7 febbraio 2026 - Aggiornato alle 21:15
×

la vergogna

“Safari umani” a Sarajevo: chi sono gli italiani che si divertivano a sparare ai civili durante la guerra civile in Bosnia

Un’indagine che attraversa tre decenni, tra testimonianze, dossier e nuove inchieste: il racconto di un’oscenità di guerra che torna a galla

07 Febbraio 2026, 18:08

“Safari umani” a Sarajevo: la caccia ai civili che ancora pretende la verità

Seguici su

Sui muretti di Sajevo restano ancora sbiaditi gli avvisi: “Pazi, snajper!” (attenzione, cecchini). L’idea che durante l’assedio di Sarajevo qualcuno potesse pagare per sparare ai civili – un macabro “safari umano” – sembrava per anni solo un’ombra sussurrata. Oggi, a più di 30 anni dai fatti, quelle ombre hanno contorni più netti: testimonianze, atti giudiziari, un docufilm e, finalmente, inchieste formali in Bosnia ed Erzegovina e in Italia.

L’espressione “tourist snipers” – o “weekend snipers” – indica presunti stranieri benestanti che, tra il 1992 e il 1996, avrebbero pagato per essere portati sulle alture controllate dall’Esercito della Repubblica Srpska (VRS) e sparare sui civili della città assediata. Un fenomeno rimasto per anni ai margini dei racconti ufficiali e che il docufilm sloveno “Sarajevo Safari” (2022, regia di Miran Zupanič) ha riportato al centro del dibattito internazionale, raccogliendo voci e piste investigative su quella che molti sopravvissuti ricordano come una “pratica del fine settimana”. Dopo l’uscita del film, la ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karić ha sporto formale denuncia alla Procura di Bosnia ed Erzegovina, che il 1° novembre 2022 ha confermato l’apertura di un fascicolo dedicato, noto come “caso Safari”.

Secondo le ricostruzioni, gli “ospiti” venivano scortati su postazioni di tiro già predisposte – da Trebević a Grbavica, fino ad altri rilievi che chiudono a corona Sarajevo – e messi in condizione di sparare “in discesa”, con visuali ampie su viali, ponti, fermate del tram. La geografia del capoluogo, un catino circondato da montagne, ha reso la caccia all’uomo un dispositivo di terrore particolarmente efficace: bastava una finestra, un’altura, un sottotetto. La guerra trasformò persino i veicoli dell’ONU in “scudi mobili” dietro cui la popolazione cercava riparo per attraversare strade scoperte.

C’è una data che torna nelle carte: 22 febbraio 2007, Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), processo al generale Dragomir Milošević. In aula testimonia John Jordan, vigile del fuoco statunitense che operò a Sarajevo durante l’assedio. Alla domanda sulla presenza di figure non locali accompagnate su postazioni note, Jordan introduce l’espressione “tourist shooter”: uomini “condotti per mano” da chi conosceva il terreno, vestiti e armati “in modo non tipico del posto”. Jordan racconta di averli osservati muoversi e farsi posizionare; non li vede premere il grilletto, ma descrive dinamiche coerenti con un accompagnamento “per la caccia”. È una testimonianza giurata, conservata negli atti del Tribunale dell’Aia.

Nel 2022, il docufilm “Sarajevo Safari” dà forma filmica a quelle voci: interviste, materiali d’archivio, il racconto di un “turismo dell’orrore” in cui “ricchi stranieri” pagavano “tariffe elevate” per “un tiro su bersagli umani”. L’autore Miran Zupanič spiega di aver raccolto testimonianze resistite per anni alla paura e alla vergogna; non pretende di offrire un “atto d’accusa definitivo”, ma chiede l’apertura degli archivi militari e l’avvio di inchieste. Alla premiere a Sarajevo segue la denuncia della sindaca Karić. Il film non identifica con nome e cognome i presunti “ospiti”, ma stimola lavoro giornalistico e giudiziario in più Paesi.

Dopo la denuncia di Benjamina Karić, la Procura della Bosnia ed Erzegovina assegna il caso a un magistrato del Dipartimento speciale per i crimini di guerra. L’ufficio conferma che il procedimento è “attivo”, ma a novembre 2025 non risultano ancora decisioni conclusive né richieste formali arrivate dall’Italia, nonostante l’eco internazionale. È stata depositata, tra gli allegati, anche la deposizione ICTY di John Jordan e la proposta di sentire lo scrittore Luca Leone, studioso della guerra bosniaca. La pressione dell’opinione pubblica e dei sopravvissuti resta alta: le istituzioni, fin qui, hanno fatto un passo, ma la verità giudiziaria non è ancora arrivata.

Il passaggio cruciale recente arriva dall’Italia. A novembre 2025, la Procura di Milano – magistrato titolare l’aggiunto Alessandro Gobbis – apre un fascicolo per omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi abietti, ipotizzando che cittadini italiani tra il 1993 e il 1995 abbiano pagato per partecipare ai tiri di cecchino sulle alture di Sarajevo. Alla base del procedimento c’è un esposto di Ezio Gavazzeni, giornalista e scrittore che, dopo aver visto “Sarajevo Safari”, ha raccolto dossier, testimonianze e un presunto rapporto di un ufficiale dell’intelligence militare bosniaca che già nel 1993-1994 avrebbe informato il SISMI italiano dell’arrivo di stranieri per i “safari”. A febbraio 2026, la Procura iscrive un primo ottantenne veneto nel registro degli indagati: è il primo nome in un quadro più ampio che, se confermato, potrebbe portare a identificazioni ulteriori.

Nelle ricostruzioni giornalistiche e negli atti confluiti in Procura emergono elementi ricorrenti: il ritrovo a Trieste, il trasferimento verso Belgrado e quindi l’accompagnamento, sotto tutela militare, alle postazioni attorno alla capitale bosniaca. Sui pagamenti, diverse fonti parlano – sempre al condizionale – di cifre fino all’equivalente di 80-100 mila euro “per giornata” o “per missione”, e perfino di “listini” con “prezzi” differenziati per bambini, uomini, donne e anziani (questi ultimi “gratuiti”). Le indagini – in Italia e in Bosnia – cercano di ricostruire chi avrebbe organizzato gli accessi, chi li avrebbe coperti, chi avrebbe pagato.

Dal versante serbo-bosniaco, esponenti di associazioni di veterani bollano come “calunnie” le accuse su “turisti del tiro”; Belgrado nega ogni coinvolgimento istituzionale. Non è un dettaglio: nei grandi processi dell’ICTY il fenomeno non è entrato in sentenza con nomi e condanne specifiche. A oggi, per la “mano che spara”, la contabilità giudiziaria è quasi vuota: condanne pesanti sono cadute ai vertici per la campagna di terrore su Sarajevo, ma “zero persone” risultano condannate esclusivamente come “cecchini diretti su civili” in relazione a fatti specifici lungo il Viale dei Cecchini. Questo non smentisce i racconti: spiega però quanto sia difficile, trent’anni dopo, arrivare alla personalizzazione della responsabilità penale.

L’assedio di Sarajevo è durato 1.425 giorni. Le stime più accreditate parlano di oltre 11.000 morti in città (tra militari e civili), con 5.434 civili uccisi secondo il Research and Documentation Center di Sarajevo; 1.600 i bambini uccisi, decine di migliaia i feriti. Nel solo corridoio urbano ribattezzato “Sniper Alley”, i dati raccolti nel 1995 indicano 1.030 feriti e 225 uccisi, di cui 60 bambini.

Le “voci” sui forestieri di passaggio, raccontano i sopravvissuti, correvano già negli anni dell’assedio: “il fine settimana era più pericoloso”, ripetono in molti, e si diceva di “persone da fuori” accompagnate a sparare. Che siano stati anche questi racconti a incidere sulla memoria collettiva è probabile; ma a distanza di decenni cominciano ad affiorare testimonianze formalizzate – come quella di Jordan – e dossier condivisi tra ex funzionari e giornalisti. Un lavoro che, pur con margini di incertezza, ha prodotto oggi inchieste vere e una scia di documenti su cui le autorità sono chiamate a pronunciarsi.

L’eco internazionale è forte. In Italia, l’inchiesta milanese si muove tra verbali, audizioni e possibili rogatorie; in Bosnia, i magistrati confermano che il fascicolo “Safari” è aperto dal 2022 e “ancora in corso” nel 2025. Negli Stati Uniti, la politica ha rilanciato l’attenzione sull’eventuale presenza di cittadini americani in quei “viaggi della morte”. Il quadro, dunque, è in movimento: fatto di speranze – per chi attende giustizia – e di timori – per chi teme una verità spezzata tra archivi incompleti e testimoni scomparsi.