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“Guardare una serie può costarti la vita”: dentro la guerra totale di Pyongyang contro la cultura straniera
Tra leggi draconiane, corruzione e squadre speciali, la repressione nordcoreana contro K‑drama e K‑pop si intensifica
Sotto un altoparlante studenti in uniforme fissano un telone bianco su cui campeggia una scritta: “Rieducazione ideologica”. Poche ore prima circolava un USB con episodi di “Squid Game”. Ora, in un Paese dove i confini dell’immaginazione sono pattugliati come quelli della frontiera, qualcuno pagherà. Non è la scena di una serie: è il mondo reale disegnato da testimonianze raccolte da Amnesty International e da rapporti dell’ONU, dove guardare un K‑drama o ascoltare K‑pop può significare da 5 a 15 anni di lavori forzati o, se si condivide il contenuto, la pena di morte. E spesso a decidere la sorte è un’altra variabile brutale: la possibilità di corrompere chi arresta.
Un’inchiesta che parla dal buio
Nel febbraio 2026, Amnesty International ha pubblicato un’analisi basata su 25 interviste approfondite a fuggitivi nordcoreani realizzate nel 2025. Dalle loro voci emerge un panorama di repressione stratificata: polizia speciale che perquisisce telefoni e borse, “Gruppo 109”, e un sistema punitivo che punisce la semplice visione di contenuti sudcoreani e colpisce con l’estremo chi li distribuisce. Non si tratta di un effetto isolato: l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha documentato esecuzioni legate alla condivisione di film e serie straniere e un controllo tecnologico “in tutte le parti della vita”.
La legge cardine: quando le “idee reazionarie” diventano reato
Il perno normativo è la Legge sul Rifiuto dell’Ideologia e della Cultura Reazionaria, approvata il 4 dicembre 2020 e modificata nell’agosto 2022. Il testo definisce i prodotti sudcoreani come “ideologia marcia” e prevede pene severissime: da 5 a 15 anni di lavori forzati per chi guarda o possiede drama, film o musica sudcoreani; condanne pesantissime fino alla morte per chi distribuisce “grandi quantità” di materiale o organizza visioni collettive. È l’architettura giuridica che trasforma la curiosità culturale in “crimine politico”.
Dalla cronaca alle prove incrociate: esecuzioni e pene esemplari
Le interviste raccolte da Amnesty includono riferimenti a esecuzioni per aver visto “Squid Game”, con episodi segnalati in Yanggang, provincia di confine con la Cina. Radio Free Asia aveva già documentato nel 2021 l’esecuzione per fucilazione di un uomo accusato di aver introdotto e venduto copie della serie su USB, e pene durissime per studenti che l’avevano guardata: ergastolo per chi aveva acquistato il supporto, cinque anni di lavori forzati per altri sei. Più recentemente, una relazione del Ministero dell’Unificazione sudcoreano (riportata da media internazionali) ha indicato l’esecuzione pubblica di un 22enne nel 2022 per avere diffuso K‑pop e film sudcoreani. L’insieme dei riscontri, in province diverse e su anni differenti, delinea un quadro coerente di repressione sistemica.
La variabile che decide la pena: il denaro
Uno dei passaggi più disturbanti dell’indagine Amnesty è la corruzione strutturale: chi ha denaro o connessioni può pagare tra 5.000 e 10.000 dollari per alleggerire o evitare le accuse; chi non può, si trova davanti a campi di lavoro o pena capitale. Le famiglie più ricche comprano, letteralmente, il ritorno all’ombra. Le più povere diventano monito pubblico.