Washington Post sotto accusa: il ceo Will Lewis si dimette dopo il licenziamento di 300 giornalisti
La testata giornalistica americana è nel caos tra proteste, accuse a Jeff Bezos e pesanti riduzioni nelle redazioni
A pochi giorni dal licenziamento di 300 giornalisti, un mega taglio che ha scatenato proteste e indignazione non solo negli Stati Uniti, il ceo del Washington Post ha annunciato le sue dimissioni dal prestigioso quotidiano con «effetto immediato». L’inglese Will Lewis, ex Financial Times, Dow Jones e Wall Street Journal, era stato chiamato da Jeff Bezos nel 2024 per risistemare i conti del Wp e fermare l’emoraggia di entrate e lettori. E, invece, il suo mandato si è chiuso con la cacciata del 30% del personale, intere redazioni cancellate, inviati e corrispondenti lasciati in zone di guerra senza un futuro o uno stipendio, la rinomata sessione sportiva sparita, l’intero team di fotografi azzerati.
«Sono state prese decisioni difficili per garantire un futuro al Washington Post», ha scritto Lewis che sarà sostituito per il momento da Jeff D’Onofrio, ex direttore finanziario del giornale.
Né lui né Bezos hanno partecipato alla riunione con i dipendenti in cui sono stati annunciati i licenziamenti mercoledì scorso. Aumentando lo sgomento e la rabbia tra le persone colpite, soprattutto contro il proprietario miliardario che, secondo i critici, ha affossato la testata. In un editoriale del New Yorker, parafrasando il celebre slogan del Wp «Democracy Dies in Darkness», si sottolinea che questa volta «la democrazia è morta alla luce del giorno». «La scorsa settimana, il capo di Amazon ha deciso che una delle sue proprietà minori, il Washington Post, era un tale peso per il suo patrimonio di duecentotrenta miliardi di dollari che la prudenza gli imponeva di smantellare gran parte della redazione», si legge nell’articolo del direttore del magazine David Remnick.
Secondo gli analisti la gestione Bezos del Washington Post ha brutalmente cambiato rotta dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Subito dopo l’acquisto nel 2013 e durante tutto il primo mandato del tycoon, sotto la direzione di Marty Baron, il giornale era estremamente competitivo e il fondatore di Amazon un proprietario distaccato, ma pronto a investire nel giornale. Tuttavia, durante gli anni della presidenza di Joe Biden, il numero di lettori è iniziato a calare e, nel 2024, Bezos ha iniziato a riconsiderare le sue priorità. Prima ha bloccato l’endorsement del giornale a Kamala Harris, poi ha imposto una linea più conservatrice alla pagina degli editoriali. Molti sostennero che queste decisioni fossero sue prerogative ma ad ogni mossa, il Washington Post perdeva sempre più abbonati. Per qualcuno si è trattato di uno dei peggiori autogol nella storia del giornalismo. A febbraio di un anno fa le dimissioni del direttore degli editoriali e oggi i maxi tagli.
Per l’ex direttore Baron si è trattata di una delle «giornate più buie nella storia» di una delle più grandi testate giornalistiche del mondo. Il veterano del Post e premio Pulitzer per lo scoop sul Watergate, Bob Woodward, si è detto «devastato» dai licenziamenti di massa.
In un comunicato stampa che annunciava le dimissioni di Lewis, Bezos ha affermato che il Washington Post ha «una missione giornalistica fondamentale e un’opportunità straordinaria». «Ogni singolo giorno i nostri lettori ci indicano la strada per il successo», ha sottolineato il miliardario senza menzionare i licenziamenti.