IL CASO
Corona sparito dai social: Meta, Google e TikTok oscurano profili e contenuti dopo l'offensiva legale di Mediaset
Contenuti di “Falsissimo” cancellati da YouTube e profili irraggiungibile: cosa è successo, perché e cosa può accadere adesso
Una schermata bianca, una dicitura secca: “pagina rimossa”. È così che questa mattina è apparsa la pagina Instagram riconducibile a Fabrizio Corona. Nel giro di poche ore, il suo ecosistema digitale — dal profilo su Instagram ai contenuti del format online “Falsissimo” su YouTube, fino al profilo su TikTok — è risultato inaccessibile o svuotato. A innescare la reazione dei colossi del web, secondo quanto risulta da fonti concordanti, sarebbe stata un’azione coordinata dell’Ufficio legale di Mediaset, con una serie di diffide e segnalazioni per presunte violazioni di copyright, contenuti diffamatori e messaggi d’odio. La difesa dell’ex “re dei paparazzi” parla invece di un rischio per la libertà di parola.
Uno stop senza precedenti recenti: chi ha fatto cosa e quando
Secondo ricostruzioni convergenti, l’iniziativa dell’Ufficio legale di Mediaset avrebbe spinto Google a rimuovere dalle pagine di YouTube tutti i contenuti di “Falsissimo” e Meta a bloccare il profilo Instagram di Fabrizio Corona. Anche TikTok risulta non accessibile con il profilo riconducibile all’ex agente fotografico.
La rimozione, al momento, non risulta collegata a un provvedimento della magistratura penale; viene ricondotta, più verosimilmente, a un insieme di diffide legali e — sullo sfondo — a un’inibitoria civile emessa dal Tribunale di Milano nelle scorse settimane su istanza dei legali di Alfonso Signorini.
Sul piano giudiziario, intanto, la Procura di Milano avrebbe aperto un fascicolo, a partire dalle denunce ricevute, per ipotesi di concorso in diffamazione con Corona e di ricettazione di immagini e chat, con riferimento anche a manager di Google. Un passaggio che va maneggiato con cautela, perché nelle fasi iniziali ogni scenario resta aperto e spetterà agli inquirenti verificare eventuali responsabilità.
Il precedente immediato: lo “strike” su YouTube e l’ultima puntata scomparsa
Il primo campanello d’allarme era arrivato tra il 30 e il 31 gennaio 2026, quando l’ultima puntata di “Falsissimo” — presentata come “Il prezzo del successo – parte finale” — era stata rimossa da YouTube dopo una segnalazione per violazione del copyright, riconducibile a Mediaset. Sulla stessa onda, i legali di Signorini avevano attivato iniziative parallele. La progressione degli eventi ha portato fino al blocco odierno dei profili principali.
Il contesto
L’ordinanza del Tribunale civile di Milano
Il 26 gennaio 2026 il giudice Roberto Pertile del Tribunale civile di Milano ha accolto il ricorso dei legali di Alfonso Signorini (gli avvocati Domenico Aiello e Daniela Missaglia), disponendo un provvedimento di inibitoria: a Fabrizio Corona è stato vietato di diffondere la puntata successiva di “Falsissimo” e gli è stata ordinata la rimozione dei contenuti precedenti relativi al conduttore. Un dispositivo d’urgenza, tipico del diritto civile, che interviene a tutela dell’onore e della reputazione quando si ritiene sussistente un pregiudizio imminente e irreparabile.
Le diffide di Mediaset e la linea del Biscione
Nelle stesse ore, Mediaset ha diffuso una nota durissima: “La libertà di espressione non è e non sarà mai libertà di diffamazione, di gogna mediatica o di sistematica distruzione delle persone”. La società parla di “falsità gravissime”, di contenuti che lederebbero la reputazione di una società quotata e di un attacco che coinvolgerebbe “in modo vergognoso” persone e famiglie. Una posizione ribadita in più sedi e ripresa da diversi organi di informazione.
La replica della difesa di Corona
Dal fronte opposto, l’avvocato Ivano Chiesa, difensore di Corona, ha reagito al blackout social parlando di un pericolo per la libertà di parola e dichiarando di non conoscere le ragioni specifiche delle rimozioni. Una posizione che richiama un terreno notoriamente scivoloso: il bilanciamento tra il diritto di espressione e la tutela dalla diffamazione e dall’hate speech.
Quando un social “rimuove”
Quando una piattaforma come YouTube elimina un video per violazione del copyright, normalmente applica il sistema degli “strike”: a seguito di una segnalazione ritenuta fondata, il contenuto viene rimosso e l’account può subire limitazioni temporanee o permanenti in caso di recidiva. Nel caso dei profili Instagram e TikTok, il blocco può avvenire per ripetute violazioni alle policy su diffamazione, incitamento all’odio, bullismo e minacce, oppure a seguito di diffide formali che segnalano un rischio di contenzioso grave, inducendo le piattaforme a una misura di “autotutela”. Nell’episodio odierno, più fonti descrivono una reazione quasi sincrona di Meta, Google e TikTok in risposta alle diffide: un dato, questo, piuttosto raro nella prassi e indicativo della sensibilità del caso.
I nodi sostanziali
Il copyright non è un cavillo
Il cuore delle diffide di Mediaset ruota anche sull’uso, all’interno di “Falsissimo”, di clip, immagini e materiali tratti da programmi e archivi dell’emittente. In questi casi, l’uso di materiali coperti da diritto d’autore può essere consentito in forma di breve citazione per finalità di cronaca o critica, ma entro limiti rigorosi. Secondo Mediaset, quei limiti sarebbero stati superati, con un utilizzo sistematico e esteso di contenuti protetti, tale da giustificare la richiesta di rimozione. La piattaforma YouTube, a valle della segnalazione, ha agito di conseguenza sull’ultima puntata, anticipando il giro di vite che oggi ha interessato l’intero canale e i profili collegati.
Diffamazione e hate speech: quando la cronaca sconfina
Le accuse mosse a Fabrizio Corona — e respinte dalla difesa — toccano un altro terreno sensibile: quello dei contenuti diffamatori e dei messaggi d’odio. Sulle piattaforme social, l’asticella di tolleranza si è abbassata negli ultimi anni, anche per la crescente pressione normativa e reputazionale. Quando la dimensione del danno potenziale diventa elevata (coinvolgimento di persone riconoscibili, famiglie, dirigenti, personaggi pubblici), le aziende tech tendono ad agire con più rapidità. In questo caso, secondo diverse ricostruzioni, la contestazione del “metodo” — più che dei singoli contenuti — ha pesato nella valutazione delle piattaforme.