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“Neanche la guerra ci fermerà”: la sfida nucleare di Teheran tra diplomazia, deterrenza e calcolo del rischio
L’Iran rilancia sull’arricchimento dell’uranio e rifiuta “permessi” o intimidazioni. Cosa c’è dietro le parole di Abbas Araghchi, i numeri dell’Agenzia atomica dell’Onu, gli scenari di crisi e le incognite sul negoziato
All’ingresso del complesso di Natanz, il vento d’inverno solleva sabbia fine fra i capannoni mentre, nel sottosuolo, le centrifughe IR‑6 divorano gas di uranio. In superficie si parla di diplomazia; in profondità si calcolano percentuali. È in questo scarto – tra la freddezza dei numeri e il calore della politica – che si inserisce la frase del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: “Nulla fermerà il nostro arricchimento nucleare, neppure la guerra”. Un messaggio senza orpelli al mondo esterno – in primis agli Stati Uniti – e un promemoria all’interno: l’arricchimento dell’uranio è, per Teheran, una linea rossa, un “diritto sovrano” che non ammette deroghe.
Una posizione senza permessi né paure
La dichiarazione di Araghchi, diffusa l’8 febbraio 2026, è accompagnata da un’altra precisazione: Teheran “non chiede il permesso a nessuno” e “non si lascia intimidire” da minacce o pressioni militari. L’argomento politico è chiaro: l’Iran si dice pronto alla diplomazia, ma solo se fondata sul “riconoscimento dei nostri diritti intrinseci” e non su coercizioni. In filigrana, un messaggio a Washington e alle capitali europee: i negoziati non ripartiranno finché l’arricchimento resterà oggetto di imposizioni unilaterali.
Non è un fulmine a ciel sereno. Da mesi, il capo della diplomazia iraniana ripete lo stesso refrain: “Niente negoziati sotto pressione”, “la nostra forza è nel saper dire no”, “il programma nucleare è e resterà pacifico”. Sono formule che Araghchi ha ribadito in più sedi – da Teheran a Mosca – con toni diversi ma con la stessa sostanza: l’Iran risponde al rispetto con il rispetto; a minacce e sanzioni, con resistenza.
Tra fatti e percezioni: che cosa dicono i numeri dell’Iaea
Al di là della retorica, la metrica che conta è quella dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA). I suoi report degli ultimi mesi tracciano un quadro di progressivo ampliamento delle scorte e dei livelli di arricchimento. Il dato più sensibile resta l’uranio al 60% – una soglia “a un passo tecnico” dal 90% che definisce il materiale di grado militare. A metà maggio 2025, la IAEA stimava in circa 408,6 chilogrammi (misurati come massa di uranio) la disponibilità iraniana al 60%; nel complesso, lo stock di uranio arricchito aveva raggiunto oltre 9 tonnellate in tutte le forme chimiche. Il Direttore generale Rafael Mariano Grossi ha definito questa produzione “motivo di seria preoccupazione”, ricordando che l’Iran è l’unico Stato non dotato di armi nucleari a spingersi a quel livello.
Un’analisi indipendente dei rapporti dell’IAEA pubblicata dall’Institute for Science and International Security ha fissato, alla vigilia delle ostilità del 13 giugno 2025, un totale di circa 9.040 kg (uranium mass) di uranio in forma di UF6, inclusi 440,9 kg al 60% e 184,1 kg al 20%; nello stesso periodo, le scorte al 5% e al 2% sono cresciute rispettivamente di oltre 500 kg e 160 kg. Numeri che fotografano non soltanto quantità, ma anche la flessibilità tecnica di Natanz e Fordow, dove l’uso di centrifughe avanzate IR‑6 consente, in teoria, rapidi riconfigurazioni del livello di arricchimento.
C’è però un punto dolente, sollevato dai verificatori ONU: dopo gli attacchi subiti dagli impianti nel giugno 2025, l’IAEA ha faticato a ottenere accessi regolari per verificare con precisione lo stato delle scorte, tanto che in un rapporto dell’autunno 2025 ha parlato di necessità di ispezioni “da tempo dovute” e di una contabilità dell’uranio ad alto arricchimento da riallineare in modo tempestivo. Per la comunità internazionale, la tracciabilità è il perno della trasparenza; per Teheran, l’accesso ispettivo resta condizionato dal clima politico e dalla sicurezza dei siti.
Il messaggio di Teheran: programma “pacifico”, costo elevato, diritto sovrano
Nel discorso interno, Araghchi lega l’arricchimento a tre concetti-chiave: sovranità, orgoglio nazionale, pace. Da anni Teheran insiste su un punto: il programma nucleare è “interamente civile”, orientato a produzione di energia, ricerca medica e autonomia tecnologica; e per questo programma l’Iran avrebbe già pagato un prezzo altissimo in termini di sanzioni economiche e isolamento. La tesi è coerente con l’impostazione che portò al JCPOA del 2015 – l’accordo firmato con USA, UE, Russia, Cina, Regno Unito e Francia – e con la narrazione successiva al ritiro unilaterale americano del 2018, che aprì la stagione della “massima pressione” e la progressiva risalita dei livelli di arricchimento.
Nelle ultime settimane, Teheran ha ripetuto di essere “pronta al dialogo” solo da una posizione di parità e rispetto reciproco: “la diplomazia sì, la diktat-diplomazia no”. Il messaggio si traduce nella linea: l’arricchimento al 60% non è moneta di scambio, semmai leva negoziale; e qualunque discussione dovrà riconoscere il “diritto all’arricchimento” come fatto acquisito.
Oltre gli slogan: cosa significa “neppure la guerra”
Dire che “neppure la guerra” fermerà l’arricchimento vale su più piani. Il primo è interno: rassicurare l’opinione pubblica – e l’establishment – che gli attacchi dell’ultimo anno non hanno infranto la resilienza del programma. Il secondo è esterno: esplicitare che l’Iran non intende “capitolare” davanti a minacce di raid o a posture navali di deterrenza, come quelle che gli USA hanno intensificato nel Golfo Persico. Il terzo è tecnico‑strategico: segnalare che, anche in condizioni di danno agli impianti, l’infrastruttura – personale, rotor‑tubes, know‑how, siti ridondanti – consentirebbe un ripristino dell’attività, magari con cadenze e quantità diverse. Questa logica di “deterrenza nucleare latente” – senza attraversare apertamente la soglia militare – è stata letta da diversi analisti come la vera architettura di sicurezza perseguita da Teheran dopo lo strappo del 2018.