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il delitto

“Zoe non tornava a casa”: cronaca di una sera sbagliata che finisce nel rio Nizza con un femminicidio

Una confessione, un depistaggio fallito e una città in allarme: cosa sappiamo del delitto di Nizza Monferrato

07 Febbraio 2026, 18:56

18:57

“Zoe non tornava a casa”: cronaca di una sera sbagliata che finisce nel rio Nizza

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Nella notte tra venerdì 6 e sabato 7 febbraio 2026, nel rio Nizza è stato trovato il corpo di Zoe Trinchero, 17 anni, «parzialmente sommerso», come annoteranno i primi verbali. Un residente se ne accorge, scende in strada, incontra un gruppo di amici che stanno cercando Zoe. Pochi minuti dopo, la conferma che piega la città: non è un incidente. Sul volto, sul collo, ci sono segni che non lasciano spazio alle illusioni: «trauma cranico» e «strangolamento». Da quel punto, poco distante da un distributore di benzina, comincia una corsa a ritroso nel tempo per capire cosa è accaduto e perché.

La giornata di Zoe era iniziata come tante altre. La ragazza lavorava al bar della stazione di Nizza Monferrato, turni allungati e il desiderio — raccontano i conoscenti — di una indipendenza costruita a piccoli passi. Dopo il lavoro saluta, si unisce agli amici: una cena in casa, qualche chiacchiera, l’uscita in un locale. È il copione di una sera normale. Fino a quando smette di esserlo.

Le prime ore dell’indagine, coordinate dalla Procura di Alessandria, si muovono rapide: si acquisiscono i filmati delle telecamere, si ascoltano i presenti, si ricostruiscono gli spostamenti. Spunta un nome, quello di Alex Giuseppe Manna. È un conoscente di Zoe, i due — secondo più di una testimonianza — hanno avuto in passato un legame di amicizia, forse qualcosa di più. In ogni caso, la loro traiettoria si incrocia proprio in quella sera. Gli investigatori raccolgono incongruenze, parole che non combaciano, tempi che non tornano.

C’è un momento in cui la storia rischia di deragliare. Poco dopo la scoperta del corpo, la voce corre per le chat e sui social: qualcuno indica come possibile aggressore un giovane di origini nordafricane, noto in città per disturbi psichiatrici. Le forze dell’ordine fanno appena in tempo a intervenire: una trentina di persone si raduna sotto l’abitazione dell’uomo. Urla, minacce, la tensione che sale. I carabinieri lo portano via per «ragioni di sicurezza», a tutela della sua incolumità: non risulta alcun addebito, l’uomo è estraneo ai fatti. Secondo le prime ricostruzioni, quella pista era un depistaggio: «Siamo stati aggrediti», avrebbe detto l’allora sospettato ad alcuni amici, indicando un fantomatico assalitore «di origine nordafricana». Gli inquirenti, però, smonteranno presto quella versione.

Le ore scorrono in caserma, alla presenza del sostituto procuratore Giacomo Ferrando. L’indagato — Alex Giuseppe Manna, 20 anni — viene ascoltato a lungo, e alla fine, «pressato dai primi esiti investigativi», ammette la propria responsabilità. L’atto d’indagine viene cristallizzato: l’uomo viene condotto nel carcere di Alessandria in attesa delle determinazioni del giudice.

Si lavora sulle ultime ore di Zoe: dopo il lavoro e i saluti al bar, la serata con gli amici, quindi l’allontanamento. In quelle fasi, secondo più fonti, Manna contatta alcuni conoscenti affermando che lui e Zoe sarebbero stati vittime di una aggressione da parte di un uomo «di colore» noto per problemi psichici: un racconto che — rilevano gli inquirenti — non regge alla prova dei riscontri oggettivi.

Nelle prime ore successive al ritrovamento, gli accertamenti tecnici indicano «segni di strangolamento» e «trauma cranico». È un passaggio chiave: la morte violenta esclude l’ipotesi di una caduta o dell’annegamento. Il movente resta da chiarire. In questa fase, la parola «confessione» pesa molto.

Nizza Monferrato è una comunità che si stringe nel dolore. Ma è anche una città attraversata da tensioni. La folla radunata sotto l’abitazione del giovane ritenuto — a torto — responsabile, e sottratto al rischio di aggressione, è l’immagine di una psicosi che si nutre di voci e post rilanciati senza verifica. Le forze dell’ordine hanno già fatto sapere che le persone che hanno preso parte a quel raduno minaccioso saranno denunciate. È un segnale forte, necessario per ribadire un principio semplice: l’ordine pubblico e i diritti delle persone, tutte, si difendono nei tribunali, non nelle piazze o sotto i portoni.

Dalle testimonianze raccolte emerge il profilo di una ragazza «solare», capace, molto benvoluta. Lavoro, amici, progetti: Zoe avrebbe compiuto 18 anni in ottobre, dicono alcuni conoscenti. In quella normalità c’era l’orgoglio di un contratto in prospettiva più stabile — qualcuno parla di una possibile proposta per un tempo indeterminato — e c’era la sensazione, condivisa da tante diciassettenni, di avere tempo davanti e spazio per metterci dentro il futuro. Quel tempo, stanotte, si è interrotto. E con lui le parole.