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L'INCHIESTA

«Rider di Glovo sottopagati, controllati e puniti». I pm di Milano: «Questo sfruttamento va fermato»

Un decreto della Procura accende i riflettori su un modello di business che macina consegne e vulnerabilità: disposto il controllo giudiziario

09 Febbraio 2026, 15:31

“Paghe da 2,50 euro a consegna”: perché Foodinho-Glovo finisce sotto controllo giudiziario per caporalato

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Una bicicletta appoggiata a un muretto, la borsa gialla aperta, il cellulare che vibra senza sosta. «Se sono in ritardo mi chiamano, sanno sempre dove sono. Faccio 10-15 consegne al giorno, anche 20-25 quando va bene. In tasca restano 2,50-3,70 euro a drop, a fine mese 800-900 euro, lavorando anche 12 ore». La voce è quella di un ciclofattorino di Glovo, raccolta dagli inquirenti milanesi. Ma potrebbe essere la voce di molti. Oggi quelle voci entrano in un provvedimento che pesa: la Procura di Milano dispone, in via d’urgenza, il controllo giudiziario per Foodinho srl (la società che gestisce in Italia la piattaforma Glovo), nell’ambito di un’inchiesta per caporalato. Al centro, l’ipotesi di «sfruttamento della manodopera», con paghe «sotto la soglia di povertà» e un perimetro che abbraccerebbe fino a 40.000 rider sul territorio nazionale, di cui 2.000 soltanto nell’area metropolitana di Milano.

Che cosa ha deciso la Procura: l’urgenza e il perimetro del controllo

Secondo quanto reso noto il 9 febbraio 2026, il pubblico ministero Paolo Storari ha firmato un decreto d’urgenza che sottopone Foodinho srl a controllo giudiziario, un istituto che non ferma l’attività ma la affida all’affiancamento di un amministratore giudiziario incaricato di rimuovere le criticità accertate e prevenire la reiterazione delle condotte contestate. Una misura scelta quando interrompere l’impresa rischierebbe di generare danni occupazionali e distruzione di valore, ma l’ordinamento pretende un cambio di rotta immediato. Nel caso Foodinho-Glovo, l’ipotesi è quella di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con approfittamento dello «stato di bisogno» dei lavoratori, parametro-chiave del reato di caporalato.

Stando alle ricostruzioni, la Procura contesta retribuzioni «fino all’81% inferiori ai minimi della contrattazione collettiva» e «fino al 76% sotto la soglia di povertà», con riferimento a indicatori ufficiali e al principio costituzionale di cui all’articolo 36 della Carta: la paga deve essere «proporzionata» e «sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa». Numeri e cornice giuridica che, se confermati, mettono in discussione il cuore del modello a cottimo delle piattaforme.

Lo «sfruttamento» dei rider va avanti «da anni ai danni di numerosissimi lavoratori», che «percepiscono retribuzioni» in contrasto coi contratti collettivi e «sotto la soglia di povertà», in violazione della Costituzione - scrive il pm di Milano Paolo Storari nel decreto -. Una «situazione di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto». Una «situazione di urgenza», anche perché lo «sfruttamento dello stato di bisogno è in atto» e "deve al più presto» essere interrotto. 

Le testimonianze: geolocalizzati, penalizzati, sotto pressione

Le dichiarazioni raccolte dagli investigatori – in molti casi di lavoratori stranieri, privi di alternative e spesso senza permesso di soggiorno stabile – compongono un mosaico ricorrente: geolocalizzazione costante, chiamate in caso di ritardo, meccanismi di penalizzazione per mancata accettazione delle “slot” o per performance ritenute insufficienti, costi vivi (mezzo, manutenzione, attrezzature, spostamenti) a carico del fattorino. L’asse retributivo ruota attorno a tariffe per consegna tra 2,50 e 3,70 euro; la “giornata tipo” raccontata in più verbali oscilla tra 10 e 12 ore con percorrenze fino a 50-60 km; il saldo finale, 800-900 euro al mese. Sono dati che, secondo la Procura, scivolano «sotto soglia» rispetto a povertà e minimi contrattuali.

Chi sono i destinatari del provvedimento e i passaggi successivi

Oltre a Foodinho srl, la responsabilità penale per caporalato sarebbe contestata anche al suo vertice operativo in Italia; secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, l’amministratore unico pro tempore, Pierre Miquel Oscar, risulta indagato, mentre l’amministratore giudiziario indicato nel decreto sarebbe il commercialista Andrea Adriano Romanò, con il compito – cruciale – di costruire «assetti organizzativi» che impediscano il ripetersi delle condotte e di avviare un percorso di stabilizzazione dei rider. Su tali aspetti, e sulla tenuta del decreto urgente, dovrà comunque pronunciarsi un giudice per le indagini preliminari.

Cos’è, in concreto, il controllo giudiziario

Il controllo giudiziario è una misura di prevenzione prevista dall’art. 34-bis del Codice antimafia (d.lgs. 159/2011), applicata quando l’interruzione dell’attività d’impresa sarebbe controproducente ma serve un controllo stringente per eliminare prassi illecite e ripristinare la legalità. L’amministratore giudiziario non sostituisce gli organi della società: li affianca, relaziona al tribunale, propone correttivi e ne verifica l’attuazione per un periodo di norma compreso tra 1 e 3 anni. È uno strumento già visto in filiere a rischio – dalla logistica all’agroalimentare – e che qui approda nel cuore della gig economy italiana.

Perché si parla di “caporalato” fuori dai campi: la norma e i suoi indicatori

Il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.), riformato con la legge 199/2016, non riguarda più soltanto l’agricoltura né esclusivamente i “caporali” in senso tradizionale. Colpisce anche l’«utilizzatore» che impiega manodopera sottoponendola a condizioni di sfruttamento e approfittando del bisogno. Gli indici che segnalano lo sfruttamento sono, tra gli altri: retribuzioni sistematicamente inferiori ai minimi, violazioni su orari e riposi, lacune su salute e sicurezza, metodi di sorveglianza degradanti. È in questo schema che la Procura di Milano prova a incardinare l’algoritmo e i meccanismi di gestione della forza lavoro delle piattaforme.

Un precedente che pesa: l’operazione del 2021 sui rider

Non è la prima volta che i magistrati milanesi intervengono sul delivery. Nel 2021, al culmine di un’indagine sulla sicurezza dei ciclofattorini, la Procura contestò alle principali piattaforme (tra cui Foodinho-Glovo, Deliveroo, Just Eat, Uber Eats) ammende per 733 milioni di euro e chiese la riqualificazione di circa 60.000 rapporti come co.co.co. con divieto di cottimo. La sanzione si è poi ridimensionata – in via amministrativa – a 90.000 euro complessivi grazie agli investimenti e all’adempimento delle prescrizioni, ma quell’indagine ha imposto un cambio di passo su formazione, dpi, visite mediche e tracciature di sicurezza. Il nuovo filone sul caporalato, più incisivo sul piano penale, riapre però la faglia tra autonomia dichiarata e subordinazione di fatto.

Giurisprudenza recente e tutele climatiche: i confini si spostano

Negli ultimi mesi, i giudici del lavoro di Milano hanno imposto a Foodinho-Glovo di rafforzare le misure contro il caldo estremo: integrazione del documento di valutazione dei rischi, fornitura di cappelli con visiera, occhiali con filtri UV, creme solari, borracce termiche e sali minerali, oltre a un contributo di 0,30 euro per consegna con temperature superiori a 25°C. Un segnale chiaro: anche nei rapporti atipici, la cornice prevenzionistica (d.lgs. 81/2008) si applica, e i giudici pretendono misure effettive, non simboliche. Il decreto odierno fa un passo ulteriore: non più solo sicurezza, ma l’intero impianto retributivo e organizzativo.

Algoritmi, geolocalizzazione e privacy: un nervo scoperto

L’inchiesta tocca pure un altro punto sensibile: la sorveglianza digitale. Nel 2024, il Garante per la protezione dei dati ha inflitto a Foodinho una sanzione di 5 milioni di euro per trattamenti illeciti su oltre 35.000 rider, inclusi trasferimenti di dati di geolocalizzazione non trasparenti e tracciamenti attivi fino all’agosto 2023 anche in tempi non lavorativi. È un precedente che illumina la linea di confine fra gestione operativa e controllo pervasivo. Nell’ordinanza della Procura milanese, l’uso della geolocalizzazione e la pressione sui tempi di consegna entrano nel quadro degli indici di sfruttamento.

Chi sono i rider coinvolti: profili vulnerabili, bisogni urgenti

Secondo le ricostruzioni giornalistiche e gli atti di indagine, la platea è composta in larga maggioranza da lavoratori stranieri, spesso giovani, spesso con necessità di inviare rimesse ai familiari nei Paesi d’origine. Molti sostengono spese fisse elevate (alloggio, trasporti, manutenzione dei mezzi) e per questo accettano ritmi e tariffe al ribasso. È proprio l’approfittamento dello stato di bisogno – ossia la vulnerabilità economica che condiziona la libertà di dire “no” – l’elemento che, insieme alla paga e agli orari, può trasformare un rapporto formalmente “autonomo” in sfruttamento penalmente rilevante.

Il nodo delle tariffe: quanto vale davvero una consegna

La fotografia delle tariffe – con paghe medie per consegna tra 2,50 e 3,70 euro – è l’innesco della miccia. In un sistema in cui il tempo “morto” (attese, spostamenti a vuoto, meteo) non è valorizzato e i costi vivi sono in capo al rider, quelle cifre, moltiplicate per consegne realistiche, conducono a mensili da 800-900 euro a fronte di giornate lunghissime. È su questa sproporzione, letta alla luce dell’art. 36 della Costituzione e dei minimi contrattuali, che poggia l’ipotesi accusatoria. La sfida tecnica per l’amministratore giudiziario sarà “spiegare” all’algoritmo che il costo del lavoro non è una variabile comprimibile all’infinito.

Il delivery non è destinato a sparire: ha cambiato abitudini di consumo, integra catene del valore, sostiene migliaia di ristoranti e negozi. La vera linea di demarcazione, oggi, non passa tra chi “innova” e chi “resiste”, ma tra chi compete scaricando i costi sul fattorino e chi investe in qualità del lavoro come asset competitivo. Il decreto di Milano può essere vissuto come un commissariamento punitivo o come un cantiere di riforma: dipenderà dalle scelte di Foodinho-Glovo e dalla capacità del sistema – istituzioni, imprese, terzisti – di fissare uno standard che tenga insieme sostenibilità economica e diritti fondamentali. Gli strumenti normativi ci sono; le sentenze recenti mostrano che la strada è tracciata. Ora tocca percorrerla davvero.