmo, bottiglie, e la risposta con idranti e lacrimogeni: un copione da “guerriglia urbana” documentato da immagini che hanno fatto il giro del Paese. Il bilancio, variabile nelle prime ore, è salito fino a indicare “almeno 80 feriti” tra agenti e manifestanti, poi “oltre 100 feriti tra le forze dell’ordine” secondo aggiornamenti successivi, oltre ad arresti e denunce con l’uso della flagranza differita.
In quelle ore, la città ha visto anche un mezzo della Polizia in fiamme, cassonetti rovesciati e barricate. Un giornalista colpito da una pietra, una troupe Rai aggredita: episodi che hanno allargato il fronte dell’indignazione e spinto il Comune ad annunciare la costituzione di parte civile nei futuri processi.
Il caso simbolo: l’aggressione all’agente e i nomi che danno un volto alla storia
A cristallizzare il salto di qualità nella violenza è stato il pestaggio dell’agente del Reparto Mobile di Padova, Alessandro Calista, 29 anni, accerchiato e colpito a terra. Le immagini – martello in mano, calci, pugni – hanno scosso l’opinione pubblica. Accanto a lui, nel tentativo di proteggerlo con lo scudo, il collega Lorenzo Virgulti, anch’egli rimasto ferito. La premier Giorgia Meloni ha fatto visita agli agenti all’ospedale Le Molinette, definendo l’episodio “tentato omicidio” e chiedendo alla magistratura di “non esitare” di fronte a immagini che parlano da sole. Gli agenti sono poi stati dimessi con 20 e 30 giorni di prognosi.
Il fronte istituzionale: reazioni e scelte imminenti
La condanna è stata trasversale. Dal Quirinale, il Presidente Sergio Mattarella ha fatto arrivare la sua solidarietà all’agente aggredito e a tutte le divise. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di “squadristi rossi” e ha annunciato un’informativa alle Camere: appuntamento fissato – è stato anticipato – con doppio passaggio, prima alla Camera e poi al Senato, per ricostruire dinamica e gestione dell’ordine pubblico. Sul tavolo del governo, intanto, una stretta sulla sicurezza: dal possibile “fermo preventivo” fino a 12-24 ore, alla cauzione per chi organizza i cortei, fino a nuove regole su perquisizioni e travisamenti. Misure che incontrano il sì della maggioranza e sollevano i paletti di Cgil e Cisl, preoccupate di non comprimere il diritto di manifestare.
Il Viminale nell’angolo: la domanda di Lo Russo e il nodo delle “informazioni disponibili”
È in questo quadro che si colloca l’affondo del sindaco. Il riferimento a “informazioni disponibili” e “rischio conosciuto” non è casuale: Torino è da mesi un laboratorio ad alta tensione, da quando – tra dicembre 2025 e gennaio 2026 – il Comune e la Prefettura hanno portato a compimento lo sgombero della storica palazzina di Askatasuna, occupata da quasi trent’anni. Era dunque prevedibile, agli occhi del primo cittadino, che un corteo nazionale richiamasse anche gruppi addestrati allo scontro, richiedendo filtraggi più capillari, pre-briefing più incisivi e, se necessario, scelte operative in grado di disinnescare sul nascere la saldatura tra il serpentone pacifico e il cosiddetto “blocco nero”. “È così che si tutela il diritto di manifestare – ha scandito Lo Russo – separando chi dissente da chi delinque, prima che la violenza esploda e travolga tutti.”
Quanto è costata questa notte a Torino
Sul fronte amministrativo, Lo Russo ha quantificato in circa 164 mila euro i costi tra prevenzione, ripristino e danni al patrimonio pubblico. È una stima provvisoria, suscettibile di aggiornamenti con il progredire delle verifiche tecniche e delle istruttorie assicurative. La cifra non comprende i danni ai privati – negozi, hotel, veicoli – che produrranno un contenzioso lungo e destinato a riverberarsi nelle audizioni in Prefettura e nel confronto tra Comune, Regione Piemonte e Governo per il possibile riconoscimento di ristori.
“Separare per tutelare”: perché quella frase pesa
La formula scelta dal sindaco – “separare chi dissente da chi delinque” – è oggi la questione cruciale di ogni ordine pubblico in Italia: come garantire il diritto costituzionale alla protesta senza offrire alle frange violente il trampolino per la devastazione. Il punto non è “più cariche” o “meno cariche”, ma una ingegneria preventiva più fine: scelta dei varchi, corridoi di deflusso, interdizione di aree sensibili, lavoro d’intelligence sulle provenienze e la composizione dei blocchi, schemi di “accompagnamento remoto” del corteo con unità mobili capaci di interdire ricongiungimenti pericolosi. È una partita che si gioca prima ancora che il corteo muova i primi passi e che si misura, alla fine, con la tenuta del principio di proporzionalità.
In questo, la difesa della professionalità delle forze dell’ordine pronunciata da Lo Russo pesa due volte: perché riconosce la prova durissima dei reparti in strada e perché sposta l’attenzione sulle scelte di pianificazione e sulla catena di comando. Lo dicono anche i numeri: “corteo in grande maggioranza pacifico” – ribadisce il sindaco – ma con una quota minoritaria capace di oscurare tutto il resto. Una dinamica che, se confermata dai filmati e dalle relazioni operative, renderà dirimente la qualità delle misure preventive.
Oltre Torino: quando l’ordine pubblico diventa terreno nazionale
Il caso torinese diventa immediatamente questione nazionale. La premier Giorgia Meloni lo utilizza per accelerare sulla stretta securitaria; il ministro Piantedosi rivendica la linea dura e parla di “strumenti nuovi e più forti”; il Quirinale mette il sigillo di vicinanza alle divise, mentre le opposizioni oscillano tra condanna della violenza e allerta sui rischi di scivolamento verso misure liberticide. La discussione torna a interrogare un lessico che in Italia ha memoria lunga: “flagranza differita”, “fermo preventivo”, “travisamento”, “cauzione per gli organizzatori. Ogni scelta avrà impatti concreti sui prossimi mesi: dalla gestione delle piazze studentesche alle mobilitazioni legate al lavoro, fino alle vertenze territoriali – in Piemonte e non solo – che non si spegneranno con la parentesi invernale.
Askatasuna, dossier senza fine: un anno di strappi
Per capire l’intensità dello scontro bisogna tornare a dicembre 2025. Alla vigilia di Natale, in una città “blindata”, un primo corteo contro lo sgombero di Askatasuna si chiude con scontri e 11 agenti feriti. È uno dei capisaldi della narrazione securitaria con cui la maggioranza di governo ha accompagnato il dossier, legando lo sgombero alla necessità di “ripristinare legalità” dopo un’occupazione iniziata – secondo le cronache – nel 1996. Da allora, a Torino, piazza e palazzi non hanno più smesso di parlarsi. E di scontrarsi.
Il colloquio con la premier e la linea del Comune
Pur nell’affondo al Viminale, Lo Russo ha tenuto distinto il rapporto con Palazzo Chigi. Il colloquio con la premier Meloni – definito “corretto, rispettoso” – ha toccato due piani: solidarietà alla città e agli agenti feriti, sostegno al lavoro di ripristino e una disponibilità a valutare forme di ristoro e supporto. Il Comune, dal canto suo, marca la distanza da ogni forma di violenza organizzata e ribadisce che, per la riassegnazione della palazzina sgomberata, dialogherà solo con chi assumerà una presa di distanza netta e credibile da ogni pratica eversiva. Parole che puntano ad evitare scorciatoie ideologiche, riportando il confronto su responsabilità e soluzioni pratiche.
La città ferita e la città che riparte
C’è una Torino che rammenda e una Torino che pretende risposte. Nel quartiere Vanchiglia, dove si sono concentrati gli scontri, i residenti mostrano vetrine rotte, portoni danneggiati, sampietrini divelti. Un hotel su corso Regina racconta di clienti fuggiti e prenotazioni cancellate. La stima di 164 mila euro per i danni pubblici non dice tutto: i costi sociali e reputazionali – per una città che da anni prova a riposizionarsi su turismo, cultura e grandi eventi – sono ben più alti. Il rischio è che, di fronte alla paura, si restringa anche lo spazio del dissenso legittimo, alimentando un circuito perverso che fa comodo proprio alle frange violente. Qui il perno politico e amministrativo: non rinunciare alla protesta pacifica, ma impedire che venga sequestrata da chi la usa come scudo per aggredire lo Stato.
Le prossime ore: indagini, informativa e nuove regole
Sul piano giudiziario, le indagini procedono: arresti e denunce sono già scattati, con il sequestro di armi improprie e materiali utili agli accertamenti. Il ministro Piantedosi è atteso in Parlamento per riferire, mentre il governo lavora a un decreto sicurezza che dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri già entro la settimana. Il perno resta la definizione del perimetro: colpire chi organizza e pratica violenza, senza comprimere i diritti costituzionali. La sfida è tutta qui. E la lezione di Torino – con le parole di Lo Russo e le immagini del poliziotto a terra – lascia poco alibi a retoriche e automatismi: la prevenzione non è un dettaglio tecnico, ma il primo dovere di uno Stato che vuole evitare che la violenza decida l’agenda della democrazia.
Il punto d’equilibrio possibile
“Separare chi dissente da chi delinque” significa agire su tre piani. Primo: informazione e intelligence. Se – come sostiene Lo Russo – l’arrivo di gruppi attrezzati era noto, la gestione preventiva deve alzare l’asticella: controlli mirati, punti di filtraggio, stewarding di piazza, gestione dinamica dei percorsi con piani B e C pronti. Secondo: comando e controllo. La filiera – prefettura, questura, reparti mobili – deve essere perfettamente sincronizzata, con regole d’ingaggio chiare e flessibili per evitare vuoti di comando o sovrapposizioni. Terzo: responsabilità politica. La maggioranza ha il dovere di non usare l’emergenza per comprimere diritti; l’opposizione quello di non relativizzare la violenza quando si manifesta in seno a movimenti che le sono politicamente contigui. Un compito comune: preservare la piazza democratica dalla forza bruta.
In questo equilibrio, c’è spazio per decisioni misurate: più videosorveglianza dove serve e per il tempo strettamente necessario; percorsi che evitino i bersagli sensibili; piani di deflusso per spezzare i ricongiungimenti; strumenti normativi mirati che puniscano chi devasta e protegga chi manifesta. Torino, ancora una volta, è una cartina di tornasole nazionale.
Conclusione: ciò che Torino chiede all’Italia
La richiesta di Stefano Lo Russo non riguarda solo il presente di Torino. Parla a un Paese che vuole tenere insieme sicurezza e libertà, ordine pubblico e diritto di manifestare. Chiede allo Stato di giocare d’anticipo quando il rischio è noto, invita a riconoscere la professionalità di chi indossa una divisa e, allo stesso tempo, a non confondere l’antagonismo violento con il dissenso sociale. È un perimetro chiaro. E sarà su questo perimetro che si misureranno, nelle prossime settimane, la qualità della politica e la tenuta della democrazia nelle nostre piazze.