la storia
Garlasco, il foglietto sulla cappellina del cimitero: "Chi ha ucciso Chiara?" (e indicava anche un nome)
Un biglietto anonimo del 2007, una parola incisa in stampatello — “Marco” — e la voce tremante di Rita Preda: frammenti che riemergono oggi e raccontano il clima di tensione, silenzi e depistaggi che accompagnarono fin dall’inizio il delitto
Sulla porta di una cappellina, una striscia di nastro adesivo arrugginita dal tempo conserva la memoria di un foglietto: poche righe in stampatello, un nome lasciato lì come una scheggia. È ottobre 2007. Poche settimane dopo, in una telefonata intercettata, la madre di Chiara Poggi, Rita Preda, lo racconta con la voce incrinata: “Tremo ancora”. Quel biglietto — anonimo, senza cognome — indicava un “Marco” come responsabile dell’omicidio. Oggi, a distanza di quasi vent’anni, quella traccia riemerge nelle cronache e torna oggetto di attenzione, tra nuove piste investigative, vecchie convinzioni e una verità giudiziaria già scritta ma mai pacificata nell’opinione pubblica.
Nel messaggio, riferisce Rita Preda all’avvocato di famiglia Gian Luigi Tizzoni, c’era una frase secca: “A uccidere Chiara è stato Marco”. Nessun dettaglio aggiuntivo, nessuna firma. Il legale chiede se sul foglietto comparisse un cognome: la risposta resta sfumata, “solo il nome”. Una suggestione tanto fragile da non potersi trasformare in indizio processuale, ma abbastanza potente da confermare il clima dell’epoca: telefonini sotto controllo, messaggi strani, timori che si addensano su una famiglia esposta e ferita. Il particolare è oggi tornato alla ribalta grazie alla pubblicazione — su un canale web — dell’audio di quella conversazione del 2007.
Alla parola “Marco”, nelle ricostruzioni mediatiche, fu associato allora anche il nome di Marco Panzarasa, amico di Alberto Stasi: un’associazione riportata nelle cronache come valutazione esplorativa, non come elemento probatorio. In assenza di un cognome sul foglietto, l’ipotesi è rimasta tale: un possibile depistaggio, l’opera di un mitomane, oppure l’indizio di qualcuno convinto di sapere. Niente di più. È il rischio fisiologico della “prova di carta”: può suggerire, ma non fondare. E infatti, sul piano giudiziario, quel biglietto non ha mai prodotto svolte.
La telefonata intercettata tra Rita Preda e l’avvocato Tizzoni colloca il biglietto in un contesto più ampio: i Poggi avevano già ricevuto comunicazioni anomale; intanto le indagini si muovevano, e con esse l’attenzione dei media. La madre di Chiara ricorda anche un particolare su Alberto Stasi: andava “di nascosto” al cimitero — circostanza riferita da un giornale locale e confermata, in quella chiacchierata, come fatto reale, non come “messa in scena”. Un dettaglio di contesto, prezioso per capire il clima emotivo e sociale in cui maturarono percezioni e giudizi.
In quella stessa conversazione, Gian Luigi Tizzoni invita Rita Preda a non farsi vedere con Stasi: un suggerimento di prudenza, legato alla direzione che stava prendendo l’inchiesta. E aggiunge un elemento tecnico-giuridico dirimente: “Se non ci sono impronte di estranei, per Stasi è durissima dimostrare che non è lui”.
Sul piano giudiziario, il caso ha una verità consolidata: nel 2015 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 16 anni per Alberto Stasi, ritenuto colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi avvenuto il 13 agosto 2007. Dopo la costituzione al carcere di Bollate, la vicenda penitenziaria ha conosciuto passaggi successivi: nel 2025 il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha concesso a Stasi la semilibertà, nonostante l’opposizione della Procura generale; a luglio 2025 la Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura, confermando il regime. Sono fatti che hanno riacceso il dibattito pubblico, ma non hanno scalfito la definitività della sentenza.
Nel 2025 si è aperto un nuovo filone d’indagine attorno ad Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, Marco Poggi: un’iscrizione nel registro degli indagati che ha riportato telecamere e microfoni davanti alla villetta di via Pascoli, riaprendo ferite mai rimarginate per i Poggi. Gli atti hanno previsto accertamenti genetici e comparazioni; parte delle notizie giunte sui media descrivono perizie complesse, tempi lunghi e un quadro probatorio in movimento, con verifiche su campioni biologici, reperti e impronte.
Il cosiddetto “scontrino di Vigevano” — su cui Sempio ha sempre fondato il proprio alibi — è tornato più volte sotto i riflettori: nel 2025 una testimonianza raccolta dagli inquirenti e rilanciata dai media ha messo in discussione l’attribuzione del ticket; la risposta pubblica di Sempio è stata netta: “Lo scontrino è mio”, ribadita anche in tv.
Sullo sfondo, e in parziale connessione, si muove l’inchiesta bresciana su ex magistrati pavesi: tra le contestazioni più discusse, quelle a carico dell’ex procuratore Mario Venditti, indagato per presunta corruzione in relazione a scelte che — secondo l’ipotesi accusatoria — avrebbero favorito Sempio nella richiesta di archiviazione del 2017. Un filone che ha assunto via via la fisionomia del cosiddetto “Sistema Pavia”, con ulteriori capi d’imputazione (come il presunto peculato) e ramificazioni che superano il caso Garlasco.
Quel foglietto con scritto “Marco” non muta la storia processuale del delitto di Garlasco. Parla del clima in cui la famiglia Poggi viveva: il dolore, le pressioni, i messaggi anonimi, i sospetti incrociati. È materiale che, riletto oggi, aiuta a capire la cassa di risonanza mediatica che ha reso questo caso un fenomeno sociale.
La nuova stagione di indagini ha rimesso al centro alcuni “oggetti scena” del 2007: reperti, tracce biologiche, potenziali impronte latenti. In questa fase, la parola d’ordine è cautela: talune notizie hanno riferito di assenze di profili genetici utili in una parte dei reperti o dell’esigenza di prorogare i tempi dell’incidente probatorio; ma si tratta — al momento — di tasselli non conclusivi. L’esperienza insegna che, in casi così datati, il valore probatorio delle tracce è spesso condizionato da degrado, contaminazioni ambientali, limiti tecnici dell’epoca dei sequestri.