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il fatto

Sanremo: il microfono vuoto della terza serata e la risata che divide l’Italia

Il caso che racconta come la nostra idea di “comicità” stia cambiando sotto i riflettori

08 Febbraio 2026, 19:11

Sanremo senza Pucci: il microfono vuoto della terza serata e la risata che divide l’Italia

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La scena si immagina in un dettaglio: un microfono pronto al centro del palco dell’Ariston, luci tagliate e un segnaposto che recita “giovedì 26 febbraio 2026”. Quel microfono, nelle settimane scorse, aveva un nome preciso: Andrea Pucci. Oggi invece è il simbolo di una rinuncia che pesa più di molte presenze: il comico milanese di origini venete ha detto no alla co‑conduzione della terza serata del Festival di Sanremo 2026, dopo giorni di polemiche feroci e accuse sui social per vecchie battute considerate offensive. “Passo indietro” ha spiegato, ringraziando Carlo Conti e la Rai, e aggiungendo una frase destinata a far discutere: “Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più”. Un epilogo che trasforma un ingaggio televisivo in un prisma culturale: che cosa pretendiamo oggi da chi fa ridere? E dove corre il confine tra satira, costume, omofobia, razzismo e semplice cattivo gusto?

Dalla tabaccheria al grande schermo: l’identikit professionale di Andrea Pucci

Dietro il nome d’arte Pucci c’è Andrea Baccan, classe 1965, nato a Milano da genitori originari del Veneto. Prima di salire sui palchi, lavorava nella tabaccheria di famiglia e poi in gioielleria; d’estate faceva l’animatore nei villaggi. Il battesimo televisivo arriva con La sai l’ultima?: lo presenta Tiberio Timperi, il soprannome glielo affibbia Pippo Franco. Da lì, una lunga scia di palchi e telecamere: Colorado (dove esplode il tormentone “È cambiato... tutto!”), Quelli che il calcio, Le Iene, Big Show, ospitate come giudice o opinionista in vari format Mediaset e Rai. In teatro, monologhi di costume, coppia, vita quotidiana; in tv, il profilo del “cabarettista popolare” che parla alla pancia del pubblico. Un percorso trentennale, da artigiano della battuta, che lo ha reso uno dei volti riconoscibili della comicità da club e da prima serata.

L’annuncio di Sanremo e la miccia accesa sul web

Il 6 febbraio 2026, Carlo Conti annuncia via Instagram due co‑conduttori “una serata per uno”: Lillo per mercoledì 25 febbraio, Andrea Pucci per giovedì 26. La notizia corre e, nel giro di poche ore, diventa un caso. Commenti entusiasti si mescolano a un’ondata di critiche che rievocano vecchi sketch del comico su stereotipi, aspetto fisico e orientamenti sessuali. Il dibattito si polarizza: c’è chi difende il diritto alla risata “senza bavaglio” e chi vede in quell’invito un cortocircuito con i valori di servizio pubblico del Festival.

Le accuse: body shaming, stereotipi e la vecchia ferita con Tommaso Zorzi

Il casus belli più citato risale all’estate 2022: in un suo spettacolo, Pucci pronuncia una battuta esplicitamente allusiva su Tommaso Zorzi. L’influencer reagisce con durezza: “Che diritto hai di dire che lo prendo in c…?”, chiedendo pubblicamente le scuse del comico. Il video dell’indignazione diventa virale, l’hashtag esplode, e quell’episodio torna oggi come prova regina dell’accusa di battute omofobe. Nel tritacarne social entrano anche contenuti attribuiti a Pucci in cui si ironizza sull’aspetto fisico della segretaria del Pd, Elly Schlein, alimentando l’etichetta di body shaming. È questo bagaglio di precedenti ad accompagnare l’annuncio sanremese e a spingere parte dell’opinione pubblica a parlare di scelta “divisiva”.

Il crescendo delle reazioni: politici, commentatori, associazioni

Al fuoco di fila social si sommano prese di posizione pubbliche. Sulla scia dell’annuncio, alcuni parlamentari del Partito Democratico in Commissione di Vigilanza Rai chiedono conto ai vertici dell’azienda pubblica della scelta, evocando il rischio di messaggi “sbagliati” in prima serata. Anche il Codacons entra a gamba tesa, preannunciando azioni qualora sul palco arrivassero insulti o battute sessiste e razziste. Sul fronte opposto, diversi esponenti del centrodestra difendono Pucci, denunciando un clima “illiberale” e “censorio”. Il caso diventa politico e il nome di un comico catalizza un conflitto più ampio su chi stabilisce i confini del dicibile.

La rinuncia: il “passo indietro” di Pucci e le parole che resteranno

La mattina dell’8 febbraio 2026 arriva la svolta. Andrea Pucci comunica la rinuncia: “Gli insulti, le minacce, gli epiteti a me e alla mia famiglia sono inaccettabili”. Parla di “onda mediatica negativa” che ha incrinato il suo “patto fondamentale” con il pubblico, ringrazia Carlo Conti e la Rai, e scandisce due passaggi chiave: “Nel 2026 il termine fascista non dovrebbe esistere più” e “Omofobia e razzismo sono parole che indicano odio, e io non ho mai odiato nessuno”. A 61 anni, aggiunge, non se la sente di affrontare “una lotta intellettualmente impari” dopo un recente problema fisico cui accenna senza dettagli. Il suo saluto all’Ariston si chiude con un “vi aspetto a teatro”.

La sponda politica: la solidarietà di Giorgia Meloni e l’effetto moltiplicatore

Nelle ore successive arrivano le reazioni istituzionali. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni esprime solidarietà al comico, parlando di “deriva illiberale” e di un artista “costretto a rinunciare” per il clima ostile. Una dichiarazione che, per peso e tempismo, imprime un’ulteriore accelerazione al dibattito: c’è chi la legge come difesa della libertà d’espressione, chi come ennesima politicizzazione di Sanremo. In ogni caso, il riflettore resta acceso: la risata di Pucci esce di scena, ma la polemica occupa il proscenio.

La reazione della Rai

La Rai esprime in una nota «grande rammarico per la decisione di Andrea Pucci di rinunciare a partecipare alla prossima edizione del festival di Sanremo, a seguito delle gravi minacce ricevute e del clima di intimidazione nei suoi confronti».

In una nota, l’azienda esprime «preoccupazione per il clima d’intolleranza e di violenza verbale generato nei confronti di un artista che ha fatto della satira e della comicità non conformiste il suo modo di esprimere libertà di pensiero».

«Questa forma censura nei confronti di un artista attraverso la diffusione di odio e pregiudizio dovrebbe preoccupare chiunque lavori nello spettacolo».