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IL CASO ASKATASUNA

Torino, la “resa dei conti” evocata dal Viminale: che cosa c’è davvero dietro la guerriglia di sabato

Tra l’allarme del governo, la conta dei feriti e l’ombra lunga di vecchie stagioni: ricostruzione, numeri e nodi aperti dopo i disordini di Torino

03 Febbraio 2026, 15:23

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Torino, la “resa dei conti” evocata dal Viminale: che cosa c’è davvero dietro la guerriglia di sabato

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La scena che resta impressa è un poliziotto isolato, travolto da colpi improvvisati, mentre sullo sfondo lampeggiano i lacrimogeni e crepitano gli artifici pirotecnici. Dura due ore la sequenza più buia del pomeriggio torinese; un tempo sufficiente a spazzare via la retorica della “manifestazione pacifica” e a far irrompere nel dibattito nazionale parole pesanti: “resa dei conti con lo Stato democratico”. Le pronuncia il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, portando alla Camera un’informativa che non lascia zone grigie: non un episodio isolato, ma la spia di una strategia che prova a “innalzare il livello dello scontro con le istituzioni”, compattando e galvanizzando la galassia anarco‑antagonista attraverso disordini e violenza.

La premeditazione

«L'iniziativa di sabato - ha spiegato Piantedosi - era stata preceduta e preannunciata, lo scorso 17 gennaio, da una assemblea nazionale indetta da Askatasuna presso l’Università di Torino, a cui avevano partecipato circa 750 persone, fra le quali numerosi attivisti delle diverse anime dell’antagonismo nazionale, aderenti al sindacalismo di base, al movimento No tav e ai gruppi ambientalisti, rappresentanti della Cgil, del partito Alleanza Verdi e Sinistra e della locale comunità islamica. In quella circostanza, nel rilanciare l'appuntamento per la manifestazione nazionale in solidarietà ad Askatasuna, programmata per il successivo 31 gennaio a Torino, è stato sottolineato, cito testualmente, che il corteo avrebbe costituito 'una resa dei conti con lo Stato democratico', in quanto 'lo sgombero di Askatasuna alza l’asticella dello scontro'”.

«Il 31 gennaio - ha aggiunto - era stato definito "uno spartiacque, come una guerra di liberazione nazionale, nella prospettiva di un fronte allargato comprensivo della comunità araba e musulmana, diventate compagne di lotta”. 

Che cosa è accaduto a Torino

Secondo la ricostruzione istituzionale, la giornata di sabato — il riferimento è a sabato 31 gennaio 2026 — si apre con tre cortei distinti. Partono in orario, alle 14:30, da nodi simbolici e logistici della città: Porta Susa, Porta Nuova e Palazzo Nuovo. Il sindaco Stefano Lo Russo riferisce che l’adesione è ampia, stimata in circa 20.000 persone; gruppi arrivano da varie parti d’Italia e anche dall’estero, con l’obiettivo dichiarato di protestare contro lo sgombero dell’ex centro sociale Askatasuna. La marcia procede, inizialmente, senza danneggiamenti. Poi la svolta: una frazione consistente del serpentone — circa 1.500 partecipanti — devia verso corso Regina Margherita, puntando l’immobile sgomberato. Qui si accende lo scontro. Per circa due ore, gli attacchi alle forze dell’ordine si susseguono con scudi in lamiera, pietre, bottiglie, bombe carta e razzi lanciati tramite tubi artigianali. Il bilancio: “più di 100 agenti” feriti, tre arresti (due in flagranza, uno in differita), 24 denunce e danni stimati in circa 164.000 euro tra costi preventivi e ripristini. Sono i numeri forniti in Sala Rossa e ripresi dagli atti del Comune di Torino.

Dietro questa escalation, la miccia è nota: lo sgombero del 18 dicembre 2025 di Askatasuna, spazio da anni al centro delle cronache cittadine e nazionali. In quell’occasione, la promessa al microfono — “Saremo nelle strade, non molliamo di un centimetro” — si era tradotta in un calendario serrato di iniziative, fino alla chiamata nazionale del 31 gennaio. Il percorso preannunciato, le contromisure predisposte da Questura e Prefettura, le identificazioni preventive: tutto entra in una partita in cui la sicurezza pubblica incrocia la libertà di manifestazione. Ma la giornata — è la ricostruzione condivisa — scivola dal dissenso alla guerriglia urbana.

Le parole del Viminale e il significato politico

Nel suo intervento alla Camera, Matteo Piantedosi parla di un “innalzamento del livello dello scontro”, con dinamiche che “richiamano, pur con varianti, fasi squadristiche e terroristiche del passato”. Il lessico non è casuale: evoca episodi che in Italia hanno lasciato cicatrici profonde, dalle stagioni di piombo alle violenze politiche del Novecento. Il ministro sottolinea un punto considerato cruciale dall’intelligence e dalle forze di polizia: al di là delle motivazioni “contingenti” dichiarate di volta in volta, “disordini, violenze, danneggiamenti e devastazioni” sarebbero, in molte circostanze, il vero obiettivo perseguito per rinsaldare identità, visibilità e reclutamento nell’area anarco‑antagonista. Di qui l’interpretazione dell’evento torinese come banco di prova e, insieme, segnale verso il Paese.

La definizione di “resa dei conti con lo Stato democratico” inquadra uno scontro simbolico prima ancora che materiale. In controluce c’è la partita, tutta politica, sul significato di ordine pubblico in tempi di polarizzazione: quanto e come bilanciare diritto di manifestare, tutela dell’incolumità, protezione delle infrastrutture e continuità dei servizi essenziali. A Torino, la cabina di regia cittadina aveva approntato un Piano operativo integrato: barriere, presidi, deviazioni, bonifiche preventive. Ma la “frazione nera” del corteo ha cercato — e in parte trovato — aree di frizione dove mettere in crisi la tenuta del dispositivo.

Per Piantedosi "tutti devono prendere atto che non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico”. 

L'attacco all'estrema sinistra

I disordini di sabato - secondo Piantedosi - “confermano il vero volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente, talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”. 

“E credo che faccia altrettanto chi, più in generale, si avventura in riflessioni sociologiche sulla necessità di garantirne di fatto l'agibilità politica, assicurando loro anche spazi di proprietà pubblica sul ritenuto presupposto dell’asserita utilità sociale delle loro attività - ha aggiunto - Ebbene queste persone dovrebbero tener conto che, così facendo, si offre complicità e copertura a questi gruppi organizzati, di fatto rendendo poi alquanto difficile separarne, almeno in quota parte, le rispettive responsabilità. Tanto più che Askatasuna, con un comunicato, ha rivendicato le azioni illegali poste in essere durante il corteo, esprimendo solidarietà ai tre arrestati. E con ciò ribadendo pubblicamente quale fosse l'obiettivo della manifestazione”. 

La reazione delle istituzioni

La violenza esplosa in corso Regina Margherita non ha avuto solo un seguito giudiziario. Ha innescato una risposta istituzionale corale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di “aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta”, mentre il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha telefonato al ministro dell’Interno per esprimere solidarietà al poliziotto aggredito. Segnali che spostano l’episodio dal recinto locale al piano della sicurezza nazionale e della salvaguardia delle istituzioni democratiche.

In parallelo corre il lavoro della magistratura torinese, che già a gennaio 2026 aveva avviato un filone d’indagine e richieste di misure cautelari su 18 antagonisti per episodi tra settembre e novembre nel capoluogo piemontese — un reticolo di contestazioni che include danneggiamento, resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale e violenza privata. Un contesto, dunque, che preesiste alla giornata del 31 gennaio e che aiuta a capire perché Torino sia diventata, in questa fase, un hub sensibile del conflitto politico‑sociale.

Perché proprio Torino: l’effetto Askatasuna

L’ex Askatasuna è più di un indirizzo: è un simbolo. Lo sgombero del 18 dicembre 2025 ha acceso un riflettore nazionale su un luogo che, nel tempo, si è sovrapposto a una comunità politica in cui convivono pratiche sociali, conflitto e antagonismo. Il messaggio post‑sgombero — “Siamo tutti Askatasuna” — ha catalizzato reti e collettivi da università e centri sociali italiani, fino a spezzoni europei. È qui che si struttura la “chiamata nazionale” del 31 gennaio, con l’obiettivo dichiarato di rimarcare una presenza e una legittimità sociale, e quello implicito — lettura del Viminale — di testare la tenuta delle forze dell’ordine e lo spazio di agibilità del dissenso più radicale.

Se la maggioranza degli aderenti ha sfilato senza cercare la collisione, una componente numericamente minore ma organizzata ha imposto la propria logica del contatto: scudi, lanci coordinati, sfruttamento dell’urbanistica (vie di fuga, “imbuti”, cantieri), tentativi di aggiramento dei cordoni. È il tratto che permette a Piantedosi di parlare di tecniche che richiamano — mutatis mutandis — stagioni passate di confronto fisico con lo Stato. Il ministro lo colloca in una cornice di “strategia” deliberata più che di scarto emotivo. Saranno le indagini a confermare o smentire la presenza di regie e filoni organizzativi trans‑locali.

L’altra metà del quadro

C’è però un dato da tenere insieme: la necessità, sempre, di distinguere tra dissenso legittimo e violenza. La presenza di famiglie, studenti, lavoratori, collettivi universitari e realtà associative nel corpo dei cortei indica che la piazza ha un pluralismo interno. Tocca alle autorità garantire che chi manifesta nel perimetro delle regole non venga schiacciato dallo scontro innescato da frange minoritarie. È la ratio del Piano operativo integrato del Comune (presidi, barriere, deviazioni, tutela di infrastrutture e servizi essenziali), che ha l’ambizione di mantenere condizioni di sicurezza senza comprimere il diritto al movimento e alla protesta. Non sempre, come si è visto, la proporzione tiene; ma l’obiettivo resta il punto di equilibrio tra ordine e libertà.

Più manifestazioni

A tal proposito Piantedosi oggi alla Camera ha voluto sottolineare che “con il Governo in carica le manifestazioni di piazza sono aumentate significativamente per numero e partecipazione, sicuramente anche in ragione del difficile contesto internazionale che stiamo vivendo. Ciò nonostante, qualcuno si è, da qualche tempo, persino avventurato nel sostenere che, con il governo Meloni, si sia realizzata una stretta sull'esercizio della libertà di manifestare. È vero esattamente il contrario”.