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LA TRAGEDIA

«La cena apparecchiata e il silenzio»: la famiglia Kola e la strage silenziosa del monossido a Porcari

Un intero nucleo travolto a pochi passi dal tavolo imbandito. Cosa sappiamo, chi erano le vittime

05 Febbraio 2026, 15:27

“La cena apparecchiata e il silenzio”: la famiglia Kola e la strage silenziosa del monossido a Porcari

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Nella casa di via Galgani, a Rughi di Porcari, la tovaglia era ancora stesa, i piatti allineati. Poi il silenzio, quello pesante che non è più attesa: quattro vite spezzate dal monossido di carbonio, un gas che non si vede e non si sente. Padre, madre, due figli. Tutto è accaduto nella serata di ieri, quando la famiglia Kola si stava per sedere a tavola. Il resto lo hanno raccontato i soccorritori: i corpi nella camera da letto, lo zio che dà l’allarme e poi perde i sensi, i carabinieri che forzano la porta, il 118 e i Vigili del fuoco che entrano in un’aria ormai avvelenata. La tragedia ha travolto Arti Kola (48 anni), la moglie Jonida (43), i figli Hajdar (22) e Xhesika (15). Lo zio è vivo, ricoverato in codice rosso all’ospedale di Cisanello (Pisa). Secondo i primi accertamenti, il gas letale si sarebbe sprigionato da una caldaia al secondo piano del terratetto.

Una sequenza di minuti che non lascia scampo

L’allarme parte “dopo le 20”: è il fratello di Arti a chiamare i soccorsi perché nessuno risponde al telefono. I carabinieri arrivano, bussano, poi sfondano l’ingresso. Nelle stanze c’è già l’aria pesante del CO: due militari accusano lievi sintomi di intossicazione. All’interno la scena è netta: la famiglia è riversa in camera da letto; la sala da pranzo è rimasta pronta per la cena. La prima a sentirsi male sarebbe stata Xhesika, 15 anni: si sarebbe stesa sul letto; i familiari l’avrebbero seguita, forse per aiutarla, e si sarebbero accasciati uno dopo l’altro. Sono ipotesi che gli inquirenti stanno vagliando, mentre l’abitazione e l’impianto sono stati sequestrati per le perizie tecniche.

Chi erano le vittime

La famiglia Kola, di origine albanese, viveva a Porcari da circa un anno e mezzo in quella casa a tre piani. Arti, operaio in una ditta di verniciatura; Jonida, casalinga; Hajdar, elettricista impiegato in zona; Xhesika, studentessa alle medie di Camigliano. Persone conosciute, stimate. “Una disgrazia grande ha colpito il nostro paese”, ha scritto il sindaco Leonardo Fornaciari annunciando il lutto della comunità. Parole che riportano alla memoria un’altra tragedia: quella della famiglia Malanca nel 1992, anch’essa a Porcari, sempre per monossido.

Le prime verifiche: cosa può essere successo

Gli accertamenti, coordinati dalle autorità giudiziarie, puntano sulla caldaia al secondo piano come possibile origine delle esalazioni. Si tratta di un terratetto ristrutturato di recente; saranno le perizie dei Vigili del fuoco a stabilire se la causa sia un malfunzionamento, un problema alla canna fumaria o un difetto di ventilazione. In casi simili, una combustione incompleta produce CO, che si diffonde rapidamente in ambienti chiusi e mal aerati: il gas si lega all’emoglobina con un’affinità oltre 200 volte superiore a quella dell’ossigeno, e in pochi minuti può provocare perdita di coscienza e morte. Per questo viene definito il “killer silenzioso”.

A Porcari una ferita che si riapre: il precedente del 1992

Il sindaco Fornaciari lo ha ricordato con lucidità dolorosa: febbraio 1992, stessa comunità, stesso nemico invisibile. Allora a morire furono quattro persone della famiglia Malanca, uccise da esalazioni di monossido sprigionate da una caldaia a metano difettosa e da una canna fumaria malfunzionante. Oggi quella memoria torna con forza, mentre la casa dei Kola viene posta sotto sequestro per permettere alla scientifica e ai Vigili del fuoco di ricostruire ogni passaggio.

Il contesto: il monossido in Italia, numeri che non possiamo più ignorare

Questa tragedia avviene in un Paese in cui, secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), il monossido di carbonio provoca tra 350 e 600 morti l’anno e oltre 6.000 ricoveri; circa l’80% delle intossicazioni avviene nelle abitazioni. Sono stime consolidate che fotografano un rischio spesso sottovalutato, specie nei mesi freddi e negli immobili con impianti datati o non manutenuti.

Il CO è inodore e incolore; si genera per combustione incompleta da caldaie, stufe, camini, scaldabagni, generatori. Una volta inalato, forma carbossiemoglobina e impedisce al sangue di trasportare ossigeno ai tessuti. I sintomi iniziali – mal di testa, nausea, vertigini, debolezza, confusione – possono essere scambiati per un malessere passeggero. Poi arrivano sonnolenza, perdita di coscienza, arresto respiratorio. In ambienti chiusi, senza adeguata aerazione, l’accumulo è rapido e letale.

Il dolore di una comunità e le responsabilità diffuse

Siamo tutti frastornati e addolorati”, ha scritto il sindaco Leonardo Fornaciari. La comunità si stringe attorno ai parenti e agli amici della famiglia Kola, mentre la Procura attende gli esiti delle perizie: tempi, cause, eventuali concorsi di responsabilità. Non è il momento di processi sommari: l’ipotesi principale resta quella di un incidente domestico. Ma l’attualità impone una domanda collettiva: quante case italiane, in questo stesso istante, presentano condizioni di rischio analoghe? Quante caldaie senza manutenzione periodica; quante canne fumarie non verificate da anni; quante cucine sigillate contro il freddo in cui l’aria non circola?