la vicenda
Archiviate le accuse, il caso "famiglia nel bosco" rilanciato tra perizie e possibile ricongiungimento
L'ente d'ambito archivia l'esposto contro l'assistente sociale, ma restano aperti i nodi su perizie psico-diagnostiche, tempi del ricongiungimento, integrazione scolastica e costi della tutela
Il silenzio della sala d’attesa si rompe quando una mano appoggia un fascicolo sul banco. Sopra, una sigla tecnica e una data: 04 febbraio 2026. È il giorno in cui l’Ente d’Ambito sociale che coordina i servizi nel Vastese mette nero su bianco che non aprirà alcun procedimento disciplinare contro l’assistente sociale incaricata nel caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”. L’esposto depositato dagli avvocati dei genitori appena cinque giorni prima viene archiviato: per gli uffici, Veruska D’Angelo ha “agito correttamente”. Una decisione che non chiude il dossier, ma lo rilancia su un terreno ancora più sensibile: le relazioni tecniche, la perizia psico-diagnostica ordinata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila, i tempi del possibile ricongiungimento e il confine – spesso frainteso – tra diritto dei minori e autonomia educativa dei genitori. In mezzo, i volti dei tre bambini e la voce flebile della madre: “Hanno incubi, non riesco a calmarli”, dirà ai cronisti all’uscita da una visita, mentre gli specialisti della Asl raccomandano di “agevolare il ritorno a casa” quando sussistano le condizioni.
Il fatto: perché l’esposto è stato respinto
Secondo quanto emerge dal provvedimento l’Ente d’Ambito competente ha valutato l’esposto presentato il 29 gennaio 2026 dai legali della famiglia e ha concluso di non avviare una azione disciplinare nei confronti di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale nominata dal Tribunale nel percorso di tutela dei minori. L’ente ha ritenuto che la professionista abbia operato nel perimetro dell’incarico, attenendosi ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria e alle linee di servizio. La notizia è stata confermata e ricostruita da la Repubblica: “Ha agito correttamente”.
L’esposto nasceva dall’accusa – firmata dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas – di condotte “ostili” e “non imparziali”, con presunte chiusure rispetto a richieste di contatto familiare (telefonate con i nonni, incontri con coetanei). L’istanza era stata inviata sia all’Ordine professionale degli assistenti sociali sia all’Ente d’Ambito da cui dipende il servizio sociale territoriale.
Un punto spesso trascurato nel dibattito pubblico riguarda la catena delle responsabilità: l’assistente non è dipendente del Comune di Palmoli ma fa capo all’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio, struttura sovracomunale che gestisce i servizi su più territori. A ricordarlo è stato lo stesso sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, in più interviste, spiegando che l’ente è il destinatario naturale delle segnalazioni disciplinari.
Chi è l’assistente sociale nel mirino e perché il caso la riguarda da vicino
Al centro del fuoco incrociato c’è Veruska D’Angelo, indicata nei documenti come assistente sociale “specialista” incaricata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila di seguire il nucleo familiare. Il suo ruolo non è “peritare” i genitori, ma osservare, documentare e proporre interventi di tutela e sostegno, alimentando il fascicolo con relazioni periodiche. È proprio una di queste relazioni – datata 14 ottobre 2025 – a tracciare, secondo ricostruzioni giornalistiche, la cornice che porterà un mese dopo alla sospensione della responsabilità genitoriale e al trasferimento dei minori in comunità.
Va chiarito un equivoco che si è fatto strada nelle ultime settimane: l’assistente non è “indagata” in un procedimento penale; è piuttosto “al centro” del procedimento minorile nel senso che la sua attività è parte integrante del quadro valutativo con cui i giudici assumono le decisioni. L’inchiesta – in ambito di giustizia minorile – riguarda le condizioni di vita dei minori e l’adeguatezza della cura parentale, non la condotta penale dell’operatrice sociale. È un passaggio tecnico, ma decisivo per non deformare il senso dell’azione istituzionale.
L’“esposto in cinque giorni”: genesi, contenuti, limiti
L’esposto del 29 gennaio 2026 dettagliava in otto pagine le ragioni dell’istanza di revoca di Veruska D’Angelo: asserita “ostilità”, presunta violazione di imparzialità e riservatezza, gestione “manchevole” di contatti e visite, eccesso di prudenza su telefonate e incontri con nonni e amici. Gli stessi legali collegavano queste scelte all’inasprimento dei contrasti dopo l’allontanamento del 20 novembre.
Il procedimento interno all’Ente d’Ambito – avviato con la protocollazione dell’atto – si è chiuso in tempi rapidi: “circa cinque giorni”, come ricostruito dalle cronache del 04 febbraio 2026, con l’esito già noto: nessun provvedimento disciplinare, perché la condotta dell’operatrice rientra nelle procedure e nei mandati ricevuti dal Tribunale. È una valutazione amministrativa, non giudiziaria: non assolve o condanna nel merito della vicenda familiare, ma certifica l’assenza, allo stato, di profili disciplinari interni.
Che cosa dicono oggi gli atti: scuola, salute, socialità
Sulla scuola, le cronache hanno restituito quadri non sempre convergenti. Da un lato, note e verifiche sui livelli di alfabetizzazione e sulle lacune educative emerse durante la permanenza in comunità; dall’altro, passaggi in cui si afferma che l’obbligo scolastico sarebbe stato formalmente “coperto” tramite istruzione parentale agganciata a un istituto di riferimento. Un nodo su cui i giudici hanno chiarito che il punto non è la carta in sé, ma il benessere complessivo dei minori e la loro reale integrazione sociale.
Sul versante sanitario, l’ordinanza del 23 dicembre 2025 ha ritenuto “particolarmente rilevante” la verifica clinica e psico-diagnostica, affidando alla consulente tecnica d’ufficio un quesito ampio su idoneità genitoriale e bisogni dei bambini. Le successive indiscrezioni – rilanciate anche da testate nazionali – riferiscono di indicazioni della Asl a “facilitare” un rientro graduale quando i presupposti saranno accertati, in coerenza con l’obiettivo primario: garantire ai minori una crescita equilibrata.
I servizi territoriali, intanto, hanno rendicontato criticità igienico-sanitarie e di isolamento sociale, già cristallizzate in una relazione dell’Ecad di Monteodorisio dell’estate 2025 (nucleo “a rischio di grave emarginazione sociale”), prodotta su segnalazione della Procura minorile. Sono documenti che non chiudono il discorso, ma ne spiegano la genesi.
Il costo della tutela e il ruolo degli enti
Nelle pieghe della vicenda c’è anche il tema economico. Il Comune di Palmoli ha reso noto che il collocamento dei tre minori in comunità costa 244 euro al giorno, una spesa gravosa per un piccolo bilancio locale, in parte compensata da fondi dedicati. È un dato che aiuta a comprendere quanto le misure di protezione siano scelte pesanti anche per le casse pubbliche, e perché i territori chiedano percorsi rapidi e condivisi.