L'omicidio
Chi era Saif al‑Islam, il figlio "presentabile" di Gheddafi ucciso nella sua casa in Libia
Un’eredità ingombrante, una morte che riapre vecchie ferite: cosa sappiamo, cosa resta da chiarire e perché questo assassinio può cambiare l'equilibrio delle milizie
Sarebbero bastati quattro uomini e pochi minuti per mettere fine alla parabola politica più controversa della Libia post‑2011. Nelle prime ore di martedì 3 febbraio 2026, Saif al‑Islam Gheddafi – il figlio più noto del colonnello Muammar Gheddafi – è stato ucciso, secondo più fonti, all’interno o nei pressi della sua residenza. I dettagli restano sfocati, ma il quadro che emerge è già destinato a pesare sugli equilibri fragili del Paese: un delitto di rilievo nazionale nel cuore del territorio dove Saif era stato detenuto per anni e dove negli ultimi tempi aveva cercato di ricamare il suo rientro nella vita pubblica.
Fonti della sicurezza e media locali hanno riferito che Saif al‑Islam è stato colpito a Zintan. La conferma pubblica è arrivata dal suo consigliere politico Abdullah Osman con un messaggio su Facebook, ripreso dalla stampa internazionale. Restano ignoti – al momento – mandanti e dinamica precisa. L’avvocato di Saif, Khaled (o Khaled) al‑Zaidi/el‑Zaydi, e altri esponenti a lui vicini hanno confermato la morte a testate regionali e internazionali. Le circostanze sono “ancora da chiarire” e la Procura generale libica ha avviato un’indagine, secondo la stampa locale. Diverse ricostruzioni indicano l’azione di quattro assalitori che avrebbero disattivato le telecamere e agito rapidamente. Questi dettagli circolano su più testate, ma non sono stati divulgati in modo ufficiale dalle autorità libiche. È quindi prudente considerarli come elementi in fase di verifica.
In questo quadro, un aspetto significativo è la presa di distanza della Brigata 444 – unità chiave dell’architettura militare di Tripoli – che ha “categoricamente” negato qualsiasi coinvolgimento. Un segnale politico oltre che operativo: le milizie, consapevoli del potenziale detonante della notizia, evitano di restare impigliate in una vicenda che potrebbe provocare ritorsioni a catena.
Per anni, Saif al‑Islam Gheddafi è stato visto come il volto “presentabile” del regime paterno: inglese fluente, studi alla London School of Economics, attività nella Gaddafi International Charity and Development Foundation, relazioni con think tank e ambienti d’affari. Poi, la frattura del 2011: la rivolta, l’intervento internazionale, la caduta e la morte di Muammar Gheddafi e la cattura di Saif nel novembre 2011 proprio nell’area di Zintan. Qui è rimasto a lungo prigioniero di una milizia locale, fino alla liberazione nel 2017 nell’ambito di un’amnistia.
Su di lui pesava un mandato di arresto della Corte penale internazionale (CPI/ICC) emesso il 27 giugno 2011 per due capi d’accusa – omicidio e persecuzione come crimini contro l’umanità – legati alla repressione delle proteste del febbraio 2011. La CPI non ha mai avuto Saif in custodia: il procedimento è rimasto allo stadio preliminare, in attesa di un suo trasferimento all’Aia.
Nel 2021, Saif tentò la carta del ritorno politico candidandosi alle elezioni presidenziali mai celebrate per il collasso del processo elettorale e i veti incrociati tra fazioni. La sua candidatura, inizialmente respinta e poi riammesa tra ricorsi e controricorsi, fu uno degli epicentri della contesa sulla legittimità del voto. La morte chiude ora, di fatto, quella prospettiva di rientro come figura nazionale.
La Libia resta uno Stato frammentato in cui milizie e forze di sicurezza ibride si dividono territori, rendite e funzioni. A Tripoli, una delle unità più strutturate è la Brigata 444 (Loua’ 444), inquadrata nel Ministero della Difesa del Governo di Unità Nazionale (GNU): una componente che negli ultimi anni ha proiettato influenza anche oltre la capitale, posizionandosi come attore anti‑criminalità e anti‑traffici. Proprio questa unità è stata protagonista – suo malgrado – di episodi ad alta intensità che hanno segnato la sicurezza urbana e l’equilibrio tra blocchi armati rivali. Nell’agosto 2023, durissimi scontri a Tripoli tra la 444 e la RADA – Forza di deterrenza speciale causarono oltre 55 morti e 146 feriti: una cartina tornasole della fragilità del controllo armato nella capitale. Nel maggio 2025, l’uccisione del leader dell’Apparato di Supporto alla Stabilità (SSA), Abdel Ghani al‑Kikli, innescò nuove tensioni e riposizionamenti, con la 444 al centro delle operazioni e del dibattito pubblico sul mandato delle forze di sicurezza.